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Anche i grandi a Scuola vanno tutti i giorni di tutto l’anno


Una scuola senza banchi,
senza grembiuli né fiocchi bianchi.

– Gianni Rodari, “La scuola dei grandi”

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La scuola… è impossibile dare una definizione stringata a questo mondo costruito su tanta voglia di imparare, di insegnare, sulla burocrazia, sui diritti, sulle persone. Praticamente ogni giorno i media ci parlano di scuola tra riforme e spese per le famiglie, tra nuove proposte e casi di cronaca. Quindi forse abbiamo reazioni anche fredde o anestetizzate, per chi è già da un po’ che non va più a scuola o non ha figli.  Ma per chi la scuola la fa ogni giorno con un denso lavoro, anche su se stessi, queste questioni sono un tutto fondamentale. Per un giovane aspirante insegnante una chiamata gli cambia la vita: la richiesta di convoca presso un istituto scolastico.

Ho intervistato Cristian Tracà, autore del libro Buona scuola e storie di insegnanti precari (Editore Villaggio Maori, Collana Germinale, 2017) che da quest’anno insegna di ruolo a Bologna ma che ha affrontato per anni il caos della scuola italiana. Cristian è nato a Catania, laureatosi nel 2010 alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, nel 2011 ha conseguito un Master in Diritto del Lavoro presso la Facoltà di Economia dell’Università di Bologna e nel 2013 si abilita all’insegnamento presso l’Università di Bologna per le classi di concorso relative alle materie letterarie e al latino nella scuola secondaria di primo e di secondo grado. Dal 2012 ha insegnato nella scuola secondaria di primo e secondo grado delle province di Milano, Monza, Reggio Emilia e Bologna. Nel libro scrive:

«Le motivazioni le trovo nella platea di occhietti che mi fissano, che mi scrutano nei minimi dettagli, che gioiscono o soffrono con me, con le mie sperimentazioni o le mie incoerenze, le mie certezze o insicurezze. La soddisfazione più grande la provo appena parcheggio l’auto. Mi sento un testimone e un osservatore della stratificazione degli sbagli e delle innovazioni, tra il disincanto e l’illusione nel pensare a quanto potrei incidere sulla vita delle persone e sulla costruzione di una società, se non migliorare quantomeno più consapevole. (…) Poco importa se i miei stipendi hanno delle tempistiche altalenanti e incerte, mi addosso sulle spalle colpe non mie e sconto la pena del servizio pubblico, bello e doloroso. Porto la croce, svolgo la missione, non guardo l’orologio, vedo cristallizzarsi sotto i miei occhi la maledizione di una professione che non separa al vita in classe dalla vita privata, ma che è costretta a fronteggiare quella strisciante polemica sulla misurabilità dei tempi di lavoro. Come se si potessero rendicontare i pensieri, i tormenti umani, le sperimentazioni disciplinari, l’autoanalisi, i rovelli didattici ed educativi, lo sviluppo della persona che rende buoni insegnanti.» (pagg. 33-34)

La scuola è iniziata poco più di un mese fa, come sta andando? Anche quest’anno non hai dormito la notte prima del primo giorno? 

Come per tutti gli anni precedenti, anche stavolta è stato un po’ un tuffo nel vuoto. Per chi come me ha sempre cambiato scuola e alunni ogni anno, è sempre un ripartire da zero, con i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Cominci a delineare il tuo modo di lavorare, osservi i ragazzi e loro ti osservano; loro sono bravissimi a prendere immediatamente le misure: pochi minuti e sono già in grado di emettere la loro sentenza. La prima impressione, le parole che usi per presentarti, la capacità di reagire ai loro primi segnali: sono tutti passi fondamentali per creare quell’empatia che è un requisito essenziale della didattica.

Manzoli nella prefazione che ha curato per il tuo libro racconta di un vero e proprio miracolo che ogni anno si rinnova: la scuola. L’incrocio di incarichi e destini tra professori e persone con bisogni, che richiedono attenzioni e cure. L’ultima frontiera democratica del Paese che vede realizzarsi la ricchezza e la difficoltà dell’integrazione e della inclusione (pag.14). Cosa significa essere insegnanti nel 2017? E che cosa è la scuola per un giovane insegnante?

Anche se a molti sembrerà retorica, non ho paura a dire con fermezza che la scuola è ancora la spina dorsale della società. Quello che oggi vediamo è il risultato di una cultura prodotta da un sistema di pensiero in cui la didattica ha un ruolo molto importante. Io, come tanti altri colleghi, sentiamo il peso della missione sociale. Se uno ci pensa a fondo, non ci dorme la notte. Per me poi che insegno italiano e storia, la difficoltà delle scelte è anche maggiore. Mediamente settanta famiglie ogni anno affidano alla mia programmazione e al mio punto di vista la formazione dei loro figli. Il modo in cui si esprimono, la comprensione dei testi e dei discorsi, la capacità critica, le competenze relazionali. Devo confessare che le letture che scelgo, i libri, le indicazioni, sono sempre frutto di riflessioni e suggestioni. Mi aiutano molto i film che vedo, i libri che leggo, le buone esperienze messe in pratica dai colleghi: un repertorio da cui saccheggio cercando di bilanciare l’ebrezza della sorpresa con la saggezza delle esperienze precedenti. Ma è una ricerca costante, sempre in evoluzione.

Pensi ci sia oggi uno scollamento tra quello che la politica crede di vedere e la realtà dei fatti nelle scuole? Penso alla proposta di riforma la Buona Scuola, che sicuramente non si fa con un solo governo. Scrivi «Su questa riforma, che poteva e doveva essere portata avanti con più cura dei dettagli, con strumenti più simili al cacciavite che all’accetta, spesso si è giocato, da più parti, sulla pelle delle persone, aprendo ferite di cui è difficile vedere la profondità. Abbiamo venduto ancora una volta l’accostamento all’azienda, parlando di scuole di serie A e di serie B.» (pag. 138).

Per il solo fatto di essere stati alunni o genitori di alunni, tutti si sentono in dovere di parlare di scuola spacciandosi per esperti pedagogisti o maestri di vita. È una cosa che mi infastidisce molto, perché la scuola negli ultimi vent’anni è cambiata molto: ci sono nuove sensibilità verso le difficoltà linguistiche, sociali o di apprendimento; c’è un nuovo modo di concepire il territorio e il profilo d’uscita dei ragazzi. La maggior parte di coloro che parlano di scuola non ha minimamente idea di che cosa si faccia oggi nelle classi. Ci sono delle parti della Buona scuola che con il tempo verranno messe a regime e daranno dei buoni frutti. C’è però anche una complessità sociale che forse doveva essere più esplorata per evitare l’impatto negativo forte che le innovazioni e le decisioni hanno scatenato.

La scuola è un luogo di integrazione e inclusione, ma è anche il luogo forse delle discriminazioni con i casi di bullismo degli ultimi anni. L’integrazione e l’inclusione non sono forse un lungo lavoro quotidiano dei docenti prima di tutto e del singolo plesso che costruisce progetti e attività di potenziamento? Tu stesso scrivi «La scuola dell’autonomia ha creato, nel bene e nel male, migliaia di repubbliche scolastiche diverse» (pag. 23). Leggo ogni giorno che alcune di queste repubbliche con più possibilità o forse più illuminate offrono corsi di formazione ai docenti per sostenere l’inclusione. Non sempre tutte le repubbliche hanno le possibilità, mi viene da pensare per esempio all’”Istituto Falcone” allo Zen di Palermo o altre realtà similari.

L’Italia è un Paese segnato da diversità interne fortissime, che si ripercuotono in molti aspetti della cultura. L’autonomia e il centralismo sono due poli di un dibattito che dura sin dai primi anni postunitari. A fare la buona scuola sono in primo luogo i docenti, che seguono da vicino i ragazzi e e ne imparano a conoscere le debolezze. Senza però una rete di supporto (e quindi delle risorse umane e materiali adeguate allo scopo) l’impegno degli insegnanti rischia di diventare un semplice eroismo individuale, destinato magari a naufragare. Ci sono delle buone pratiche che dovrebbero essere condivise e diventare patrimonio comune. Vale la regola generale per cui se affronti un problema da solo, ripartendo magari da zero ogni volta, rischi di manifestare la tua impotenza. Frenare l’individualismo, la violenza repressa, il bullismo è un’esigenza forte che richiede una grande lucidità e delicatezza. Le scuole stanno provando a dare degli strumenti agli insegnanti per affrontare queste tematiche, ma il cammino da fare è lungo.

Scrivi “ricordati di santificare le graduatorie” (pag. 26). Il precariato e l’insegnamento sembrano per la maggior parte dei casi un binomio inscindibile. Nel libro racconti: «(…) oggi mi sento quasi fortunato perché ripenso alle prime esperienze di insegnamento, quando pur di portare a casa qualche punto e qualche soldo, facevo il mago delle coincidenze dei mezzi pubblici. Ero ancora un freschissimo neolaureato, in età da tirocinio post-curriculare, da sconto sui biglietti del cinema e da casa universitaria da telefilm, quando con i miei vecchi coinquilini, giocavo col software on line che calcolava i percosi più brevi per arrivare in paesi lontani. Spole così strambe da non escludere anche la possibilità di usare il battello. Nelle nostre strambe cene la domande di rito era diventata “L’hai poi preso il battello? Sei riuscito a tornare a casa con meno di cinque mezzi oggi?» (pagg. 29-30). Tra nuove riforme e concorsi, cosa ne pensi da insegnante – ora non più precario – di tale binomio? Quanto è difficile per un insegnante lavorare da precario nella piena discontinuità – tra burocrazia sempre nuova, il rapporto con la famiglia degli studenti, il background degli studenti e i loro possibili problemi di ogni sorta, senza riuscire ad avere uno spazio proprio (un cassetto almeno!) e con la responsabilità di definire il destino dei ragazzi per sempre…?

La discontinuità è uno dei problemi storici della nostra istruzione, soprattutto nelle scuole con indirizzi di tipo tecnico e professionale. La gerarchizzazione e la ghettizzazione dell’istruzione italiana ha prodotto una situazione tale da rendere molto difficile creare una rete di docenti stabili per i ragazzi più fragili, che spesso si convincono di essere poco intelligenti e capaci e di non meritare insegnanti bravi. Girare varie scuole e conoscere vari contesti (nel mio caso anche su ordini di scuole diverse) ti aiuta sicuramente ad avere una prospettiva più ampia tanto dal punto di vista umano quanto da quello strettamente didattico. A lungo andare però diventa frustrante cominciare sempre daccapo, ereditare classi che hanno lavorato molto diversamente e con cui occorre ripercorrere tratti che dovrebbero essere già acquisiti. Ora che finalmente sono diventato un professore di ruolo, sento il bisogno di seguire un progetto all’interno di un raggio temporale più lungo. È uno step molto importante per verificare la tenuta degli apprendimenti a distanza di tempo, con ovvie ricadute sul modo in cui si imposta la didattica.

Leggo ogni giorno sempre più cose nuove e dinamiche: esistono oggi progetti sulla programmazione di aree disciplinari, internalizzazione del POF, CLIL Content and Language Integrated Learning (apprendimento integrato di contenuto e linguaggio), Erasmus Plus già dalle superiori, progetti digitali, già dedicati alla programmazione, educazione alla legalità, alla cittadinanza, all’affettività, alla sicurezza stradale, all’alimentazione, all’interculturalità,… È in corso un dibattito tra contenuti disciplinari e progetti mi sembra no?

Tocchiamo uno dei nodi fondamentali del dibattito odierno sulla scuola italiana. A giorni alterni ci si chiede o di gestire e prevenire ogni dinamica o emergenza sociale (sessualità, ecologia, salute, orientamento) o di tornare al vecchio mondo di didattica pura, nuda e cruda; richieste che oscillano pericolosamente e che pendono sul capo con un equilibrio difficile da trovare. Per i ragazzi veramente motivati la scuola offre oggi una serie di opportunità molto positive che aprono gli orizzonti ad un contesto più europeo. I più deboli fanno fatica a trovare il loro spazio e il loro tempo, perdendosi spesso nei mille rivoli del nuovo modo di vivere la scuola. La soluzione ideale resta quella dell’educazione veicolata dalle discipline: come per esempio il fatto di sfruttare le potenzialità delle materie umanistiche per trasmettere competenze di cittadinanza attiva. Al contrario, invece, separando in maniera artificiosa educazione e istruzione si creano le derive che abbiamo visto nelle proteste strumentali contro la cosiddetta teoria gender, che è stata banalizzata per tornaconti squisitamente elettoralistici.

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