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Apoteosi di un mito di bellezza: Cleopatra

[…]Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici! Trop tard! jamais peut-être!

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

[…] Un lampo … poi la notte! – Bellezza fuggitiva

Dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,

ti rivedrò solo nell’eternità?

Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!

Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove vado,

tu che avrei amata, tu che lo sapevi!

XCIII. A una passante, Fiori del Male – Baudelaire

Coi versi di Baudelaire, senz’altro più adatti a descrivere il particolare legame che intercorre tra bellezza eterna e sua fugacità e che trova la sua espressione più importante nella poesia stessa in senso più generico (è bello ciò che è poesia? È poesia ciò che è bello?), si vuole portare l’attenzione su quello che è considerato, se non il più importante, senza alcun dubbio il più famoso mito di bellezza per eccellenza, quello riguardante l’enigmatica figura di Cleopatra. Seduttrice di Cesare prima, di Antonio poi, la fama della leggendaria bellezza di Cleopatra VII Filopatore, ultima delle regine d’Egitto, è giunta fino ai giorni nostri pressoché intatta, soprattutto grazie alla grandissima fortuna nel teatro e nell’opera che ha assunto la vicenda storica della sua morte.

helen gardner cleopatra

Ma è con l’avvento del cinema che questo canone di bellezza si stabilizza ed entra a far parte di un immaginario collettivo che è parte integrante della nostra cultura. Il primo film che coltiva e reinterpreta il mito è quello di Charles Gaskill (Cleopatra – 1912), e per il ruolo della protagonista è scelta Helen Gardner; il costume scelto allora sembra rispettare il carattere prettamente ellenico della regina, e per questo oggi appare più distante, quasi un falso storico, talmente radicata è l’idea di una Cleopatra esotica, più vera dell’originale.

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Infatti, al di là di come si è abituati e naturalmente portati a credere, i busti di marmo di epoca romana e le monete bronzee ci forniscono una descrizione di un aspetto del tutto diverso della regina, che molto si discosta dal canone di bellezza al quale siamo abituati. Un aspetto che risponde a canoni ellenistici, una bellezza “tipizzata”. Chiaramente, non sappiamo quanto sia veritiero l’aspetto del busto, ma è interessante notare come il canone di bellezza sia enormemente mutato nel corso degli anni. Inoltre dalle fonti storiche emerge come Cleopatra fosse pienamente cosciente del fascino che esercitava; ecco come Plutarco (Vita di Antonio, 26) ci descrive l’arrivo di Cleopatra a Tarso, all’incontro che Antonio aveva organizzato con i re degli Stati clienti di Roma:

«Sebbene ricevesse molti inviti da lui e dai suoi amici, Cleopatra non ne fece nessun conto e rise di lui, tanto che risalì il fiume Cidnio su un battello dalla poppa d’oro, con le vele porpora spiegate al vento, e i rematori con remi d’argento al ritmo di un flauto accompagnato da zampogne e cetre. Ella era sdraiata sotto un baldacchino trapunto d’oro, acconciata come le Afroditi dei quadri, e alcuni servetti ritti ai suoi fianchi, simili agli Amorini dipinti, le facevano vento. Nello stesso modo anche le servette più belle, in vesti di Nereidi e di Grazie, stavano alcune alle barre dei timoni, altre alle gomene. Profumi meravigliosi, provenienti da essenze e aromi bruciati, invadevano le sponde. Molta folla accompagnava il battello seguendolo sin dalla partenza su entrambe le rive, mentre altri scendevano dalla città a vedere lo spettacolo. Riversandosi la folla fuori dalla piazza, infine Antonio fu lasciato solo, seduto sulla tribuna. E dappertutto si diffuse una voce, che Afrodite col suo corteo andasse a incontrarsi con Dionisio per il bene dell’Asia»

Tutto è curato nel minimo dettaglio per meravigliare, stupire ed affascinare Antonio, presentandosi non come una regina, bensì come una dea (e non una dea qualunque, ma la bellezza personificata Afrodite) Certo, questa è la verità storica trasmessa dal vincitore, quindi non è possibile affermare in modo certo quanto di ciò che è stato descritto e attribuito a Cleopatra sia vero. È da questi resoconti che nasce e si sviluppa il mito della bellezza di Cleopatra, fino ad approdare nel cinema dove assume un carattere prettamente orientale. Del resto l’esotismo è stato un elemento importantissimo nell’Ottocento (si pensi a Flaubert), e si può notare traccia di questa pesante tradizione proprio nell’evoluzione dell’immaginario di Cleopatra. Si pensi soltanto all’uso del velo, introdotto già con la pellicola di Gaskill. Qualche anno dopo il film della Gardner, vediamo una bellissima Theda Bara nel ruolo della regina (Cleopatra ­, regia di Gordon Edwards). Il carattere esotico della protagonista è decisamente più evidente: il trucco marcato attorno agli occhi diventerà un elemento essenziale del corredo di Cleopatra, quasi un obbligo per ogni rappresentazione successiva.

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Quando arriviamo a Elizabeth Taylor (con il kolossal Cleopatra di Mankiewicz, del 1963) l’orientalizzazione è ormai totale. Non abbiamo più a che fare con un sovrano di cultura ellenica (benchépresenti caratteristiche orientali anche allora, come la divinizzazione della figura del sovrano), bensì con una regina ormai del tutto estranea alla cultura greco-latina. In definitiva, il canone di bellezza si modifica nel corso del tempo, e tutt’oggi il cambiamento è ancora in atto (si pensi alla Cleopatra del Giulio Cesare in Egitto di Handel, interpretata da Danielle de Niese); Cleopatra cambia di aspetto col mutare del senso estetico dell’epoca in cui è rappresentata. La sua figura rappresenta l’eccellenza, la bellezza, il canone: poco importa se poi tutto ciò che rappresenta si modifichi nel tempo; Cleopatra è divenuta l’ideale di bellezza, e come tale irrappresentabile nella realtà a meno di ammettere che si possa descrivere la perfezione. Si può dunque affermare che la verità storica sia ormai distorta e che le rappresentazioni della regina siano false? Probabilmente sarebbe comunque inesatto: esse sono tutte pennellate dello stesso quadro, fiori del medesimo giardino. Il personaggio storico, divenendo ideale, è diventato personaggio letterario, e vive lontano dalla realtà, in quel mondo perfetto che chiamiamo iperuranio.

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