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C’erano una volta Walt Disney e Biancaneve: uno è morto, facciamo fuori l’altra

Il 5 Dicembre del 1901, al calare di un freddo giorno a Chicago, nasceva Walt Disney, l’uomo destinato a divenire il simbolo del cinema d’animazione. Figlio di un piccolissimo imprenditore che operava in quel di Kansas City, il giovane Walt impiegò i suoi primi vent’anni in lavori poco remunerativi e piuttosto umili. Nessuno avrebbe mai potuto prevedere o anche solo immaginare cosa gli serbasse il futuro, guardando alla vita semplice che conduceva, all’ovatta di anonimato in cui essa sembrava avvolgersi e che possedeva la fisionomia – più che di una fase – di un destino ineluttabile. Ma Walt, per quanto la realtà potesse smentirlo o frustrarlo, non rinunciò mai all’intima certezza che if you can dream, you can do it”, e fu proprio questa ostinata convinzione a salvarlo, a offrirgli l’occasione che l’occasione sembrava non volergli concedere, a permettergli di divenire ciò per cui noi tutti lo conosciamo.

I suoi fallimenti furono tanti quanti e tali e quali ai suoi spostamenti: numerosi e sofferti. Fino al 1928 accumulò rifiuti da parte di case di produzione più o meno importanti, realizzò animazioni a scopo pubblicitario che non soddisfacevano le sue ambizioni e non rispecchiavano l’entità del suo genio creativo, tentò disperatamente di inserirsi in un panorama in cui l’originalità sembrava una garanzia di perdita economica. Fu costretto a privarsi di molti degli averi per cui aveva lungamente faticato al solo scopo di realizzare un film d’animazione, e si dice che quando arrivò in California avesse 40 dollari e una sola promessa: combinare qualcosa di grande. Quel che resta innegabile è che Walt Disney lottò strenuamente per avverare i propri sogni, anche dopo il 1928, quando la creazione dell’ormai celeberrimo “Mickey Mouse” gli permise di accedere all’ambiente cinematografico ma non gli aprì la strada verso il successo.

Dal 1928 al 1933 Walt si dedicò senza tregua a sperimentazioni, innovazioni, mosse commerciali e cinematografiche che potessero potenziare la qualità e la bellezza dei suoi cortometraggi.  Si ritrovò a dover sostenere gravi difficoltà economiche a causa del mancato riassorbimento dei debiti contratti per la realizzazione delle sue animazioni, ma anziché gettare la spugna scelse di buttarsi a capofitto nella progettazione di un lungometraggio: tra il 1934 e il 1937 prese forma Biancaneve e i 7 nani.

Il percorso di realizzazione fu difficoltoso e lungo, e la decisione di Disney di puntare tutto su Biancaneve fu definita dai più “pazzia”, tanto si era convinti dell’insuccesso del film e del fallimento catastrofico che ne sarebbe seguito. Ma Walt Disney non si lasciò trascinare dall’atteggiamento pessimistico di chi lo circondava e realizzò ugualmente quello che passerà alla storia come il primo lungometraggio animato in inglese e in technicolor (a colori).

Il successo fu strepitoso. L’incasso di Biancaneve arrivò a 8 milioni di dollari nel solo 1938 (circa 100 milioni di dollari al giorno d’oggi), la première ottenne la standing ovation del pubblico di Hollywood e Walt Disney divenne finalmente un personaggio di fama, nonché un’icona del film d’animazione.

Nel 1939 fondò i Walt Disney studies, e la squadra di Walt, che aveva appena concluso Pinocchio, si diede alla realizzazione di Bambi e Fantasia, concludendo intanto la produzione della serie di cortometraggi su personaggi quali Pippo, Pluto, Paperino e Topolino.

A partire dal 1941 la storia della politica estera Americana si intrecciò, in un rapporto che risulterà duraturo e non sempre redditizio, con quella degli studi della Walt Disney: Walt si ritroverà per un ventennio a svolgere il ruolo di funzionario diplomatico per il dipartimento di Stato sia personalmente sia attraverso la produzione di documentari, film e cartoni animati propagandistici, tutti a sostegno delle scelte Americane di quegli anni.

I suoi studi verranno sequestrati e adibiti all’Esercito Militare, e i cartoni animati realizzati per i militari stessi renderanno molto poco. Dumbo otterrà maggior successo di critica e pubblico, ma Bambi, lanciato nel 1942, non otterrà uguale e immediato successo, così come non troveranno molto consenso e pubblico altri cortometraggi realizzati nello stesso periodo.

Le difficoltà di trovare i fondi per la creazione e la diffusioni di nuovi lungometraggi, congelerà la produzione della Disney fino alla fine degli anni ’40, quando finalmente alcuni dei progetti elaborati riusciranno ad essere prodotti. Di questi i più importanti sono Alice nel paese delle meraviglie, Le avventure di Peter Pan e – last but not leastCenerentola .

Il resto è storia: la costruzione di Disneyland, il parco a tema Disney che Walt voleva fosse “il luogo più meraviglioso della terra”, il decollo dei Walt Disney studies, il riconoscimento ufficiale, planetario, del genio creativo Walt Disney, che morirà lasciando un vuoto incolmabile nel 1966.

Di Walt Disney si è detto di tutto e di più, al punto che è una delle figure più controverse del XX secolo. Da minaccia all’innocenza infantile ad antisemita; da filonazista ad agente segreto dell’FBI; da satanista a razzista, le accuse contro la sua persona hanno attraversato il secolo intero e sono giunte fino ai nostri giorni, amplificate da una famosa biografia pubblicata nel 1993 che demonizzava Walt Disney e inaspriva dibattiti destinati a non capitolare.

Certamente l’importanza della funzione pedagogica rivestita dai cartoni animati prodotti da Disney rendeva inevitabile che fossero sottoposti a critiche, a strumentalizzazioni da parte del potere (così come è avvenuto negli anni ‘40) e a giudizi che stabilissero se l’influenza dei modelli che costituivano fosse o meno positiva per i bambini di tutto il mondo che li imparavano e infine emulavano; ma quanto c’è di vero nelle dichiarazioni di colpa che gli sono state rivolte?

Qualche anno fa è stato pubblicato un video contenente tutti i messaggi subliminali presenti nella produzione Disney, che trovate qui. Il mondo si è spaccato in due, tra detrattori e sostenitori della tesi che Disney fosse un massone, ma se l’ideologia può facilmente confutarsi, le immagini inchiodano all’evidenza della presenza di simboli fallici e satanici contenuti in film per bambini, un dato che rende inoppugnabile e indifendibile la responsabilità – che sia minima o grave – di Disney.

Allo stesso modo, per quanto io non abbia alle spalle studi di semiotica, ritengo innegabile che i ruoli maschile e femminile, così come sono presentati dalla Disney, siano fortemente criticabili per il sessismo che manifestano: la percezione è lampante, specialmente se li si osserva con gli occhi di una bambina.

Ma vediamo perché, facendo un breve, intenso ed esemplifico excursus sui personaggi femminili della Disney creati durante e dopo la vita di Walt Disney stesso.

Il primo in ordine cronologico è Biancaneve.

Mettetevi nei panni di una bambina di 5 anni e provate a intuire quale insegnamento possa trarre da una figura totalmente priva di carattere, remissiva e dimessa, incapace di autonomia e indipendenza, dedita alla cura della casa, fautrice di una coincidenza perfetta tra salvezza, sicurezza e felicità – che oltre a giungerle dall’esterno sotto forma di autorità e legittimazione assume le fattezze di un Principe Azzurro qualunque – qual è Biancaneve.  Non serve molta immaginazione per prevedere che quella bambina coltiverà inconsciamente in sé la cultura dell’attesa e della dipendenza, nonché la consapevolezza che lo scopo primario di una donna siano il matrimonio e la famiglia, e non ne serve molta di più per capire che imparerà a confondere la bontà (valore indiscutibilmente positivo) con la sottomissione (valore indiscutibilmente negativo), al punto da praticare la seconda come evidenza della prima. La stessa dinamica si verifica in quasi tutti i cartoni animati della Disney, dove il “Vissero felici e contenti”  a cui le principesse aspirano diventa possibile solo per azione di un personaggio maschile, come se un principio e un percorso di autoaffermazione personale fossero inconcepibili per una donna. Cenerentola ha bisogno prima della magia e successivamente del Principe per potersi liberare dalla condizione servile;  Aurora (La bella addormentata nel bosco) non avrebbe nemmeno accesso alla vita se non ricevesse il bacio d’Amore da Filippo; Jasmine (Alladin) non andrebbe da nessuna parte senza il consenso del padre e l’intervento salvifico di Alladin.

Insomma, i personaggi femminili della Disney possono solo sperare, sospirare e attendere, ma non agire, pretendere o lottare per se stesse in piena autonomia e libertà.

E non ci si lasci ingannare dalle figure apparentemente emancipate che sembrano spezzare o ribaltare lo stereotipo disneyano della donna asservita al sistema patriarcale: la maledizione della dipendenza non risparmia nessuna. Iniziamo da Belle (La Bella e la Bestia), che incarna magistralmente l’impossibilità delle donne di autoaffermarsi in piena libertà. Dotata di senso critico e colta, consapevole e sensibile, intelligente e coraggiosa, autonoma e di carattere Belle costituisce un punto di rottura rispetto alle figure femminili antecedenti. Collabora attivamente alle invenzioni del padre, non cede alla lusinga della normalità nonostante venga considerata dagli abitanti del paesello in cui vive “una ragazza un po’ particolare” , si rifiuta di sposare il primo venuto (dinamica che caratterizza i personaggi femminili precedenti) perché, semplicemente, non lo vuole, e non intende rinunciare alla sua passione per i libri, coltivando l’ambizione di lavorare all’interno di una biblioteca. Belle – lo si intuisce fin dai primi minuti del cartone animato – è fatta di un’altra pasta, e proprio per questo verrebbe da credere che non possa fare la fine di tutte le altre prima di lei. Non sperateci: si ridurrà esattamente come tutte le altre, perché Papà Disney, dopo Dio, la Chiesa e la società, ha deciso che il suo destino – come quello di ogni donna che si rispetti – debba essere fare la massaia e rinunciare a se stessa per amore di un uomo. Pardon, di una bestia (che è ancora peggio). E così vediamo la potenziale sovversiva Belle diventare una Franca Viola mancata, rinunciare all’indipendenza e alla libertà a cui sembrava ambire, asservirsi felicemente alla Bestia, innamorarsene perdutamente (sindrome di Stoccolma?) e mettere in scena patetiche e ipotetiche virtù quali la pazienza, la bontà e la comprensione per essere ricambiata, in barba alle virtù intellettuali che ostentava inizialmente. Belle, dapprima mito, diventa improvvisamente m-on-ito: essere intelligenti, colte, autonome e coraggiose non porta a nulla, l’importante è essere buone, accomodanti, compiacenti e sottomesse, perché solo in tal modo può essersi felici. Belle è un simbolo di rinuncia alla libertà femminile due volte: la prima perché ricava la propria libertà da una condizione di prigionia e come se non avesse la libertà di essere libera; la seconda perché accoglie con arrendevolezza e contentezza la regressione che la sua vicinanza alla Bestia comporta, spacciando(se)la addirittura per amore.

Sul concetto d’amore elaborato dalla Disney si potrebbe scrivere un intero saggio, ma basti dire – poiché è quanto ci interessa in questa sede – che quello dei personaggi femminili che lo sperimentano è sempre un amore oblativo, cioè offerto senza chiedere alcun contraccambio; è sempre un amore che vuol dire “dedizione e sacrificio, accudimento e perdono”, per usare le parole di Ivana Castoldi. Basterebbe l’esempio di Belle, che presentandosi come eccezione scade nella regola e nella trappola dell’amore oblativo, a esemplificare l’amore femminino secondo la Disney, ma tale dinamica attraversa tutte le trame della Disney e caratterizza tutte le figure femminili, dando la percezione che non possa definirsi amore l’amore che non implica una rinuncia assoluta alla propria identità di donna in quanto individuo.

La giovane e carina Jane (Tarzan), per esempio, rinuncia a se stessa più e peggio di Belle per amore, tanto che rigetta la propria cultura, le proprie origini e perfino il proprio linguaggio per unirsi a quel troglodita di Tarzan, che, da uomo qual è, non abbandonerebbe mai il proprio territorio per amore. Ariel (La Sirenetta) fa lo stesso per poter rimanere con Eric, rinunciando all’oceano, agli affetti, allo stato di Sirenetta e alla sua natura per lui. E qui l’oblazione è ancor più evidente nella sua portata, perché per quanto Ariel desideri conoscere la terraferma è indiscutibilmente cosciente di non poter/volere abbandonare Atlantide in via definitiva:  assume questa posizione unicamente al momento dell’innamoramento, come se l’amore la legittimasse e al contempo costringesse a prendere una decisione tanto radicale che la annulli e realizzi nel medesimo istante.

Ma arriviamo a Pocahontas, che è l’estremizzazione di questo processo e la dimostrazione di come l’evoluzione tecnologica della Disney non abbia comportato alcuna evoluzione ideologica nella creazione del modello femminile. Pocahontas è l’unico personaggio femminile che si rifaccia a una donna realmente esistita, ed è anche l’unico personaggio femminile che si rifiuta di abbandonare il proprio mondo per amore di un uomo, ovvero John Smith. Apparentemente sembra che la Disney si sia finalmente convinta a lasciare che una donna scelga per se stessa e si sottragga all’amore ablativo, ma come sempre si tratta di un’illusione.

In primis perché Pocahontas ci viene presentata come una selvaggia nel corso di tutto il cartone animato, e dunque la sua rinuncia all’amore e la sua decisione a restare nella sua terra devono essere guardate secondo quell’ottica e interpretate come un chiaro rifiuto della civiltà (personificata da John) formulato da parte della bassa e rozza arretratezza (personificata da Pocahontas); in secundis perché di Pocahontas esiste un sequel in cui Pocahontas stessa cede all’amore oblativo per un uomo che si chiama ancora John, stavolta Rolfe. In tal modo Pocahontas non solo diventa l’emblema della privazione dell’amore come punizione per essere tanto selvatica, ma diviene la dimostrazione che infine ogni donna verrà annullata dal e nel suo stesso amore, per quanto indomita, libera e consapevole possa essere, assoggettandosi ad un amore oblativo. In parole più semplici, per quanti John la Pocahontas che è in noi possa rifiutare, prima o poi ne arriverà uno capace di civilizzarci all’asservimento assoluto.

E lo stesso concetto, seppur in termini diversi,  viene espresso da Tiana (La principessa e il ranocchio), che infatti viene trasformata in rana perché troppo libera e autonoma nel suo tentativo di autoaffermazione e solo successivamente, dopo aver imparato ad amare il ranocchio, ottiene l’opportunità di tornare ad essere umana, nonché comproprietaria (non unica proprietaria!) del ristorante che sognava. È con Rapunzel (Rapunzel) – ultima principessa firmata Disney –  che si ripropone la questione di un personaggio femminile in linea coi tempi, ma anche stavolta il motivo torna ad essere quello già presente nel filone iniziato da Belle: non importa chi e come tu sia, se donna la tua libertà sarà possibile solo in presenza di un uomo. Il messaggio è molto stemperato e vi è un’eco, nel personaggio di Rapunzel, di Mulan (la principessa guerriera che dovette fingersi uomo –  quindi non essere donna –  per poter essere ritenuta libera, di valore e socialmente utile: una figura filmica che risultò infine femminista ai media, non si sa come né perché), ma a parte questo anche  Rapunzel rappresenta un fallimento, l’occasione ormai perduta di creare un modello femminile finalmente capace di svincolarsi da quello tradizionale. Anche se forte, ribelle e consapevole, Rapunzel ha bisogno di Flynn per poter uscire dalla Torre e compiere il primo passo verso la libertà;  ha bisogno di Flynn per sottrarsi a Madre Gothel, poiché è lui a tagliarle i capelli e a salvarla dalla prigionia; e ha ancora bisogno di lui persino quando smette di averne bisogno, ormai giunta a conclusione del suo percorso, perché nonostante tutto una donna non è del tutto esaudita se non nella gabbia di un matrimonio, né può essere felice senza un uomo che la protegga.

Qualcuno ha sostenuto – che siano gli stessi che lo dicevano di Mulan? – che Rapunzel è un personaggio femminista perché è lei a scegliere autonomamente Eugène e ancora lei a salvarlo da morte certa. Peccato che la scelta avvenga su una gamma di uomini pari a 1, cioè Eugène stesso, e che il salvataggio avvenga attraverso una lacrima sbadatamente versata sul giovane. Dimenticate i draghi, dimenticate le spade, i combattimenti, le ferite, gli scudi, il fuoco, l’audacia e la forza, la furbizia e la prestanza fisica dei principi: noi, piccole Rapunzel, abbiamo le lacrime per salvare chi amiamo. Lacrime accidentali, dimesse e silenziose, arrendevoli e sconsolate come tutte le principesse della Disney, ma pur sempre – ovvio! – lacrime femministe.

La Disney è sempre la Disney, dicono in molti soddisfatti, e in effetti è vero: la Disney è sempre la Disney, specialmente se si tratta di personaggi femminili, visto che fa in modo che assumano di volta in volta forme e caratteri diversi per poi convergere in uguale destino e dimostrare d’avere identica sostanza.

Pungente ironia a parte, il mancato ricambio dei personaggi femminili potrebbe realmente essere uno dei motivi per cui i proventi della Disney sono in crescente calo: a fronte della Pixar, che sembra sempre essere al passo o addirittura in anticipo sui tempi, la Disney soddisfa sempre meno le aspettative delle bambine, che iniziano a guardare vagamente perplesse figure storiche dell’immaginario fiabesco quali Biancaneve & co. e si affezionano maggiormente a personaggi femminili più umani ed emancipati. È il caso di The Brave, ultimo nato in casa Pixar che ha ottenuto un successo di vendite straordinario. L’eroina del cartone animato ha innamorato adulti, bambini e bambine nella stessa misura. Non perché sia bella, ma perché il suo personaggio è fresco, nuovo, ribelle e tuttavia virtuoso nella ricerca di una libertà che non leda i rapporti affettivi. Merida non è costretta a scegliere tra la famiglia d’origine e quella che si costruisce per amore, finisce felice e contenta  solo per aver visto riconosciuta la libertà di scelta che era consapevole le spettasse, senza aver bisogno di un principe tra i piedi per esserlo. Merida partecipa ad un torneo non per suo padre – come Mulan – ma contro il padre e solo per se stessa, per ottenere la propria mano che significa la propria libertà. Merida è un personaggio vitale, dinamico e umano, tre qualità che la rendono più amabile di qualunque prodotto Disney.

Le principesse Disney sono immutabili, confinate nella loro perfezione, incastrate in una bellezza statica e vuota che le condanna all’immobilità, e l’alterazione che intendono riportare ad uno stato di equilibrio è esterna almeno quanto la sua risoluzione, come se tutto le riguardasse ma nulla le coinvolgesse al punto da indurle all’azione. Merida, invece (come quasi tutti i personaggi della Pixar), si perde e ritrova, lotta contro se stessa prima che con una possibile entità maligna, fallisce e riprova, sbaglia e si corregge, si confonde e poi schiarisce le idee, strepita e poi chiede scusa: è umana e imperfetta, pur essendo pura di cuore; è buona pur non essendo disposta a cedere se stessa per amore. E come tutti i personaggi della Pixar subisce e combatte un’anomalia che non è solo esterna come avviene nei cartoni Disney, ma è anche e soprattutto interna, a dimostrazione che il cambiamento interiore e quello esteriore si condizionano reciprocamente in un rapporto dialettico costante.

Si spera vivamente che a 110 anni dalla nascita del caro Walt Disney la Disney inizi a ripensare alle figure femminili che propone e produca un cartone animato che riscatti la donna mostrandola in tutta la sua forza, la sua energia, la sua autonomia e le sue abilità.

Intanto, che Walt non me ne voglia, meno male che c’è la Pixar.

7 comments

  1. Valentina

    Sinceramente, mi pare un’analisi piuttosto forzata.
    Ho visto il video sui simboli sessuali-satanici nei cartoni animati: in primis, per alcune scene, credo che solo una mente adulta e notevolmente tendenziosa possa attribuire determinati significati a certe scene, che risultano altrimenti del tutto inintelligibili da parte di bambini; in secondo luogo, non vedo quale attendibilità possa avere un video che termina asserendo che “la maggior parte di questi simboli sono stati rimossi nelle recenti versioni”, rendendo così impossibile la verifica della veridicità di quanto asserito, salvo disporre di versioni molto datate delle opere ivi descritte o avere accesso diretto agli archivi Disney.
    Ma ciò che più mi ha colpita è l’analisi delle figure femminili. Parliamo in massima parte di cartoni animati di decenni or sono: come viene giustamente ricordato, Biancaneve è del 1938; Cenerentola del 1950; La Bella Addormentata del 1959. Già una semplice contestualizzazione storica dovrebbe rendere superflua una visione così nefasta delle figure femminili, in quanto a quei tempi, che ci piaccia o no, la figura tradizionale della famiglia si imperniava su un modello di donna che, se nelle fiabe doveva essere “salvata”, nella realtà doveva sposarsi per poi essere mantenuta ed accudita, in cambio di totale abnegazione al marito ed alla famiglia, e che difficilmente poteva essere indipendente senza un uomo alle spalle. Possiamo stupirci che i cartoni dell’epoca riflettessero quella che era la realtà del momento per la grande maggioranza dei nuclei familiari, per quanto già ci fossero delle evoluzioni in corso (per fortuna!)? Senza contare il fatto che molti lungometraggi Disney sono la trasposizione di fiabe (La Bella Addormentata risale al 1697!), e per quanto possano essere state rivisitate (grazie al cielo! Ve la immaginate la Sirenetta che vede il Principe sedotto dalla Strega e si lascia morire per disperazione?), non avrebbero potuto nè allora nè oggi tramutare le principessine innamorate in “virago”: ciò può essere possibile solo per vicende originali, come ad esempio la storia di Merida, ultimo prodotto di casa Pixar (peraltro, di proprietà della Disney).
    Non condivido infine l’analisi dei personaggi femminili “falsamente emancipati”, come Belle, o Pocahontas. Non capisco come il messaggio della vicenda di Belle (premesso che anche questa storia è la trasposizione di una fiaba del 1756…), giustamente presentata come personaggio intellettualmente vivace, che rifiuta le attenzioni dello stereotipo maschile “figaccione tutto muscoli-niente cervello”, possa essere malvista solo perchè si innamora di una bestia (sindrome di Stoccolma?! Più banalmente, importanza dell’andare oltre le apparenze, morale della fiaba fin dalle sue origini) e va a vivere con lui al castello, dopo averlo salvato da se stesso con la forza del suo amore. Nel lungometraggio Belle da’ più volte prova della sua intelligenza, rifiutando Gaston in contrapposizione alle sue concittadine “oche” svenevoli che si taglierebbero un braccio pur di stare con Mr Muscolo, che le getta i libri nel fango. Che doveva fare quindi Belle, non innamorarsi nè essere ricambiata? E’ dunque l’amore, il crimine? L’amore è pazienza, tolleranza, persino sacrificio a volte: certo, non deve esserlo solo da parte femminile, è ovvio! Ma qui ritorniamo al discorso della contestualizzazione storica, che non voglio riprendere. In amore c’è un dare ed un avere da parte di due persone, e non riesco proprio a trovare valenze negative nella vicenda di Belle che, tutt’altro che sottomessa a una bestia che in principio la maltratta e le ringhia contro, invece di rinchiudersi nella paura, con la forza e la tenacia del suo carattere riesce nel tempo a tirare fuori il meglio dal cuore della Bestia, indurito da anni. Lei cambia lui, e non viceversa.
    L’analisi di Pocahontas, invece, non l’ho proprio capita, semplicemente perchè, personalmente, ho sempre ritenuto Pocahontas il personaggio “superiore”, tutt’altro che “selvaggia”: anche qui, lei insegna ad un inizialmente arrogante John Smith cosa significa essere veramente civili, amare la propria terra e gli esseri che la popolano al di là delle differenze. Ed il suo restare nella sua terra non l’ho mai visto come rifiuto della civiltà, ma difesa della propria appartenenza a qualcosa, pur essendo costretta a sacrificare l’amore per questo: se John Smith non fosse stato ferito, sarebbe stato lui a rimanere, mentre viene riportato in Inghilterra solo per sopravvivere, e lei decide di non seguirlo (ed in questo la Disney a maggior ragione voleva far passare questo messaggio, in quanto nella realtà storica Pocahontas venne subito in Inghilterra; il seguito “Pocahontas 2” non rileva granchè, non essendo un lungometraggio da cinema ma solo uno degli innumerevoli seguiti fatti per motivi di “cassetta” e visti da molto meno pubblico; se non ricordo male, allora, c’è anche un seguito de “La Sirenetta” in cui Ariel e sua figlia tornano nel mare…).
    Mulan? Sempre lo stesso discorso: in una realtà estremamente maschilista come quella giapponese, solo travestendosi da uomo Mulan poteva inseguire i suoi sogni, salvo poi far ricredere tutti grazie al suo coraggio ed al suo valore, dimostrando così l’infondatezza dei pregiudizi. In questo sta proprio la denuncia del pregiudizio!
    Non ho visto i film d’animazione più recenti quali “La principessa e il ranocchio”, “Rapunzel”, ecc. quindi non mi pronuncio.
    Saluti e complimenti per il sito!

    • Luisa Rinaldi

      |Author

      Innanzitutto ti ringrazio per le osservazioni, le critiche e le impressioni che hai sviluppato e postato in risposta all’articolo: è per me di fondamentale importanza che da ciò che scrivo possano scaturire dei dibattiti, se intelligenti ancor più.

      In primis volevo specificare che i disegni satanici e sessuali contenuti nei cartoni animati Disney, su cui mi sono molto poco soffermata, sono e sono stati definiti e ritenuti “subliminali”, ove subliminale significa, in senso etimologico e letterale, al di sotto della soglia del pensiero conscio. In virtù di ciò è ovvio che i bambini non abbiano mai percepito o anche solo dubitato della presenza di suddette figure, durante la visione di un film d’animazione, ma è altrettanto ovvio – perché evidente – che al di là della consapevolezza infantile quegli elementi estranei venivano inseriti in fotogrammi rispetto ai quali risultano inopportuni e sgradevoli. In secundis io stessa mi sono accuratamente informata prima di segnalare il video, considerando doveroso l’accertamento della veridicità della tesi che mi preparavo ad esporre, e oltre ad aver visto l’argomento trattato in giornali di fama internazionale quali il New York Times (un dato che mi ha indotta a considerare che non potesse trattarsi di semplici illazioni), ho constatato personalmente che nella versione del 1990 di Bianca e Bernie è presente la donna in topless a cui si fa riferimento nel video (la cassetta verrà ritirata dal commercio nel ’99).

      Per quanto riguarda l’analisi dei personaggi femminili da me presentata, la contestualizzazione storica e la rivisitazione di fiabe precedenti operata dalla Disney cui tu fai cenno non annullano l’utilità e la sensatezza delle mie critiche, sia perché ogni rivisitazione è un’arbitraria interpretazione ideologica e non una banale trasposizione filmica (un dato che attribuisce una specifica responsabilità alla Disney al di là di quanto si sia Sartriani); sia perché le figure femminili da me trattate hanno costituito per i decenni successivi e continuano a rappresentare ad oggi un modello infantile da seguire e imitare. In questo senso i cartoni della Disney sono databili ma non datati, non solo perché i bambini li guardano ancora e li guardano nell’incoscienza che siano antichi, ma anche e soprattutto perché la Disney si ostina a spacciare – riuscendoci – quegli stessi cartoni (e i modelli che incarnano)come attuali, una tendenza che le riedizioni dell’ultimo decennio (anche in 3D) e la vendita in perpetuum di oggetti che li ripropongano confermano.

      Le mie interpretazioni delle fiabe così come le hai lette e nei termini in cui le ho poste, sono giunte con la mia maturazione. Da piccola avevo l’ossessione di imparare a memoria tutte le battute dei personaggi dei cartoni animati, una mania che mi ha richiesto di guardarli decine e decine di volte. Il mio cartone preferito è stato, per oltre un decennio, “La Bella e la Bestia”; le motivazioni di tale incondizionato amore sono le stesse che tu hai elencato. Poi, l’illuminazione. Il mio accanimento su Belle è dovuto alla delusione e alla percezione di tradimento che sono seguite alla consapevolezza di quanto fosse falso il simbolo che incarnava e io avevo tanto a lungo seguito e ammirato. E se possibile nei sequels che sono stati realizzati la sua involuzione è ancor più visibile rispetto a quella che ho segnalato nell’articolo: lotta per ottenere una festa di Natale, proprio lei così poco attenta alla forma e al superfluo; media per il perdono di altri personaggi, perdonando lei stessa – puntualmente e senza eccezioni – la Bestia, qualunque cosa faccia. A diciott’anni sono arrivata a chiedermi tra lo sgomento e la malinconia che fine avesse fatto Belle, e perché – dopo tante letture sulla condizione della donna – mi sembrasse così lontana e sconfitta. Belle e la Bestia si cambiano vicendevolmente, ma mentre lui migliora sotto l’influsso femminile, o meglio lo fa supporre per poi tornare di tanto in tanto ai soliti costumi, lei si allontana progressivamente dal mondo, dimentica l’indipendenza, rimpicciolisce la sua stessa vita e si prende carico della Bestia come fosse se stessa. Niente di diverso dalle migliaia di storie reali di donne che abbandonano l’università per la famiglia; che vivono con delle Bestie ma hanno sempre l’illusione che cambino o migliorino; che dimenticano se stesse per svolgere il ruolo di madri e mogli, covando un disagio senza voce al loro interno che si traduce nell’attenzione esagerata agli eventi mondani. Per te sono solo cartoni, per te è storia di ieri, ma purtroppo è anche realtà ed è anche storia di oggi, e se solo le donne contemporanee non si illudessero di aver concluso il percorso di emancipazione e parità tra i sessi se ne accorgerebbero.

      L’amore non è un crimine, ma lo diventa in presenza di specifiche condizioni, lo diventa ogni qualvolta una donna si annulla in suo nome rinunciando al suo contatto col mondo esterno per divenire principessa della casa, che è il suo regno privato. A un uomo non succede mai, che sia nel simbolico o nel reale: il suo ruolo nel mondo, per le strade, sul luogo di lavoro esterno alla residenza è talmente ovvio che nessun uomo o donna lo metterebbe mai in discussione o gli anteporrebbe altri ruoli. Succede da sempre e speriamo non per sempre alla donna, perché solo a lei è richiesta una scelta, perché solo lei, per un subdolo meccanismo sociale, è costretta a scegliere tra se stessa e la famiglia, in un aut-aut che ne mortifica metà delle potenzialità e che le esige un sacrificio con cui un uomo non dovrà mai confrontarsi.

      Che sia Belle o qualunque donna X, che sia Pocahontas o una qualsiasi straniera, le donne della Disney e quelle reali sembrano segnate da un destino comune e inevitabile, che è stato partorito da un’ideologia maschilista e battezzato come “Natura” perché potesse risultare dogmatico e inconfutabile. Questo è quanto volevo denunciare, sviscerando il simbolico Disneyano che è la proiezione emblematica di tale dinamica. E certo si può interpretare a proprio modo il personaggio femminile di turno, l’interpretazione è sempre relativa e in quanto tale lecita e giusta rispetto a se stessa, ma non si può negare che vi sia qualcosa di storto nell’impostazione del ruolo femminile, pragmatico o fiabesco, né che vi sia qualcosa di distorto nel modo in cui le donne vengono guardate e indotte a guardare a se stesse.

      Quest’ultimo aspetto è il peggiore a mio parere, perché le donne hanno imparato a guardarsi con occhi maschili al punto da rischiare di perdere bellezza, energia, risorse e carattere distintivo. Abbiamo assorbito una visione d’insieme maschile e imparato a raccontarci che è la nostra, che ci appartiene per nostra scelta e ci è ideale. Ecco perché bisogna ribaltare i simboli femminili, rivoltarli come calzini ed evidenziarne le falle, gli errori, le imperfezioni delle loro convinzioni. Ecco perché, ora che Walt Disney è morto, è necessario che impariamo a far fuori la Biancaneve che è in noi (perché in tutte noi c’è, checché se ne possa credere).

  2. Valentina

    Ti ringrazio per la risposta, che mi ha ulteriormente chiarito la tua interpretazione.
    Per quanto riguarda la simbologia, in effetti la donna in topless è l’unica scena che ho considerato veramente “inquietante” (nel senso che, se realmente presente, doveva essere stata inserita durante il montaggio, non essendo evidentemente solo il frutto di una maliziosa interpretazione della scena) e se mi dici di averla vista personalmente non posso che crederci, esprimere il mio disgusto e augurarmi in cuor mio che si sia trattato di un qualche genere di errore. Sul resto, pur comprendendo che possa trattarsi di messaggi subliminali e non di richiami espliciti, resto della mia opinione che certi significati attribuiti ad alcune scene siano proprio “tirati per i capelli”, fermo restando che non è il mio campo e posso sbagliarmi fino a prova contraria.
    Ho letto con piacere le tue ulteriori osservazioni sull’universo femminile disneyano, e ti dirò che, emergendo dalla dimensione “cartoon”, sono d’accordo con te su molti aspetti. Continuo a dissentire su quella che, a mio avviso, è un’eccessiva “criminalizzazione” dei cartoni in quanto tali, forse proprio perchè, come giustamente osservi, per me sono solo cartoni che servono a far sognare i bambini nell’unica fase della vita in cui possono farlo senza porsi i miliardi di problemi e riflessioni che attanagliano noi adulti. In quei cartoni, nonostante tutto, continuo a vedere la trasmissione di valori etici positivi, la classica “morale” delle fiabe secondo cui, nonostante tutte le difficoltà e le prove, “il bene alla fine prevale sempre sui malvagi”. Poi è vero che i bambini guardano i cartoni senza avere idea della dimensione storica cui facevo riferimento nel precedente commento, ma col tempo l’avranno, e nel frattempo non credo ci sia niente di male se una bimba continua a sognare il castello ed il principe azzurro: l’abbiamo sognato tutte, poi siamo diventare ragazze, poi donne, ed abbiamo iniziato a confrontarci con la vita e con l’altro sesso, ciascuna secondo le proprie idee ed esperienze ma, credo e spero, nessuna con la “sindrome di Biancaneve” causata da Biancaneve, quanto da tutti messaggi (non subliminali, purtroppo!) che a tutt’oggi arrivano a noi donne da parte della società, dell’ambiente in cui viviamo, eventualmente anche da parte delle nostre stesse famiglie. E’ a questi messaggi, che arrivano continuamente quando il tempo dei sogni infantili è finito e si inizia a cercare di farsi strada nella vita, che do la colpa di una visione della donna come l’unico soggetto che deve sempre essere buona, disponibile, paziente e farsi in 4 per gli altri, frustrando eventualmente le proprie aspirazioni in quanto “è il suo ruolo”.
    Personalmente credo che la strada dell’emancipazione femminile sia tutt’altro che conclusa, anzi ti dirò che mi sento un tantino presa in giro, perchè mi pare che l'”uguaglianza fra i sessi” abbia spesso e volentieri causato solo un doppio lavoro per la donna, mentre il ruolo maschile non è messo in discussione da nessuno, come giustamente facevi notare nel tuo commento. Si sfotte la donna casalinga perchè “vive sulle spalle del suo uomo” (mai considerato che magari quella specifica donna possa avere il desiderio intimo e cosciente di curare la sua famiglia, non perchè indotta a farlo ma perchè è ciò che vuole?), così come si critica ferocemente la donna manager perchè “è assente come moglie e come madre”: d’altronde, le vie di mezzo sul lavoro sono comunque mal sopportate, e così le donne sono costrette ad un difficilissimo equilibrismo mentre la parte maschile prosegue la solita routine come ha sempre fatto nei secoli dei secoli. E, se è vero che agli uomini fa comodo, le donne stesse non sono esenti da responsabilità per questa situazione, sia quelle per cui andare a uomini si traduce in “usare la propria avvenenza per andare a soldi” (e ne conosco tante purtroppo), sia quelle che ritengono che essere femministe significhi scimmiottare gli uomini atteggiandosi ad aggressive virago. La parità reale è ben lungi dall’essere raggiunta, e richiede un profondo cambiamento culturale che richiederà tempo e sul quale al momento sono purtroppo pessimista, specialmente in questo Paese ahimè: a tal proposito ricordo che due o tre anni fa fu proposto un emendamento alla riforma delle pensioni targata Tremonti, se non erro, che prevedeva che le donne (!) potessero andare in pensione qualche anno prima affinchè potessero curare i genitori/suoceri anziani (!!!): quanto mi infuriai! E perchè mai tale possibilità (che poi non andò in porto) doveva essere riconosciuta solo alle donne?!? Perchè la donna deve accudire e sporcarsi le mani, l’uomo casomai lavora e paga una casa di riposo…grrr!!!
    Ora mi fermo perchè mi rendo conto che so divagando ed il discorso diventerebbe troppo ampio e fuori tema, spero comunque di aver chiarito la mia posizione e ti ringrazio ancora per la bella discussione!

  3. Daniele

    Bellissima ed accuratamente dettagliata la tua descrizione dei cartoni Disney, anche io ho sempre pensato che in questi cartoni ci fosse al di là del “semplice” (fra virgolette) messaggio subliminale descritto nel video da te pubblicato su youtube….ho sempre pensato che il vero messaggio inviato sia in verità il modo di fare e di vivere di questi personaggi disney, facendo radicare questi modi ai bambini che guardano migliaia di volte questi cartoni ! Bravissima !!

  4. PersonaanonimaperfavoreNONrisp.NougualeNo.

    Biancaneve, per citarne una non è una fiaba, una favola come quella di Ovidio o di … … …, di tipo morale con un insegnamento. Ma una sorta di parodia di fatti storici, quotidiani, di cronaca nera realmente accaduti. La storia di Walt, da lui in alcuni punti migliorata e resa adatta più o meno a tutti; si ispira ad una favola o fiaba Grimm. Ispirata a sua volta, così si vocifera in giro a fatti di cronaca nera del medioevo. Nella storia originale, la strega cattiva non è la matrigna, ma la madre pazza di Biancaneve, il padre, il re non è morto, è talmente innamorato, da apparire uno smidollato, il Principe azzurro non è poi così azzurro, e si sospetta abbia tendenze “necro – omo – pedo – sessuali”. Biancaneve non rischia la vita perchè bella ed ubbidiente, ma più che altro perchè ribelle ed incosciente. La strega cattiva non viene perdonata, ma brutalmente uccisa. Il Principe azzurro non sveglia Biancaneve con un bacio, ma con un operazione grazie alla quale sputa la mela che aveva ingoiato, senza masticarla, e di conseguenza la stava soffocando; in altre versioni precedenti quella degli anni 30, a suon di cazzotti e sberle, o i nani per sbaglio.
    Gli unici che si salvano sono i nani, forse.
    PersonaanonimaperfavoreNONrisp.NougualeNo.

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