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Un marziano a Rimini. Cinema Grattacielo atterra nelle sale.

Ventinove piani, cento metri di altezza, più di duecento appartamenti. Il grattacielo di Rimini, da quasi sessant’anni, domina la città con la sua immensa mole. Ultimato nel 1960, lo stesso anno in cui uscì La dolce vita, l’edificio incarna appunto le speranze di quell’epoca, l’utopistica fiducia nel benessere e il progresso. Era il periodo del boom economico, della modernità a tutti i costi, e Rimini, futura capitale balneare d’Italia, sentiva il bisogno di credersi già tale. Quattrocento bombardamenti ne avevano devastato il 73% della superficie, il resto erano macerie. Si trattava, letteralmente, di risorgere dalle proprie ceneri. Puntare quindi verso l’alto, scongiurare l’impotenza erigendo un grattacielo: ecco le fondamenta di questo nuovo totem. L’esigenza di un riscatto era infatti trasversale, e fu un sindaco comunista – l’avvocato Veniero Accreman – a inaugurare, nella rossa Romagna, il primo vero monumento al capitalismo. L’idea democristiana del «turismo da cartoccio» era, in fin dei conti, preferibile alla mondanità elitaria promossa dal fascismo e, proprio per questo, del tutto coerente con la proletaria (o borghese?) cultura della fabbrica. Tutto doveva essere alla portata di tutti. Rimini come paese delle meraviglie, Fiabilandia, palcoscenico illuminato dai riflettori del suo faro. Così la descrive Tondelli, e così era infatti la città negli anni Ottanta.

orizzonte

Nei decenni che seguirono, il baluardo si ridusse però a rudere. Sempre più simile alla sua essenza, allo scheletro della sua struttura, quel cerotto divenne esso stesso una ferita. Un monolite che turba, e deturpa, il paesaggio. È su questa lesione, dell’immaginario più che urbanistica, che interviene Marco Bertozzi, inquilino del grattacielo e suo abile ritrattista. Le riprese di Cinema Grattacielo – documentario tra i vincitori del Biografilm Festival 2017 – ci conducono nelle rughe delle facciate, all’interno delle intercapedini, nelle arterie dove “si sniffano le puzze di tutto il mondo”. Diciotto nazionalità abitano oggi questo palazzo, rappresentandone l’anima solitaria e cosmopolita. La società ha cambiato volto, e il grattacielo anche. Decaduto è infatti l’ideale di cui era icona, e decadente è ora la sua voce: quella dell’emiliano Ermanno Cavazzoni. Già sceneggiatore de La voce della luna, forse la più surreale tra le opere di Fellini, lo scrittore compone qui un nuovo e lunatico poema. Le persone che si aggirano in questi luoghi, e che popolano in generale la provincia romagnola, sono infatti personaggi a dir poco allucinati, dei quali le inquadrature panoramiche di Bertozzi sembrano restituire, più che distorcere, l’intima natura. Dialoghi improbabili si alternano ad assurde liti condominiali, mentre lezioni di cinese si tramutano in party psichedelici. Quella cui assistiamo è una furibonda recita collettiva, un happening non dissimile dallo spettacolo Campanelli, organizzato nel 2008 da Michele Bertelli e andato in scena proprio in questi corridoi. Non siamo affatto lontani, a ben vedere, dalle intenzioni del progettista Raoul Puhali, secondo cui la struttura avrebbe dovuto, inizialmente, ospitare persino un teatro. Il grattacielo triestino di via XX settembre, da lui sempre realizzato, in effetti accoglieva un multisala: il Cinema Grattacielo.

manifestoIn un’altra sala dall’altro lato dell’Adriatico, nella parrocchia di Bellariva, fu proiettato in quegli stessi anni Inferno di cristallo. Era il 1975 e, all’ombra della torre riminese, si cominciò a temerne l’incendio ed il crollo. Paure ataviche e psicosi collettive allontanarono i cittadini da uno dei loro simboli, ritenendolo una mera piattaforma per suicidi. Per quanto queste voci non trovino conferma, è però innegabile che l’edificio abbia un ché di perturbante. Delfini che nuotano nei sotterranei, ghepardi che si aggirano al XX piano… Bertozzi è magistrale nel mettere in scena, attraverso sequenze che non sembrano nemmeno animate, le fobie che vivono nella mente degli abitanti. Ma chi vive, invece, in questa torre di Babele?

C’è il portiere Alvaro col suo amico cinese, i simpatici gemelli Ceccarelli, Giovanni e il suo compagno Lloyd. Ci sono pranzi nei pianerottoli e fiocchi blu alle porte, tutto è bizzarro e al contempo familiare. Si potrebbe abitare qui senza frequentare nessuno, nel totale anonimato, eppure è inevitabile sentirsi una comunità. Isolati tra di loro ma visibili da tutti, per questi inquilini è più facile allontanarsi, avendo sempre casa loro sotto gli occhi. La stazione è vicina, si sente anche il nautofono, e il maestoso blocco cementizio sembra agevolare gli scambi anziché impedirli. Flussi migratori lo attraversano continuamente, tanto umani quanto animali. Capita che rondini entrino dalle finestre, facciano qui il nido per poi subito ripartire. Ovunque si insinua il vento, e la natura con esso. Al XX piano si allestisce addirittura un bioparco, più in alto ci si spaventa per il troppo azzurro del cielo. La vertigine intacca la volontà di dominio. Il grattacielo è infatti il luogo delle contraddizioni, vi convivono l’ebbrezza e il panico, e se c’è una forza che lo mantiene stabile è la sua innata precarietà. L’immaginario si modifica con lui. Invece di un “soggiorno di collina in riva al mare”, come prometteva una réclame dell’epoca, il condominio sembra oggi tendere verso altre mete. La sua struttura ricorda infatti una rampa di lancio, non dissimile da quella che compare in e destinata, come questa, a naufragare.

Immagini entrambe eterne, entrambe proiettate in un futuro ormai passato.

Photocredits: www.aamod.it, www.facebook.com/cinemagrattacielo

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