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Cronaca personale del #SalTo30

Di ritorno dalla trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, porto a casa felicità mista a stanchezza, senza contare la valigia pesante a causa dei miei numerosi acquisti. Dalla mia ultima visita al Salone erano passati due anni e devo ammettere che per questa trentesima edizione, avevo grandi aspettative. Avevo seguito in diretta la conferenza stampa ad aprile in cui Nicola Lagioia – senza mai fermarsi – aveva sciorinato non so quanti nomi e quanti eventi. Di certo le mie aspettative erano quelle di molti altri, soprattutto dopo il tentennamento di spostare il Salone a Milano. Poi, si sa come è andata: si è optato per due Saloni. Non sono stata a Tempo di Libri, ma ho vissuto tre giorni (19-20-21 maggio) intensi in quello di Torino e l’ho trovato reinventato rispetto all’edizione del 2015. Anche i saltonumeri, a quanto pare, sono stati più che soddisfacenti: durante la conferenza stampa finale si è detto che i visitatori sono stati 165746 mila, 140746 sono stati gli ingressi complessivi registrati presso il Lingotto alle ore 16 del lunedì e 25230 i partecipanti alle iniziative organizzate in città. Il titolo di quest’anno era Oltre il confine, un titolo bellissimo, a parer mio, per tutto quello che sta succedendo oggi nel mondo e per (di)mostrare quanto i libri, la letteratura e la cultura in generale possano ampliare i nostri orizzonti, farci respirare e farci vivere cosa c’è dall’altro lato. L’idea di Oltre il confine è stata esplorata e magnificamente realizzata da Gipi nella sua illustrazione per il Salone in cui una ragazza, in piedi su un libro aperto a metà che fa da tramite tra un posto e l’altro, scorge l’orizzonte.

Il mio primo giorno di Salone, sinceramente, l’ho passato a fare due file infinite per due dei tre incontri a cui ha partecipato il tanto atteso Daniel Pennac, che proprio anni prima, in un’altra edizione del Salone, aveva detto che con i Malaussène aveva chiuso. Andiamo per ordine. Il primo incontro si è tenuto il 19 maggio alle ore 12 in Sala Professionali, parte di un ciclo di incontri intitolati Lo scrittore e il suo doppio, in cui gli scrittori dialogavano con i propri traduttori. Ilide Carmignani ha fatto da relatrice all’incontro tra Daniel Pennac e la sua storica traduttrice italiana, Yasmina Melaouah. È stato un incontro molto interessante in cui pennacPennac ha parlato anche degli altri traduttori stranieri. La cosa più curiosa, forse, è stato il rivelare che la frase «Il traduttore è lo psicanalista dello scrittore», attribuita a Pennac, in realtà non è nata da lui. Pennac, ridendo, ha raccontato che si trovava a una conferenza sulla traduzione. C’erano tante personalità importanti e, arrivati al fatidico momento delle domande in cui tutti vogliono farsi notare (testuali parole di Pennac n.d.a), qualcuno chiese a Pennac: «Il traduttore può essere considerato lo psicanalista dello scrittore?». Pennac chiese anche al pubblico cosa ne pensasse e tutti annuivano compiaciuti, da qui la frase erroneamente attribuita a lui (alla fine, però, ha detto che concorda con chi ha proferito la frase). Ilide Carmignani ha anche sottolineato che Pennac ha voluto, fin dall’inizio del suo contratto con Feltrinelli, che parte dei diritti andassero a Yasmina. La stima che Pennac prova per la sua traduttrice è stata espressa in un aneddoto da lui stesso raccontato. Il terzo volume della saga dei Malaussène si intitola in francese La petite marchande de prose, e Pennac ha raccontato che era davvero curioso di come lo avrebbe reso Yasmina perché letteralmente il titolo in italiano non suona bene (sarebbe La piccola commerciante di prosa). Yasmina, invece, ha trovato un bellissimo titolo, molto orecchiabile che probabilmente i fan di Pennac conosceranno bene: La prosivendola. Quando la parola passa a Yasmina, le viene chiesto come traduce l’argot, registro linguistico e criptico che viene parlato in Francia (una sorta di slang). La Melaouah ha detto che per evitare che un lettore non capisca preferisce non utilizzare i dialetti. Al contrario, ricerca delle parole appartenenti all’italiano corrente che possano essere note sia nell’Italia del nord che in quella centrale e meridionale. L’incontro si è concluso con Pennac che consiglia ai giovani traduttori di entrare in contatto con il testo e con la richiesta di inviargli delle parole intraducibili nelle altre lingue perché sta lavorando a un dizionario.

Il secondo incontro a cui ho partecipato era forse il più atteso, tanto che io e Adriano abbiamo fatto più di un’ora di fila per poterci accaparrare un posto. Ospite dell’incontro sempre Daniel Pennac che ha dialogato con Stefano Montefiori su Il caso Malaussène. Mi hanno mentito, pubblicato a fine aprile da Feltrinelli. La prima domanda, forse d’obbligo, è stata «Perché tornare ai Malaussène?». La risposta di Pennac è stata semplice, ma non scontata: «La società è cambiata, io no. È una sorta di follia, per cui ho voluto ricercare la lingua del primo Malaussène». Ma non si è parlato soltanto di Malaussène e della trama del romanzo. Pennac è un autore che si mostra molto sincero, cordiale e ironico. Si è parlato di autofiction, di come chi se ne occupi sia convinto di detenere la verità assoluta e di quanto – in realtà – faccia ridere, sembrando un personaggio da romanzo. Si è parlato anche di internet che sembra avere preso il posto della vita reale, «Internet imita la vita reale. Adesso finge pure lui», dice l’autore ridendo. Argomento forse un po’ spinoso, ma prevedibile, è stato domandare a Pennac che cosa ne sarà adesso della Francia, reduce dall’elezione di Macron. Pennac ha iniziato dicendo che in Francia si è soliti criticare le nuove generazioni perché sono nullafacenti, sempre attaccati al cellulare, non leggono, non vivono «e poi cosa fanno i francesi? Eleggono un presidente di 39 anni!». Questo scatena il riso in sala. Pennac, però, non vuole parlare di politica e – non so se lo avesse previsto o meno – risponde ricollegandosi al tema principale del Salone, quell’Oltre il confine di cui parlavamo prima. Si domanda come sarebbero le generazioni di oggi se i loro genitori li avessero mandati ogni anno in uno stato europeo, «parlerebbero molte lingue, saprebbero molte più cose di noi. È questo a cui voglio dedicarmi: un’Unione Europea unita». Dopo la conferenza, come da copione, Pennac ha firmato le copie. Inutile dire quanto fosse lunga la fila. Un po’ stanca, io, ho passato l’ultima ora a girovagare per il Salone, facendo un salto allo stand dei Nuovi Editori Indipendenti in cui si trovavano Intermezzi Editore, Miraggi Edizioni, Neo Edizioni e Las Vegas Edizioni. Lì ho avuto la fortuna di incontrare Carlotta Borasio, che si occupa dell’Ufficio Stampa e della Comunicazione di Las Vegas Edizioni, e Lorenzo Vargas, che ha da poco pubblicato con Las Vegas Edizioni il suo ultimo romanzo Una più del diavolo. È stato bello chiacchierare con loro, così come con altri espositori (Biancoenero Edizioni, Notes Edizioni, Intermezzi Editore, Tunuè, Bao Publishing, per citarne alcuni). Tutti sono stati gentili e disponibili, si è chiacchierato del più e del meno, ma soprattutto al Salone si è respirata, fin dal primo giorno, un’aria intrisa di amore per i libri. Senza contare la mia soddisfazione personale nel vedere bambini che acquistavano libri e fumetti in tanti stand in un periodo in cui di lettori non ce ne sono molti.

Il mio secondo giorno al Salone è cominciato girovagando un po’ qua e là tra i vari stand. Alle 14 sono andata allo Spazio Eventi per la presentazione del volume I graphic novel da leggere a vent’anni, edito da Asino Edizioni e a cura di Elena Orlandi, Alessio Trabacchini, Emilio Varrà. Ospiti dell’incontro erano Ratigher, fumettista e direttore editoriale di Coconino Press, e Manuele Fior, fumettista anche lui. L’incontro è stato interessante, soprattutto perché si è parlato proprio dell’espressione graphic novel (romanzo grafico) che altro non è che fumetto. Ancora oggi sul termine ci sono varie dispute, il graphic novel è un fumetto a tutti gli effetti, semplicemente non è seriale, ma inizia e termina nellolicia maglietta stesso volume. Ratigher e Fior hanno parlato dei fumetti che leggevano a vent’anni, di quelli che leggevano ancor prima di avere vent’anni, di come si sono approcciati al mondo del fumetto. I due curatori che interloquivano con i fumettisti hanno anche parlato della realizzazione del volume e di come – a malincuore – abbiano dovuto escludere molti titoli. Di certo, il momento più emozionante della giornata è stato alle ore 17 in Sala 500: L’omaggio a Kent Haruf il cui ultimo romanzo, Le nostre anime di notte, è stato pubblicato postumo qualche mese fa da NN Editore. Kent Haruf è morto il 30 novembre del 2014. I suoi romanzi sono stati pubblicati da NN Editore e tradotti da Fabio Cremonesi. Haruf ha creato e ambientato i suoi romanzi a Holt, cittadina immaginaria.

È il 13 febbraio. Ho qui con me una copia dell’ultimo romanzo di Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”. Il 30 novembre del 2014 Haruf è andato a vivere nella sua Holt. Si è trasferito là per sempre, nessun biglietto di ritorno, accanto alle persone di cui ci ha raccontato, e certamente scrive ancora ma non potremo leggere i suoi prossimi romanzi, perché verranno pubblicati e letti solo a Holt. Magari scriverà di noi che siamo ancora qui, racconterà le nostre storie, i nostri drammi silenziosi, le nostre vite quotidiane e la tristezza e la felicità. Le nostre anime di notte… (Elena Varvello)

Andrea Vitali ha cominciato l’omaggio leggendo dei passaggi che descrivevano Holt. Appena finito, ha lasciato la sala mentre una canzone dei Dream Teather andava in sottofondo. Terminata la canzone, Licia Maglietta si è presentata in sala e, sistematasi di fronte al leggio, ha cominciato a leggere passaggi de Le nostre anime di notte, mettendoci passione e impegno. Tutti gli spettatori erano incantati dalla sua voce, a volte bassa per interpretare il personaggio maschile, a volte un po’ più calma e imbarazzata interpretando Addie, la protagonista femminile. Licia Maglietta ha recitato divinamente tanto da farmi commuovere (cosa rarissima). Alla fine, è salito sul palco Fabio Cremonesi, traduttore di Haruf, che ha fatto una vera e propria visita guidata di Holt. Sono uscita dalla sala affascinata.

L’ultimo giorno (domenica 21) ero pervasa dalla stanchezza. Ho preferito fare un giro e svuotare il portafogli portandomi a casa parecchi volumi. Data la spossatezza e il male ai piedi, ho passato dieci minuti nella Sala del Silenzio a cui si accedeva tramite delle vere e proprie banconote da dieci minuti. Mentre sentivo il vociare fuori, in quella stanza poco illuminata, ho pensato che – nonostante la stanchezza – questa trentesima edizione del Salone è stata spettacolare. La gente che mi circondava (non tutta, ovviamente) era lì per il mio stesso motivo, quella passione che solo poche cose nella vita ti sanno dare. Durante il mio viaggio in treno ho sorriso. Ho pensato che ho sempre amato la letteratura perché mi ha fatto e mi fa sentire meno sola, è una sorta di terapia intensiva.  E ho pensato: «Chissà quanto sarebbe bello se tutti la pensassero così». Adesso, bisogna pensare alla prossima edizione, speriamo sia sempre così piena di vita e di parole.

L’immagine di copertina è stata presa da www.salonelibro.it; le altre fotografie sono state scattate dalla sottoscritta.

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