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Festival della Fotografia Etica – Il mondo attraverso le immagini

Da quando, per puro caso, ho adocchiato la locandina del Festival della Fotografia Etica, non ho fatto alto che pensare “devo vedere questa mostra”. E così ho fatto. Tenutosi a Lodi dal 7 al 29 ottobre, il Festival della Fotografia Etica è giunto alla sua ottava edizione e ogni anno richiama visitatori, giornalisti, esperti del settore e appassionati da tutta Italia e non solo. Quest’anno ad esempio, stando alle cifre pubblicate dai membri dell’organizzazione, si è registrato un aumento di partecipanti pari al +35% rispetto al 2016, con un totale di più di 15.000 persone in soli quattro fine settimana: «Una conclusione così positiva che ci riempie di energia per i tanti nuovi progetti che inizieranno il prossimo anno», si legge sulla pagina facebook del Festival. Esposizioni, installazioni artistiche, immagini che hanno tutte un unico obiettivo: raccontare il mondo, immortalandone gli aspetti più drammatici e più attuali, facendo breccia nel cuore e nelle mente dell’osservatore che si trova catapultato in centinaia di realtà diverse, pur rimanendo in unico luogo. Il Festival della Fotografia Etica, con le sue 34 esposizioni, ci racconta con le immagini lo spaccato di determinate storie che non potrebbero essere narrate in altro modo.

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“Ci sono cose che devono semplicemente essere viste”, si legge sul pannello informativo della mostra NOOR by NOOR, “un affascinante viaggio per immagini” negli archivi di questo collettivo fotografico formato da film-makers, fotogiornalisti, scrittori e artisti qualificati che documentano ogni anno un mondo fatto di “disordini civili e politici, di questioni ambientali, di guerra, di carestie e disastri naturali”, in nome di una lotta per i diritti umani e la giustizia sociale. C’è il lavoro dell’olandese Kadir Van Lohuizen sull’innalzamento del livello del mare che minaccia i piccoli atolli del Pacifico, c’è il reportage di Francesco Zizola sull’esodo dei rifugiati attraverso il Mediterraneo, c’è anche la francese Bénédicte Kurzen impegnata nel testimoniare eventi chiave della più recente storia sudafricana, da Nelson Mandela a l’Hiv, dalle migrazioni alla povertà.

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Una mostra impegnativa, costituita da cento immagini particolarmente significative e dense di pathos che tentano di portare luce (NOOR appunto) sulle più grandi e nascoste questioni che riguardano noi e il nostro pianeta. Il primo vero impatto con la Fotografia Etica, però, l’ho avuto con una mostra che mi ha fatto gelare il sangue, quella di Giancarlo Ceraudo chiamata “Destino Final”, un’espressione spagnola che i piloti usano per indicare il luogo di arrivo di un aereo. Insieme alla giornalista investigativa Miriam Lewin, Ceraudo ha portato avanti un lavoro di indagine sugli eventi e le conseguenze della dittatura militare argentina, tra cui i tristemente noti “voli della morte”. Dissidenti politici e presunti tali venivano drogati, caricati sugli aerei militari del regime e gettati ancora vivi nell’Oceano Atlantico, cioè la destinazione finale: tutt’oggi i corpi della maggior parte di loro non sono stati ritrovati, spariti nelle profondità dell’Oceano, “desaparecidos”.

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Una pagina oscura della recente storia argentina, che Ceraudo ha contribuito a illuminare: grazie al suo lavoro e a quello di Lewin, sono stati ritrovati cinque aerei utilizzati per i voli della morte, con i rispettivi piani di volo a bordo. Un’indagine che ha portato all’arresto di tre piloti e alla realizzazione di meravigliose fotografie che incarnano l’angoscia, il dolore e il senso di impotenza di quei padri, di quelle madri, di quei fratelli e sorelle che mai troveranno pace e risposte.
Nel pomeriggio esploro lo spazio dedicato alle ONG e quello dal titolo Uno Sguardo sul Mondo. Le fotografie di queste due mostre sono delle vere e proprie finestre, che senza veli e senza filtri ci catapultano in luoghi differenti e realtà tanto attuali quanto il più delle volte ignorate. Si parte dalla documentazione di Fabio Bucciarelli della crisi umanitaria in Sud Sudan, uno Stato da poco indipendente protagonista di una sanguinosa guerra etnica, di episodi di violenza, di sfollamenti e della più grande crisi alimentare mai registrata nella sua storia: “secondo le Nazioni Unite e il World Food Program, circa un milione di persone vivono, nel 2017, sull’orlo della carestia”, si legge sul pannello informativo. Si passa per il reportage che racconta la difficile condizione in Venezuela (Our War – Our Pain. Venezuela On the Edge, Oscar B. Castillo) a quello che ritrae la lotta della Colombia per restaurare la pace (Hope Over Fear – Colombia’s Struggle for Peace). Per terminare con lo spazio delle ONG, tra cui troviamo le mostre di Apopo, di Cospe Onlus, di Médecins du Monde. Il lavoro di Apopo, senza nulla togliere agli altri, mi ha piacevolmente sorpreso: in pratica, questa ong belga, utilizza roditori giganti africani addestrati per sminare terreni. Senza nessun pericolo per la salute di questi animaletti (si fa per dire, visto che possono arrivare a pare anche 7 chili), i terreni della Cambogia e di altri paesi toccati dal problema delle mine, possono essere bonificati e riconvertiti all’uso agricolo, ad esempio, favorendo il principale mezzo di sussistenza di gran parte della popolazione cambogiana (e non solo). Per molti sono già soprannominati HeroRATS, ratti eroi, e non è difficile immaginarne il perché.

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Addirittura, si sta anche sperimentando il loro impiego all’interno dei metodi di rilevamento per la tubercolosi, una malattia difficilmente diagnosticabile che provoca quasi due milioni di vittime ogni anno. Insomma una vera e propria rivoluzione, grazie agli HeroRATS! C’è poi la mostra di Cospe Onlus sul Water Grabbing o accaparramento dell’acqua (Watergrabbing, a Story of Water), un’espressione che indica determinate situazioni in cui “attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che vengono depredati”: il diritto all’acqua è un diritto umano soggetto a una sempre più diffusa e aperta violazione.

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I cosiddetti “progetti di sviluppo” che si esplicano ad esempio attraverso la costruzione di mega dighe, sono i maggiori responsabili di tale violazione: in Etiopia, lungo la Valle dell’Omo, migliaia di persone e intere comunità sono state rilocalizzate in diverse new town e villaggi agricoli, allontanati dalle loro terre, privati dei loro ancestrali mezzi di sussistenza. Si stima che la presenza di dighe sul fiume Omo, ne ridurrà la portata d’acqua del 60%, rendendo l’acqua un bene essenzialmente privato. Un’esposizione con bellissime fotografie, dal profondo impatto emotivo.
Il Festival vuole parlare alle coscienze, e lo fa nel migliore dei modi. L’osservatore non rimane soltanto tale, anche grazie ai numerosi incontri organizzati dal Festival con i realizzatori delle esposizioni, che hanno così potuto raccontare dal vivo la loro esperienza. Oltre che per gli amanti della fotografia, il Festival della Fotografia Etica è un appuntamento che non può mancare nell’agenda di chi vuole sapere cosa succede al di fuori delle mura di casa propria. Io, per l’anno prossimo, ho già preso appuntamento.

L’immagine di copertina è stata presa da: dailyphotonews.com

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