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Gaza Surf Club – quando il surf aiuta a sperare

“È vero, siamo sul mare, ma è come se fossimo in prigione. Puoi venire qui da ogni parte del mondo, ma non puoi lasciare questo posto”. Siamo a Gaza, e questa è la realtà. Una striscia di terra racchiusa tra Israele e Egitto, sotto embargo e sotto attacchi aerei: la più grande prigione all’aria aperta del mondo, secondo le parole di Noam Chomsky. Fortunatamente, però, questa è una storia un po’ diversa, una storia di innocente divertimento, di speranza, di avventura e di umanità nonostante tutto. La storia di una nuova generazione.

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La storia di cui vi parlo è quella narrata dal documentario tedesco Gaza Surf Club, scritto e diretto da Philip Gnadt e Mickey Yamine e presentato nel 2016 al Toronto International Film Festival (TIFF). A Bologna è arrivato qualche settimana fa, in proiezione speciale alle Serre dei Giardini Margherita per presentare l’undicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival (TTFF), festival organizzato da Gvc e Cospe in programma a Bologna e Firenze dal 13 al 15 ottobre. Ambientato su questa striscia di terra lunga appena 42 km ma su cui vivono 1 milione 700 persone, il documentario si concentra sulla storia di un gruppo di ragazzi a capo di un piccolo movimento: il Gaza Surf Club, per l’appunto. Uniti da un’unica passione, il surf, e con un unico obiettivo, evadere anche solo mentalmente da una terra in cui immaginare il proprio futuro è a volte troppo difficile e doloroso. Salire sulla tavola e cavalcare l’onda dà i brividi e soprattutto è qualcosa che si fa insieme, un modo per dare senso alle giornate che altrimenti scorrerebbero tutte uguali e senza prospettive: “il surf fa dimenticare i problemi” dicono i giovani di Gaza. Il surf, in questo caso, è la sola attività che li rende vivi. In particolare, i due registi, raccontano la personale esperienza di due ragazzi: Ibrahim e Sabah, rispettivamente di 23 e 15 anni, diversi per età, sesso e anche diritti. Ibrahim, ha un chiodo fisso: il surf per lui è vita, e per questo si butta tra le onde ogni volta che può.

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Il suo sogno è quello di andare alle Hawaii, il paradiso dei surfisti per antonomasia. Ibrahim dovrebbe diventare un pescatore e seguire la tradizione di famiglia, ma la sua testa è altrove, nel piccolo arcipelago del Pacifico dove il surf è nato e si evoluto. Anche perché la pesca è da anni in crisi, gli enormi pescherecci di stallo di fronte alle coste di Gaza hanno fatto razzia di ogni specie possibile e ciò che ne rimane è insufficiente per sfamare la popolazione. La situazione è critica e le immagini del film non nascondono la difficoltà e la miseria che abita questi luoghi: d’altronde come si potrebbe nascondere un qualcosa che è sotto gli occhi di tutti? Il mare, in questo caso, rappresenta la sola speranza in mezzo ad un cimitero di desolazione. Anche Sabah lo sa bene, ma è costretta ad abbandonare le onde di quel mare che tanto le regala una sensazione di libertà e spensieratezza. Le ragazze a Gaza non possono nuotare né surfare e Sabah, che ha da poco raggiunto la pubertà ed è quindi diventata una donna, non fa eccezione: ha l’obbligo di indossare l’hijab e di non nuotare, poiché si tratta di una pratica considerata immorale. Solo che Sabah, una donna dalla sfrontatezza tipicamente giovanile e dalla saggezza incredibilmente adulta, con coraggio prova a sfidare le regole imposte dal regime e il momento in cui si lancia in acqua e nuota felice, contro ogni imposizione, rappresenta una delle scene più emozionanti di tutto il film.

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“Dove si trova un posto che più necessità di libertà se non Gaza?” 2015 Gaza Surf Club © Andrew McConnell

I suoi progetti sono grandi e di certo mal si accordano col futuro incerto e limitato che impone la vita nella Striscia. Gaza Surf Club è un documentario di speranza laddove la speranza stenta ad emergere: un film sul non darsi per vinti anche quando tutto intorno sembra dire il contrario. Ibrahim, ad esempio, dopo essersi visto rifiutare il visto per ben cinque volte, riesce a ottenerlo e a raggiungere le Hawaii, meta tanto attesa quanto altrettanto sconvolgente: passare da una “prigione” al paese dei balocchi da un giorno all’altro non è da tutti e lo stupore di Ibrahim non ha fine. Le ragazze in bikini a ogni angolo lo scioccano e le tavole da surf essenzialmente perfette sono dei lussi che a Gaza non è neanche possibile immaginare. È tutto tanto, forse troppo, eccessivo com’è tipico dello stile occidentale, ma Ibrahim ne è come ipnotizzato. La vita lì è facile e soprattutto libera, tant’è che il giovane surfista decide di prolungare il visto e di rimanere in quell’angolo di paradiso. Forse un messaggio non troppo speranzoso per tutti gli amici e i compagni rimasti a Gaza ad attenderlo, ma di certo un messaggio autentico: quello di un ragazzo di 23 anni che si trova a scegliere tra libertà e prigionia. Certo Gaza è casa, ma è difficile rinunciare al paradiso una volta che lo si scopre.

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Per vedere il reportage del fotografo Andrew McConnell: https://www.andrewmcconnell.com/

Le immagini sono state prese da: www.theknockturnal.com, www.ilovethisplanet.it, www.twitter.com/gazasurfclub, www.youtube.com

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