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Henry Miller e la vita

Le giovinette così nude e umane

senza maglia sul fiume, con che miti

membra, presso le pietre acri e l’odore

stupefatto dell’acqua, aprono inviti

taciturni nel sangue! Mentre il sole

scalda le loro dolci reni e l’aria

ha l’agrezza dei corpi, io in che parole

fuggo – perché m’esilio a una contraria

vita, dove quei teneri sudori,

sciolti da pori vergini, non hanno

che il respiro d’un nome? Dagli afrori

leggeri dei capelli nacque il danno

che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori

terrestri, ecco che oppongo: oh versi! oh danno!

 

Perché per parlare di Henry Miller ho deciso di cominciare con una splendida poesia di Caproni (Le giovinette, da Il passaggio di Enea)? Perché è esattamente il suo contrario. Soprattutto nella poesia lirica, ma più genericamente nella letteratura c’è uno stereotipo, o quantomeno una maniera consolidata, secondo cui scrittura e vita sono contrapposti. La letteratura sublima la vita, sia vissuta che non vissuta. È un modo per dare vita a ciò che sfugge o per creare un surrogato di ciò che è stato. Ecco, Miller mette in pratica il procedimento opposto. Gli manca completamente, innanzitutto, l’idea del rimpianto, anche se sarebbe riduttivo dire che è soltanto questo: «Pure, non riesco a levarmi di mente lo scarto che c’è fra idee e vita. Uno scarto permanente, per quanto noi cerchiamo di celarlo con una tenda colorata. E non va. Le idee debbono sposarsi all’azione; se in loro non vi è sesso, non vita, non c’è azione. Le idee non possono esistere da sole nel vuoto del pensiero. Le idee sono in rapporto con la vita: idee di fegato, idee di reni, idee interstiziali ecc.».

«Mi grava addosso il Nord, i fiordi gelati, le creste azzurrastre, le luci folli, l’oscena cantilena cristiana che si è rovesciata come una valanga dall’Etna all’Egeo. Ogni cosa gelida e dura come la feccia, la mente serrata e orlata di gelo, e di tra i malinconici sacchi di sapienti fregnacce i soffocanti gargarismi dei santi divorati dai pidocchi. Bianco son io, e avvolto nella lana, fasciato, impastoiato, con i garretti tagliati, ma non dipende da me. Bianco fino all’osso, ma con una fredda base alcalina, e la punta delle dita di zafferano. Bianco, sì, ma non fratello di saggezza, non cuore cattolico. Bianco e spietato, come gli uomini prima di me che salparono dalla bocca dell’Elba. Guardo mare, cielo, ciò che è inintelligibile e distantemente vicino». Questo pezzo, come quello del paragrafo precedente, si trova nel Tropico del cancro, il suo primo libro. Entrambe le citazioni sono un attacco all’indolenza ed emerge la volontà di annullare lo scarto: la vita piena è trasportata sulla pagina, al punto che non ci siano filtri, diminuzioni, trasfigurazioni. Non ci troviamo di fronte alle asperità dell’Ulisse di Joyce, dove spesso si perde completamente il piano della denotazione. Qui è chiaro il significato: il clima freddo del nord si riverbera sul carattere e lo spirito delle persone. Ma la cosa interessante, oltre alla vita nella letteratura di cui dicevamo, è che immediatezza e spontaneità emergono dal testo, sono assenti elucubrazione e calibrazione. Letteratura e vita sono legate a doppio filo se ci si occupa di esprimere la vita della letteratura.

È una questione di stile la sua sveltezza, che deve i suoi connotati alla conversazione, forse, o al monologo di chi parla tra sé e sé più che alle classicissime pagine belle della letteratura. Faccio ancora un esempio, questa volta dal Tropico del capricorno, dove asindeto e polisindeto sono alternati con una sapienza forse naïf e le varie figure di ripetizione donano forza allo stile, intrecciandosi, giungendo a un climax a metà, fino a una coda finale dopo l’attenuazione (bisogna pur rendere conto del merito che ha Luciano Bianciardi nell’aver trasposto questi libri in una meravigliosa traduzione italiana): «Ora lo vedo con piena chiarezza: tu sei solo al mondo! Tu sei solo… solo… solo. È amaro essere solo… amaro, amaro, amaro, amaro. Non c’è fine, è imperscrutabile, ed è la sorte d’ogni uomo sulla terra, ma specialmente la mia… specialmente la mia».

In uno scambio epistolare, Miller e Lawrence Durrell, parlando di surrealismo, toccano il cuore della questione. Miller: «Fondamentalmente, è solo un tentativo di tornare alla sorgente di vita originaria che si trova nel plesso solare o nell’inconscio o sulle stelle. Anch’io ho fatto ricorso a questo metodo quando mi veniva naturale e spontaneo, o almeno lo spero» e Durrell, più avanti, gli risponde, leggermente contrariato sulla questione dell’inconscio e di Freud, ma in fondo dicendo la stessa cosa: «Ho scoperto che l’idea di durata è un falso. […] ESISTE SOLAMENTE LO SPAZIO. […] È necessario un nuovo atteggiamento, un atteggiamento smemorato. […] È questo che l’artista brama sopra ogni cosa: essere nello spazio. NON AVERE MEMORIA. Scaturire dall’originaria sorgente della vita, non dalla scrittura». Ecco che Durrell giunge al punto che qui ci interessa. Henry Miller non si cura di tecniche, maniere: i giochi che la letteratura mette a punto col linguaggio non fanno per lui. La sua è sì letteratura, che però fuoriesce dalla pagina e non ha nulla di libresco e ammorbante. Stimo che Miller nemmeno correggesse quanto scritto, questo è importante perché significa che non ha in mente un congegno con una precisa utilità, predisposto nei minimi dettagli per uno scopo esterno al testo. È spudoratamente, sempre autobiografico: fattura malefica per la letteratura classica. Non inventa storie, che per un procedimento metaforico parlino di qualcos’altro. E questo dunque lo rende non esattamente uno scrittore, perlomeno non è uno scrittore come inteso classicamente. Per questo spesso è definito moralista, predicatore, profeta.

Ma bisogna spendere ancora alcune parole a proposito della vita nella letteratura, perché non si tratta solo di vita della letteratura. Miller non oppone ai madori terrestri i versi, Miller canta il sudore del mondo con le parole dell’uomo. Non c’è scarto bensì aderenza alla vita nella sua piena espressione dei sensi e del movimento di un corpo che agisce e pensa, pensa e agisce. Non fugge nelle parole. E dunque non gli manca solamente l’idea del rimpianto, come dicevamo prima, ma sono assenti anche le idee di pudore, incertezza, umiltà, obbedienza. O meglio, queste idee sono ben presenti, ma come bersagli polemici, come realtà da sovvertire, perché ogni suo libro, ogni sua frase, parola è un inno alla gioia del vivere e se c’è del fanatismo è nel voler trovare a tutti i costi uno spazio di libertà in ciò che nella vita opprime e annulla.

Insomma, non facciamoci ingannare, la letteratura spesso è sterile, la vita la surclassa e se questa attività ha un senso dev’essere nell’avvicinarsi alla vita: questo voleva essere il mio elogio a Henry Miller, ma, troppo tardi, scopro che esattamente questo è già stato fatto da Alfonso Berardinelli in questo articolo.


L’immagine di copertina è presa da questo sito.

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