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Realtà e rappresentazione nel labirinto narrativo di De Crécy: Il Celestiale Bibendum

Ci sono storie che, per la loro complessità, il loro respiro e il senso di disorientamento che ci donano, possono essere comprese soltanto in maniera inconscia. Il Celestiale Bibendum di Nicolas de Crécy è sicuramente una di queste.
Uscito in Italia per Eris Edizioni il primo grande capolavoro di De Crécy è un’opera complessa sia per quanto riguarda il disegno, dettagliato e grottesco, sia per quanto riguarda la storia.
E dunque, di che cosa parla Il Celestiale Bibendum? 
L’opera di de Crécy parla di Diego, una giovane foca che sbarca a New-York-Sur-Loire, grande metropoli industriale e capitale di tutti gli eccessi. Appena sbarcato in città, Diego viene preso sotto l’ala protettrice della classe pedagogico-municipale che vuole trasformarlo nel nuovo Premio Nobel per l’Amore. Ma sono molti i fattori che si contrapporranno tra Diego e il suo futuro. Il Diavolo, prima di tutti, non può permettere la vittoria dell’Amore sul Male: cercherà di sabotare la cerimonia che dovrebbe proclamare Diego il simbolo dell’Amore. Anche i Cani, co-fondatori della città insieme agli uomini, ma ormai dimenticati e screditati, hanno in serbo un piano per Diego e il Diavolo.

New-York-Sur-Loire_Il Celestiale Bibedum

L’opera di De Crécy, però, è molto di più di questo. È De Crécy stesso che, attraverso la voce del Diavolo ci dice di che cosa si stia parlando e di che cosa andremo a leggere:

…situazioni inestricabili, sentimenti contrastanti, una riflessione critica sulla società contemporanea, con sullo sfondo un erotismo tenuto.

Ci è da subito chiaro che Diego, la giovane foca, è il doppio capro espiatorio dell’opera. È il capro espiatorio dei fatti accaduti a New-York-Sur-Loire, dei quali viene messo al centro soltanto come proiezione dell’ego di tutti i protagonisti coinvolti nella storia. Diego, però, è anche il pretesto narrativo utilizzato dagli attori de Il Celestiale Bibendum per raccontare la loro versione dei fatti, interessandosi in realtà ben poco alla povera giovane foca.

Possiamo dire che troviamo in quest’opera una narrazione corale non propriamente detta. Diverse parti della storia sono affidate a diversi attori di essa, andando anche più volte a rivelare l’inganno della narrazione che è palese.
Dapprima, conosciamo il professor Lombax, o quel che ne resta. Lombax è il professore designato dalla classe pedagogico-municipale per educare Diego e farne un perfetto premio Nobel per l’Amore. Il professore è il narratore della storia nel primo tomo, ciò però non ferma gli altri personaggi dall’interromperlo nella narrazione, per impossessarsene.
Il Diavolo, innanzitutto, che vuole che la narrazione venga eterodiretta dalle forze del male fa prigioniero Lombax e si impossessa del racconto della storia nel secondo tomo.
Chi la fa la aspetti, così nel terzo tomo è il Diavolo ad essere fatto prigioniero dei Cani: classe sociale ridotta in schiavitù dagli uomini che ha sete di rivincita e voglia di raccontare la sua storia perché gli uomini si ricordino che cosa erano prima di sviluppare il linguaggio e le grandi fabbriche sulle quali si sorregge New-York-Sur-Loire.
Abbiamo dunque da una parte Lombax, voce della classe pedagogico-municipale la cui volontà è quella di raccontare la storia del prescelto divino per il Nobel per l’Amore, spettacolo nel quale il presidente della città trova il compimento del suo potere. Dall’altra parte, abbiamo il Diavolo che vuole raccontare come le forze del male siano riuscite ad impossessarsi del simbolo dell’ Amore e i Cani che arrivano per chiedere a gran voce il rispetto che si meritano.
In tutto ciò incontriamo i Polli, animali ormai estinti a causa dell’ingordigia di cani e uomini. Scopriamo essere loro il vero motore della narrazione, i mandati che hanno assoldato Lombax per raccontagli questa storia, ma essendo essi ormai estinti non hanno interesse nel rappresentare nessun punto di vista e vogliono soltanto godersi una buona storia, seduti sul divano mangiando pop-corn.

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Comprendiamo ciò che sta facendo De Crécy in questa opera: il racconto della storia diventa esso stesso la storia. Nel momento in cui troviamo i protagonisti agire sulla carta essi hanno già vissuto, in un mondo e in un tempo lontani che non conosceremo mai, i fatti che ci stanno per raccontare.
I personaggi de Il Celestiale Bibendum hanno capito che una storia non è altro che il racconto di essa, la riprova ne sono gli uomini che hanno dimenticato la loro origine in mancanza di qualcuno che gliela raccontasse.
L’unico punto di vista interpretativo della storia, dunque, non può che essere il nostro nel momento in cui ci rendiamo conto che ognuno di questo personaggi è interessato a raccontarci la propria versione. Siamo quindi noi unici interpreti di ciò che accade, possiamo riconoscerci con il professor Lombax e tifare per la vittoria del premio Nobel per l’Amore, oppure con il Diavolo e sperare che la classe pedagogico-municipale venga finalmente sconfitta. Possiamo non riconoscerci in nessuno dei due e tifare invece per i Cani, nella speranza che gli uomini abbandonino le loro sovrastrutture per tornare a capire ciò che contava in origine, oppure semplicemente sederci sul divano con i Polli a goderci una bella storia. Possiamo infine decidere di non riconoscerci nei personaggi ma di essere fruitori esterni della storia (quali in fin dei conti siamo) e lasciare le considerazione finali del racconto soltanto alla nostra personale interpretazione di esso.

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Ci troviamo davanti ad un’opera in cui la realtà e la sua rappresentazione sono costantemente confuse e mescolate tra loro.
 Se consideriamo la storia come ciò che dovrebbe essere reale e il disegno come ciò che dovrebbe essere rappresentazione nell’opera di De Crécy il reale è rappresentato e la rappresentazione è il reale. 
La satira è palesata attraverso il disegno, grottesco e dettagliato, di quelli che sono gli attori in gioco nella narrazione. Il Diavolo è un essere piccolo e imbronciato, dai capelli di fuoco indossa una salopette, facilmente irascibile e sempre arrabbiato mostra la ridicolezza del male. Il professor Lombax e tutta la classe pedagogico-municipale sono disegnati come un grande baraccone del circo e il presidente di New-York-Sur-Loire è invece composto dagli elettori, il suo corpo quindi è fatto di muscoli esserini che si rimettono alle sue decisioni. I Cani, invece, si stringono dentro vestiti da uomini, in un ridicolo scimmiottamento di ciò che non sono.
Anche se ognuno di essi vuole convincerci della sua autorevolezza, tutti  portano addosso quelli che sono i propri difetti e la realtà del loro essere. Così che nessuno dei personaggi può sfuggire da ciò che è in realtà, anche raccontandoci la storia più convincente del mondo.

Il Celestiale Bibendum è un’opera monumentale, complessa, grottesca e bellissima. Difficile da interpretare in maniera razionale, ma che ci è dato capire solo nel momento in cui la leggiamo. 
In costante tensione sulla sottile linea che divide la realtà e la sua rappresentazione ci troviamo a vagare tra le stanze di un labirinto inestricabile, ma – al tempo stesso – riconoscibile.

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