Infinity war

Infinity War è l’anno zero del cinema

Avengers: Infinity War è l’anno zero del cinema.

Non è il film più importante, non ha i piani sequenza di Iñárritu o le soggettive di Fellini, e certamente fomenterebbe la costernazione dei vecchi signori in platea per la Berlinale. Ma nella nostra memoria di cinefili, semplici appassionati, spettatori occasionali e opinionisti da salotto ci sarà un prima e un dopo.

Thanos-Demands-Your-SilenceIl canovaccio è presto detto: Thanos, il matto titano, vuole sterminare metà degli esseri viventi che abitano l’universo e una folta schiera di eroi si raduna per impedirglielo, in primo luogo gli Avengers e i Guardiani della Galassia. Una trama lineare, se non fosse l’ultimo tassello di un progetto cinematografico dipanato in dieci anni e diciotto film, con il coinvolgimento – davanti e dietro la macchina da presa – dei più grandi professionisti dell’intrattenimento su piazza.

Avengers: Infinity War è la quadratura di un cerchio, un crossover senza precedenti per la capacità di far convergere decine di storyline sul campo di battaglia più affollato di sempre: accanto ai protagonisti, infatti, ci sono le aspettative di un pubblico trasversale, fedele al cartaceo e alla celluloide, ontologicamente assoggettato al più potente degli psicotici, l’hype. L’attesa del piacere non è essa stessa il piacere, ma un crudele garbuglio dal quale il fan deve sapersi districare, scansando quello che fra tutti è il babau più temuto, lo spoiler – e i fratelli Russo, registi della pellicola, ne hanno approfittato per lanciare l’hashtag #ThanosDemandsYourSilence, ché in fondo il marketing si fa anche così.

E sarebbe illogico svincolare l’ultimo film dei Marvel Studios dal calcolo imprenditoriale: l’universo cinematografico non è che una parte del quadro generale, un esperimento transmediale tra i più ambiziosi nella storia dello show business. Una strategia confortata dai numeri, se è vero che nel primo weekend Avengers: Infinity War ha incassato 630 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte dei circa 15 miliardi che le precedenti diciotto pellicole hanno fruttato alla casa di produzione, nel frattempo diventata sussidiaria della Walt Disney Company.

Avengers Star WarsSuccede poi che Avengers: Infinity War sia anche un gran bel cinecomic, probabilmente il migliore del Marvel Cinematic Universe: la regia è al servizio di un cast già rodato, la CGI è eccellente, il villain polarizza la scena dal primo all’ultimo minuto, compiendo un arco narrativo di rara potenza. È un film che resta negli occhi e nella pancia, un racconto che tocca le corde dello stupore e dell’eccitazione, appagando l’urgenza di sentirsi parte di qualcosa di grande. Non è semplicemente cinema d’intrattenimento, è una storia di origini, un romanzo di formazione, un’epopea mitologica che poggia su fondamenta solide: l’amore, la guerra, la morte.

È questo l’anno zero, il prima e il dopo, il termine di paragone con cui Hollywood ha deciso di alzare l’asticella. Quanto sembrano ridicoli gli eroi della Justice League al cospetto di Steppenwolf, che pure veniva dallo spazio e voleva disporre dell’universo a suo piacimento: Tony Stark non è il Bruce Wayne di Ben Affleck, non liquida l’interlocutore compiacendosi del suo conto in banca, l’abbiamo visto rimboccarsi le maniche troppe volte.

Gli Avengers appartengono al popolo, ai greatest fans in the world per dirla coi fratelli Russo, o questa è comunque la grande illusione che l’ufficio marketing di Kevin Feige ha saputo alimentare nell’arco del decennio che ha rilanciato il blockbuster come forma espressiva preponderante. Con buona pace di James Cameron, che giorni fa si augurava che presto ci stancheremo tutti di questi maschi iper-attrezzati e senza famiglie che fanno cose pazze per un paio d’ore distruggendo intere città.

È molto più di quel che sembra.

Si ringraziano Forbes e Blackxperience per le immagini

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