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John Steinbeck, la terra e l’umanità

Carlo Ginzburg, in un saggio di qualche anno fa, invitava a riflettere sui punti d’unione tra romanzo e storiografia, ponendo l’attenzione sulle potenzialità narrative di ogni narrazione. Ci invitava, per capirci, a distaccarci dal prodotto finale, il libro, per indagare l’interazione reciproca tra i dati empirici, quello insomma che era veramente successo, e i vincoli narrativi dell’opera.

Molte opere letterarie sono riuscite a donarci informazioni dirette su avvenimenti e contesti ben precisi. Lo hanno fatto creando una realtà multipla, che unisce quella che descrive, quella che l’autore ha intenzione di scrivere e l’incrocio fra le due. Pochi sono riusciti a farlo con l’intensità, la forza e la lucidità di John Steinbeck.

Salinas Valley (via Pinterest)

Salinas Valley (via Pinterest)

Steinbeck è un autore versatile. Si è mosso a suo agio nella comicità picaresca di Pian della Tortilla e La corriera stravagante, nella grottesca tragedia di Uomini e topi, nei racconti di Pascoli del cielo che si intrecciano e si inscrivono nel grande mito americano moderno. Ma è nella sua vena più violentemente realistica, nel racconto di quella Grande Depressione che ha creato una cesura insanabile, un prima e un dopo, che Steinbeck diventa un classico capace di parlare ad ogni generazione.

Un linguaggio universale che nasce nei confini di Salinas, sua città natale. California, a sud di San Francisco. Se il luogo di nascita è spesso importante per analizzare e capire le opere di uno scrittore, raramente troviamo un attaccamento così tenacemente radicato come quello di John Steinbeck alla valle di Salinas e al suo mondo. La valle di Salinas è il luogo usato da Steinbeck per avere una visione prospettica di cosa sta succedendo intorno a lui. Nonostante l’ostilità verso l’ambiente, Salinas ha un ruolo fondamentale nella poetica di Steinbeck: i suoi personaggi non sono estensioni di figure storiche o del mito, ma modellati su parenti, amici e persone conosciute, osservate con cura durante tutta una vita.

Le sue opere più riuscite hanno come protagonisti contadini, agricoltori, vagabondi e gruppi minoritari, le tematiche si adeguano alle condizioni endemiche di quei luoghi, come la solitudine, il senso di oppressione, l’alienazione e il rapporto conflittuale tra l’uomo e gli altri uomini o la natura.

Non può essere altrimenti per l’uomo di Salinas, che vede marciare verso la sua terra ogni giorno migliaia di Okies. Okis è il nome dispregiativo dato agli abitanti dell’Oklahoma e di altri stati limitrofi come l’Arkansas o il South Dakota, vestiti di stracci, poveri e in cerca di lavoro, A fine decennio furono 1,3 milioni gli Okies che emigrarono in California in cerca di fortuna. Steinbeck descrive il fenomeno in Furore, il suo grande capolavoro: “Mettono via un po’di quattrini per potersene andare nel West. Hanno in mente di comprarsi una macchina e poi via. La vita è facile, nel West”.

(via rediff)

(via rediff)

Gli Okies erano vittime del Dust Wind, l’infinita polvere causata da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture. Il terreno delle Grandi Pianure, reso fertile dall’erba che ne assicurava l’idratazione, si seccò durante la siccità provocando una terribile tempesta di sabbia e di polvere, parola che ricorre ossessivamente in Furore, dove compare 76 volte.

Ora l’aria e la polvere erano mescolate insieme in parti uguali. Le case erano ermeticamente chiuse, con tutte le fessure delle porte e delle finestre otturate da stracci; ma la polvere penetrava ugualmente negli interni, così impalpabile che risultava invisibile, e si posava come polline sui tavoli, sulle seggiole, sui piatti, sulle pietanze. Gli esseri umani se la spazzolavano di dosso, mentre strati di polvere s’erano accumulati sulle soglie delle case”.

Tra gli Okies troviamo i Joad, la famiglia ritratta dalle pagine di Furore, e il suo impossibile viaggio verso la salvezza. Come ha recentemente affermato Baricco, Furore è il romanzo “in cui ogni migrazione è raccontata per sempre”. Il loro viaggio sull’Highway 66, the main migrant road, ha echi letterari che portano alla classicità, a quella ricerca di terra e cibo che ha radici millenarie, iscritte nel mito e nella storia. Come spesso accade in letteratura, il viaggio è una fuga istintiva contro la morte, senza una direzione precisa.

L’arteria 66 è il calvario dei popoli in fuga, di gente che migra per salvarsi dalla polvere e dall’isterilimento della terra, dal rombo della trattrice e dall’avaria dei latifondisti, dai venti devastatori che nascono nel Texas e dalle inondazioni che invece d’arricchire il suolo lo defraudano della poca ricchezza che ancora possiede. Son questi i malanni che i nomadi fuggono confluendo da ogni dove per strade secondarie e tratturi e sentieri sull’arteria 66, la strada maestra, la direttrice di fuga”.

Road 66 (via Pinterest)

Road 66 (via Pinterest)

La California, a primo impatto, sembra un luogo paradisiaco, pieno di ricchezza e abbondanza, che Steinbeck raffigura con nostalgia e ammirazione, ma che si dimostra presto un eden infernale, una terra piena di ricchezze che non si possono prendere perché nelle mani di pochi. Per il popolo c’erano le Hooverville, così definite per richiamare Hoover, predecessore di Roosevelt, come fautore di quell’atmosfera di squallore e povertà. Le Hooverville raccoglievano i nomadi Okies in condizioni di forte sporcizia e completa mancanza di norme igieniche.

Le tende, le capanne, le automobili erano sparse per l’accampamento nella massima confusione. La baracca più vicina all’entrata era quanto di più miserabile si potesse immaginare: la facciata risultava di sei grandi teli di sacco, il lato est, di vari pezzi di cartone, il lato opposto, di stuoie, e il rovescio, di lamiera ondulata; il tetto era di paglia, ammucchiata alla meglio sopra un’intelaiatura di rami di salice. Per entrare bisognava introdursi trra i teli della facciata, che pendevano come un sipario aperto nel mezzo. Nell’interno, una latta di petrolio serviva da fornello, ed era munita d’un pezzo di tubo di mastello per il bucato. Il resto del mobilio consisteva in cassette di legno. […] Più in là ancora una tenda di grandi dimensioni incredibilmente logora e disseminata di toppe e rammendi fatti con filo di ferro. Dai lembi sollevati dell’apertura si intravedevano per terra quattro ampi materassi”.

Il paese descritto da Steinbeck distrugge il mito degli Stati Uniti come terra di prosperità e opportunità. L’America, la terra promessa, il paese dell’opulenza e della ricchezza, vede per la prima volta gente morire di fame, e questo è un duro colpo agli ideali della nazione, se pensiamo che le vittime sono proprio coloro che personificavano il sogno americano, i migranti, costretti a vendere tutto per via della recessione e della meccanizzazione dell’agricoltura, e a darsi al bracciantato.

L’umanità di Steinbeck è fortemente legata alla propria terra, che appartiene al contadino e alla sua famiglia dopo esservi nati ed aver lottato per mantenerla. A contrapporsi il potere delle banche, dei fantocci meccanici e delle trattrici. Per Steinbeck la terra non è un semplice terreno, ma un insieme di valori e di speranze, di lavoro e di tradizione, che le conferisce un valore quasi spirituale:

Va bene, gridavano, ma la terra è nostra. L’abbiamo misurata noi, dissodata noi. Siamo nati qui, qui ci hanno ucciso, qui siamo morti. Anche se non è buona, è nostra lo stesso. È l’esserci nati, l’averla lavorata, l’esserci morti, che la fa nostra. È questo che ce ne dà il possesso, e non una carta con dei numeri sopra”.

(via Tumblr)

(via Tumblr)

Furore ebbe un impatto pazzesco nella cultura americana: l’imponente boom di vendite (secondo dopo Via col vento) ha reso il romanzo un vero e proprio caso letterario a forte impatto sociale. Furore attinge all’universale e all’immaginario collettivo grazie alla cura meticolosa nei dettagli specifici, alla solida concezione filosofica che ne fa da sfondo e all’analisi in profondità dei personaggi. Completano il quadro una struttura che alterna momenti drammatici e corali e un linguaggio in armonia con i contenuti. La parte corale s’innesta con le digressioni che fanno da contrappunto alla vicenda dei Joad.

La storia familiare e la Storia americana si fondono, l’epico e l’universale si presentano in termini individuali e particolari. La famiglia, quella cellula chiusa protagonista di Furore, diventa parte di un gruppo più grande che abbraccia idealmente l’umanità intera, fatto di vite che si uniscono e diventano umanità. Umanità in viaggio e in lotta, umanità americana e di ogni luogo. Umanità che si innalza per il solito vecchio motivo di sempre: evitare la morte.

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