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L’Accordo di Parigi non è abbastanza

Ogni anno è sempre più caldo di quello precedente. Mediamente e globalmente la temperatura cresce e, a distanza di soli due anni, il buon proposito del Paris Agreement di rimanere all’interno dei due gradi di aumento entro fine secolo sembra essere già un obiettivo impossibile da raggiungere.
Grandi stati coperti di ghiaccio e piccole isole sabbiose dalle acque cristalline sono le due facce di una stessa medaglia, i due estremi di uno stesso grande problema: l’effetto serra che aumenta, il clima che cambia, gli oceani che si riscaldano e gli eventi estremi che si moltiplicano. E, in luoghi particolarmente vulnerabili, anche le modifiche più lievi producono effetti già visibili. Le zone costiere, in particolare, risentono profondamente dell’innalzamento del livello dei mari, dell’erosione e della salinizzazione dei suoli, di tempeste sempre più violente e delle invasive modifiche apportate dall’uomo.
Shishmaref, un piccolo villaggio Inupiat sull’isola di Sarichef in Alaska e a soli cinquanta chilometri dal Circolo Polare Artico, è un esempio di quanto appena detto. Largamente citato dai media negli scorsi mesi, abitato da poco più di seicento persone, Shishmaref si trova a poco più di cinque metri sul livello del mare e negli ultimi decenni ha perso quasi un chilometro di costa. Per questo, tramite un referendum, gli abitanti hanno deciso di trasferirsi.

alaska ghiacci

E come Shishmaref, anche altri villaggi hanno scelto di fare lo stesso. Newtok e Kivalina sono diventati casi esemplari di quella che si ritiene essere la più grande sfida da affrontare, quella dei cambiamenti climatici, appunto. Il fenomeno del riscaldamento globale è particolarmente preoccupante nell’Artico, specialmente in relazione allo scioglimento del permafrost, un tipo di suolo perennemente ghiacciato che ora ha iniziato a sciogliersi. Sotto il permafrost, però, si nasconde un’enorme quantità di metano, un gas serra molto potente che ha un effetto di venticinque volte superiore rispetto a quello dell’anidride carbonica. E se il permafrost si scioglie, si libera metano in atmosfera, l’effetto serra aumenta, le coste non saranno più protette e molto probabilmente la popolazione sceglierà preventivamente di spostarsi, qualora la scelta preventiva fosse ancora possibile. In Alaska, sono circa duecento i villaggi minacciati dal cambiamento climatico in corso e circa l’80% del territorio è sorretto proprio dallo strato di permafrost. I conti sono presto fatti. Nel frattempo però, l’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione ambientale, ha già revocato circa sessanta leggi approvate nel corso degli anni passati e il presidente Trump continua a sottolineare che gli USA si baseranno sull’utilizzo di clean coal, di carbone pulito.

Clima Pace Dall’altra parte dell’Oceano, i piccoli stati insulari del Pacifico non se la passano molto meglio. Anche qui il riscaldamento del pianeta si fa sentire. Non più terre di ghiacci, bensì arcipelaghi per lo più costituiti da atolli pianeggianti, luoghi remoti e isolati, indicati come paradisi terrestri in tutti i depliant delle agenzie di viaggio. Ecco, proprio questi paradisi rischiano di sparire per effetto dell’innalzamento del livello dei mari. I poli e i ghiacciai terrestri si sciolgono, l’acqua sale. E con questo aumenta l’erosione costiera, cresce l’intrusione dell’acqua marina nelle terre coltivabili, il suolo diventa sterile e il cibo scarseggia. Sono anni che arcipelaghi come Tuvalu, Kiribati, Nauru sono portati, ad esempio, di quello che potrebbe succedere in molti altri paesi. Al di là di una strumentalizzazione mediatica e, spesso, anche istituzionale, la questione è seria e la rilocazione di alcuni villaggi o di intere comunità è un’eventualità non più tanto lontana. L’ex presidente delle Kiribati Anote Tong, durante il suo mandato, ha acquistato duemila ettari di terreni agricoli nelle “vicine” Fiji (a 3.500 chilometri di distanza) come investimento, ma anche come una possibile nuova casa per la popolazione di Kiribati.

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Proprio poche settimane fa, al Sundance, il festival di cinema indipendente che ogni anno si svolge nello Utah, è stato presentato il documentario Anote’s Ark, regia del fotografo canadese Matthieu Rytz. «It was an incredible story – a head of state who knows he won’t have a state within a generation», ha affermato Rytz all’AFP. La Nuova Zelanda ha proposto di istituire un nuovo visto per i “rifugiati climatici”, scrive il giornalista Alex Randall su The Diplomat Magazine, ma un visto non basta a risolvere un problema più complesso che in questo modo viene solo messo accuratamente da parte. «L’unico modo – continua Randall – è che la migrazione e la rilocazione siano intese come pratiche di adattamento dignitose e organizzate di adattamento». E in un contesto in cui già più di venti milioni di persone di spostano per effetto dell’intensificarsi di eventi climatici, non resta poi molto tempo per far sì che le cose evolvano seguendo il percorso più corretto.
Intanto, da noi, c’è ancora chi (Il Giornale) titola sulla propria pagina Facebook «Accoglieremo anche chi scappa dal caldo» in riferimento alla risoluzione europea del 16 gennaio 2018 dedicata a “donne, uguaglianza di genere e giustizia climatica”. E, per finire, c’è anche chi si esprime in questo modo: «Cos’è il migrante climatico? Dove va? Se uno in inverno ha freddo e in estate ha caldo migra? Siamo seri…basta, ne abbiamo già troppi. Il migrante climatico è anche uno di Milano a cui non piace la nebbia?». Non esplicito di chi si tratta, ma secondo me non c’è bisogno, lo sapete già.

Photocredit: www.ecosost,it, https://www.facebook.com/anotesark/

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