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Land grabbing: questo sconosciuto

Ogni giorno in Africa, un piccolo agricoltore si sveglia e sa che dovrà lottare per la sua terra o questa gli verrà tolta. Da alcuni anni a questa parte stiamo, infatti, inconsapevolmente assistendo ad una nuova forma di colonizzazione, quella che passa attraverso le acquisizioni di acqua e terra nei Paesi del Sud del mondo. Un fenomeno in costante crescita conosciuto con il nome di Land Grabbing, dal verbo inglese to grab che in italiano può essere reso con accaparrarsi, agguantare, conquistare. Si tratta infatti di una vera e propria corsa all’oro contemporanea, un oro che oggi è rappresentato da ettari di terra ed enormi quantità d’acqua da utilizzare per produrre cibo ed energia destinati all’esportazione verso i cosiddetti Paesi ricchi o emergenti, possessori di capitali sostanziosi ma con poche risorse naturali a disposizione. Così Cina, Corea del Sud, Stati Uniti, Paesi del Golfo Persico e molti Stati Europei hanno iniziato ad investire, divenendo proprietari o affittuari di immense aree in Africa, Asia e America del Sud, rendendosi complici di crimini ambientali e sociali, poiché le popolazioni che abitano in quelle zone vengono spesso costrette ad abbandonarle.

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Pur non essendo un fenomeno del tutto nuovo, oggi si presenta con alcune modalità ed aspetti differenti rispetto al passato, a partire dai fattori scatenanti. Come si legge infatti sul portale online Sbilanciamoci è stata la combinazione di elementi nati dalla crisi finanziaria, energetica ed alimentare, oltre che climatica ad aver dato origine ad una serie di selvaggi investimenti su quello che attualmente sembra essere il settore più attrattivo e remunerativo, appunto quello agricolo. In particolare a partire dal biennio 2007-2008, complici la crisi finanziaria e quella alimentare che ha registrato un aumento dei prezzi dei prodotti fino al 40% rispetto alla media dell’anno precedente, la terra è tornata ad essere un fattore di superiorità strategica in grado di stravolgere i precari equilibri geopolitici. Si stima che, fino ad oggi nel mondo, siano stati acquisiti più di 44 milioni di ettari di terreni attraverso più di 1000 contratti conclusi con lo scopo di ottenere vaste aree fertili da mettere a coltura. Una possibile risposta al problema crescente della fame nel mondo?

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Difficile da credere, dato che la maggior parte degli alimenti finisce nei supermercati e sulle tavole dei paesi più ricchi e non di certo nelle case delle comunità locali e delle popolazioni più colpite dal problema. Un esempio molto evidente è quello offerto dagli Emirati Arabi Uniti, uno degli Stati con più liquidità al mondo e allo stesso tempo uno dei più aridi, con pochissime terre coltivabili per mancanza di acqua. Consci di questa criticità, con una città come Dubai che richiama sempre più turisti e richiede moltissima energia, gli Emirati Arabi hanno comprato (o affittato) negli anni più di 2 milioni di ettari all’estero, prediligendo il continente africano anche per una ragione di vicinanza geografica. Il guadagno non conosce nessuna equa ripartizione tra il paese ospitante e coloro che investono, così che il cibo, i mangimi e i biocarburanti prodotti vengono interamente importati per far fronte alle esigenze di popolazioni dallo stile di vita decisamente insostenibile. Come spiega il giornalista Stefano Liberti nel suo libro Land Grabbing – come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo

A Riyah, ma anche a Dubai o ad Abu Dhabi, è scattato il campanello d’allarme ed è stata inaugurata una nuova politica, cui i dirigenti hanno dato priorità assoluta: garantirsi a qualsiasi costo la sovranità alimentare, […] poiché è difficile far crescere il riso nel deserto, i regnanti sauditi e i loro omologhi degli Emirati hanno scelto una soluzione più rapida: produrre altrove i beni alimentari di cui avevano bisogno.

Dietro la giustificazione della lotta alla fame governi, aziende nazionali, multinazionali e banche comprano terre a prezzi stracciati divenendone proprietarie per un minimo di 50 anni, tanto che trovare enormi serre ad alta tecnologia nel bel mezzo delle vaste e rigogliose distese africane, non sembra più tanto strano. stefano libertiQui, lontano dagli occhi di tutti, si producono pomodori e peperoni, perfetti frutto di sperimentazioni genetiche, si coltivano cereali per i mangimi e altre colture destinate ai biofuels. C’è da dire inoltre che gli effetti del land grabbing possono essere devastanti per chi ne subisce i danni in modo diretto, primi fra tutti i popoli locali. Spesso, infatti, le tribù e le comunità sono costrette a spostarsi anche a molti chilometri di distanza, abbandonando quella che per secolo è stata la loro terra, principale fonte di sostentamento oltre che elemento fortemente simbolico ed identitario. Secondo un rapporto pubblicato proprio quest’anno dalla Ong Grain, i diritti di queste popolazioni vengono del tutto ignorati così come viene completamente ignorata la salvaguardia ambientale. I conflitti nel mondo si stanno intensificando e l’espansione di colture intensive di palma da olio sta causando un vero e proprio collasso di foreste e di alcune specie animali. Le fonti ufficiali sono pochissime ed è molto difficile riuscire a reperire dati certi sul numero e sulla tipologia dei contratti stipulati. Questo fa sì che ci sia ancora molta confusione su un argomento che ci tocca molto da vicino ma di cui paradossalmente non sappiamo nulla. Su una cosa però si è certi: cibo e acqua saranno i beni per cui si combatterà in futuro ed ora si stanno ponendo le basi per queste future lotte. Combattere un tipo di furto autorizzato (Greenreport)qual è il land grabbing dovrà diventare prioritario se vogliamo almeno tentare di evitarle.

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