Libromania

#Libromania – Intervista a Il mio libro di Cristina Di Canio

Sabato scorso sono stata a Il mio libro di Cristina Di Canio (nota anche come La scatola lilla), una libreria che si trova a Milano, precisamente in Via Sannio, 8. La libreria l’avevo scoperta per caso sui social e da quel momento, ho cominciato a seguire la storia di questa libreria color lilla, una libreria accogliente che – durante l’intervista – si è riempita di persone che avevano voglia di storie, di comprare dei libri o di La scatola lillaregalarli. Cristina è una libraia giovane e straordinaria, ha aiutato tutti i suoi clienti, ascoltando le loro richieste e cercando di soddisfarle al meglio. Proprio come una libraia doc dovrebbe fare. Passare un paio d’ore a La scatola lilla è stato molto soddisfacente e ringrazio Cristina per la sua disponibilità e la sua passione che traspare dagli occhi e dal cuore.

Sei davvero giovane! Quando è nata l’idea di aprire una libreria? Raccontaci un po’…
Sono state cose in divenire. La libreria è quel sogno che hai da bambina. Alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” Io rispondevo: “Stare in mezzo ai libri”, non sapevo fosse libraio la parola di questo lavoro meraviglioso, avevo questo tarlo fin da piccola. La vita mi ha portato altrove, ho studiato per altro, ho iniziato a fare di tutto, l’impiegata, la commessa, la call-center, fino a che ho trovato un contratto a tempo indeterminato da impiegata, però non ero io. E lì che ho detto “La mia strada potrebbe essere un’altra”, e ho deciso, vuoi per il destino, vuoi per la persona giusta che mi ha detto: “Guarda che in quella libreria cercano”. Una libreria vicino casa, cercava personale per il pomeriggio con un contratto a progetto. Sono andata lì dicendo “Il mio sogno è aprire una libreria, ma un conto è la passione, un conto è poi lavorarci dentro. Posso venire a provare a sognare?”. E, quindi, sono andata da loro, nel maggio del 2010, sono stati tre mesi in cui parlavo ai muri, sentivo il profumo dei libri, sono sempre stata molto sognatrice. Adesso, dopo sette anni, un po’ meno. Ho tirato fuori la parte razionale, però diciamo che quando ho deciso di mollare tutto per seguire il mio sogno, la predominanza era quella della parte meno razionale. Dopo tre mesi in quella libreria, ho visto questo piccolo negozio nel quartiere in cui sono nata e cresciuta, perché quando ho deciso di buttarmi ho deciso di stare nel mio luogo, pensando agli amici che potessero venire a trovarmi, qualcosa che almeno sentissi già mio come quartiere (poi cambi amici nel frattempo)… Ho visto questo piccolo negozietto. Mi sono detta “Proviamo”, ma son partita da zero perché i miei studi sono stati altro, sono stata lì tre mesi ma ho visto in parte il mondo immenso che in realtà è quello dell’editoria, delle librerie stesse, cosa succede in questa filiera di editori, promotori, grossisti. Ho iniziato quest’avventura chiedendo proprio al quartiere (non economicamente): “Aiutatemi a capire come dev’essere la vostra libreria di quartiere. Che titoli non devono mancare, facciamo una selezione insieme.” Io ho aperto questa libreria a 26 anni e quindi significa che hai dei limiti oggettivi anche nella conoscenza di quello che sono i libri e i titoli. Venivo da letture classiche e c’è un mondo di contemporanei che non puoi non conoscere e quindi il consiglio e l’esperienza di un lettore diventavano i miei. E, quindi, ho iniziato con le recensioni, con il “Perché consigli un testo rispetto a un altro?”, coinvolgendo gli abitanti del quartiere in cui non passa poi granché e devi venirci apposta. Da un lato quando apri è sconsigliatissimo perché devi farti vedere, devi esistere, ci devono inciampare dalla tua realtà. Dall’altro lato, ti permette di parlare quei cinque minuti in più con la persona che entra e instaurare quello che negli anni – da quando ho aperto – va a mancare sempre di più e quindi molti lo vanno poi a rincorrere e a cercare: il rapporto con le persone. Perché fortunatamente il libro ce l’hai ovunque, a portata di click e quindi perché andare in via Sannio, perdersi in una via in cui non c’è niente, entrare in questa libreria, pagare a prezzo pieno un libro quando mi basta cliccare? Qual è la differenza? Qual è il valore aggiunto? Il valore aggiunto provi a farlo e darlo tu.

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Come mai il nome, anzi i nomi, della libreria?
Il nome fiscale è Il mio libro di Cristina Di Canio perché mi ricollego a un’idea infantile, quando da piccoli si dice “Quello è mio”, ho aperto quando la mia nipotina aveva undici mesi ed è stata lei a farmici pensare. Le ho detto “Se sorridi, la zia lo affitta”. Sin da piccoli abbiamo quest’idea del possesso, del “non te lo presto perché è mio”, e mi piaceva nell’idea sempre romantica di cui sopra che questo senso di possesso venisse dalle storie, “è il mio libro, il mio tesssoro”. Quindi ho deciso di chiamarla Il mio libro. Quando poi dovevo scegliere il colore delle pareti, mi costava meno fare tutto di un unico colore e ho fatto tutto lilla, anche i soffitti. Anche se ero indecisa tra il verde acqua e il lilla, poi ha vinto il lilla. Volevo un colore rilassante. Poi molti mi hanno detto: “Ma che bel posto, ma che bel posto!”, io rispondevo: “È poco più grande di una scatola di scarpe!”, e a furia di ripeterlo è diventata scatola lilla.

Come si svolge la tua giornata tipo?
Così come la vedi, frenetica e strana, incasinata e disordinata. Vorrei avere metodo, tantissimo, infatti vedi le scuole servono a questo, a dare un metodo. E, invece, io ogni giorno, da sette anni a questa parte, non ti dico che improvviso, adesso di meno, sto davvero imparando a fare questo lavoro e spero che tra quindici anni dirò seriamente “Sono una libraia”. Adesso sto provando, ma a modo mio, con limiti e non, di gestire questa libreria. Non ho tutto schedulato perché lavoro da sola e si ha un’interruzione continua. Inizialmente mi sono detta: “Apro una libreria, leggerò tanti di quei libri”, e invece no, leggo la notte perché non posso stare senza leggere e il mio lavoro, ovviamente, presuppone che io legga, e poi non potrei non leggere proprio di mio perché senza libri non so stare però non lo faccio a lavoro. Io ero convinta di una cosa del genere: poltroncina, libro, poi uno entra e sono pronta al consiglio, ecco no. Mentre lavori fai tutt’altro che leggere. E quindi dipende, dalla gestione delle mail al cliente che entra e ti chiede o il consiglio (ed è la maggior parte delle volte in questa libreria), la persona entra e ti chiede “Dammi qualcosa di bello da leggere”. Dal consiglio di lettura alla scelta dei titoli da comprare e quali no, perché io ho una libreria indipendente e scelgo quasi quotidianamente che titoli comprare, non ho distribuzione, non ho agenti o promotori a raccontarmi delle novità e quindi sono io ad informarmi oppure a chiedere consigli ai colleghi: abbiamo una chat su Whatsapp, siamo in otto sparsi per l’Italia (c’è anche la Sicilia), e lì ci diamo consigli, diventa un continuo inventarsi, proporre. Di incontri ce ne sono tantissimi perché la libreria è proprio il luogo per eccellenza, presentazioni ne ho fatte tantissime, un cento incontri all’anno con gli scrittori. È passato il mondo in questa piccola libreria, sono venute moltissime persone e ho messo le rotelle ai mobili così quando serve, creo lo spazio. E adesso da qualche anno è entrato a gamba tesa l’utilizzo dei social: non puoi far finta che non esistano. Soprattutto se sei in un luogo così, anche se sei a Milano e a Milano raggiungi tutto in maniera molto semplice, devi far sapere che esisti. È un raccontare quotidianamente quello che è la tua vita, il tuo lavoro, questo mondo lilla fatto di scrittori, di clienti e di libraia con evidentemente problemi psicologici. Per gli altri è “Ho aperto una libreria perché era terapeutico per me, l’ho fatto in maniera molto egoistica. Siamo un gruppo di ascolto, adesso praticamente.” Non c’è metodo, mi piacerebbe essere inquadrata, ma lascio non dico al caso, però, ecco, questa sono io. Sembra improvvisato, non lo è del tutto, sono molto attenta a ciò che succede alle persone, ma non sono inquadratissima, e secondo me il bello dei luoghi gestiti dalle persone dall’inizio alla fine è che teoricamente quando entri in una libreria come questa o nelle librerie indipendenti, (con tutto il rispetto e il valore per le grandi catene perché non sono assolutamente contraria, è solo un altro modo di vendere libri, fondamentali anche loro), ma in contesti come questi, la differenza la fa la persona che lo gestisce: quando entri qui è come se stessi entrando quasi a casa mia. Da me è così, se vai a Vigevano a Le notti bianche di Ludovica, troverai un altro mondo ed è quello il bello. Il poter spaziare dalle proposte, all’ambiente, al come ti viene consigliato qualcosa. Sono storie e non possono essere tutte uguali. La differenza la fa chi te la propone.

Vedo che organizzi moltissimi incontri, quali sono le novità di quest’anno?
In realtà, fino all’anno scorso facevo circa cento incontri all’anno. Quest’anno proprio perché la gente fa sempre più fatica ad uscire di casa, la presentazione fine a sé stessa sta iniziando a non avere più tutto questo fascino perché hai l’autore che quasi con la mano sulla fronte ti dice: “Quando ho avuto l’illuminazione per scrivere questa storia…”, ma alla fine della presentazione ti resta poco in realtà. Hai tante proposte e scegli di non uscire di casa, quasi sempre. Quest’anno ho deciso di mantenere il gruppo di IMG_20180127_155514lettura che abbiamo già da cinque anni e che si incontra una volta al mese, di fare dei corsi da quello di racconti a quello delle poesie la sera, ma le presentazioni e gli incontri voglio che siano gestiti al contrario ossia un titolo ci piace, siamo curiosi, lo vendo bene, la storia è andata, ho un gruppo di lettori pronto a incontrare l’autore? Invitiamolo. Perché, per l’autore, significa avere già un pubblico che ha letto e conosciuto la storia e sono venuti a conoscere lui, altri che magari vedendo com’è andata possono incuriosirsi. Mi sono resa conto che alle persone può interessare di più conoscere l’autore di qualcosa che ha già apprezzato e quindi partire al contrario in questo senso. Credo di avere circa 520 mail da leggere, gran parte di autori che hanno scritto un libro e vogliono proporsi. La difficoltà è quella di far passare il messaggio anche all’autore stesso perché veramente ormai pubblica il mondo, no? È accessibile a tutti, troppo. Non sanno come funziona, magari viene un autore che dice: Aabito in zona”, e tu in sette anni non lo hai mai visto nella tua libreria, e ti chiede: “Vengo a fare un firmacopie?”. Io rispondo: “Chi sei? Cosa fai? C’è tanta gente che lo ha chiesto prima di te.” Poi vuole fare un firmacopie qui in un posto in cui non c’è l’affluenza che ci sarebbe a un firmacopie al centro commerciale. Queste persone non sanno dove stanno di casa, questo è un grossissimo problema. Nella filiera, ognuno dovrebbe fare il suo lavoro: “Tu, autore, hai proposto una storia, ce l’hai; hai trovato un editore?” (non a pagamento perché per me non sono editori, questo è un altro discorso)… Se hai trovato un editore, il tuo lavoro finisce qui. Sta all’editore, al suo ufficio stampa, promozione, eccetera, organizzare gli incontri. Se inizi tu a bussare a tutte le porte e non sai neanche dove stai di casa perché per me è folle che una persona che dice di fare lo scrittore e ha una libreria sotto casa non sia mai entrato e poi ti venga a chiedere lo spazio.

E sai già chi verrà a questi incontri al contrario?
Non ancora ma ho qualche idea: per esempio, è stato un caso, è andato già in ristampa il libro di Rosella Postorino (Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2018) che a me è piaciuto tantissimo, l’ho proposto, ai lettori è piaciuto tantissimo e se dovesse ricapitare perché a Milano lei c’è già stata, la inviteremo. Anche su questo discorso: a Milano non è come in altri posti perché in un paese un po’ più piccolo hai l’evento con l’autore. A Milano, oggi ci sono tipo quindici presentazioni con l’autore e quindi o hai la prima su Milano o quell’autore te lo sei bruciato. Ho bisogno di capire anch’io qual è l’interesse da parte dei miei lettori perché se no l’autore, magari, potrebbe non venire se è già stato in città. Poi, vorrei fare delle cose a tema, degli incontri più legati alle tematiche: una delle novità che si troverà qui sarà la musica perché già a vendere libri si fa fatica, perché non vendere anche i vinili, dato che la musica si passa un bellissimo momento? Ho deciso con Luca De Gennaro, un nome, una garanzia, nel mondo della musica. Insieme, faremo una selezione di vinili e inizieremo ad avere anche la musica in vendita e la parte legata alla musica, quindi alcuni incontri verteranno anche sulla parte musicale. Libri, musica, la perfetta colonna sonora per le storie che leggi perché alla fine sono tutte storie, cambia la forma, dal film al romanzo alla canzone, ti cambia il supporto e la forma, ma fondamentalmente si tratta di storie quindi l’idea è quella di proporre storie, la forma cambierà di volta in volta.

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E ho anche visto che qui si festeggiano anche i compleanni…
Sì! Alla fine i lettori sono romantici quindi ho detto ai lettori: se amate stare in mezzo ai libri, perché festeggiare in un bar? Perché non lo festeggiate in mezzo ai libri? E alcuni hanno accettato.

A dicembre ho visto, sempre sulla pagina Facebook della libreria, dell’iniziativa Il libraio sotto l’albero. Cos’è?
In questo caso mi piaceva l’idea di usare questo aggeggio, Facebook, che tutti usiamo per cazzeggiare, e di usarlo per raccontare libri e storie. Ma non soltanto io col mio faccione, ma chiedere ai colleghi di metterci la faccia, consigliare qualcosa da mettere sotto l’albero. È un’iniziativa che a Natale si chiama Libraio sotto l’albero, in estate si chiama Libraio in valigia, quindi ho coinvolto un po’ di persone chiedendo di iscriversi, ho dato a ognuno un orario in modo tale da condividere nell’evento su Facebook appena la diretta partiva. Ognuno aveva cinque minuti. Da San Daniele del Friuli a Palermo, da Londra a Barcellona, i librai italiani hanno consigliato un titolo da mettere sotto l’albero. Tutto in diretta su Facebook per creare e condividere. E ancora oggi è possibile rivederlo.

Mi racconteresti anche del libro sospeso?
Il libro sospeso è stato una delle iniziative che ha cambiato le sorti della libreria: è stato un gesto spontaneo di un lettore che dopo una presentazione, ha comprato uno dei suoi libri preferiti, è venuto in cassa e mi ha detto: “Domani dallo a chi vuoi, è una storia che mi è piaciuta molto.” Il libro era David Golder di Irène Némirovsky. Io ho detto: “In che senso dallo a chi vuoi?”, lui mi ha risposto: “Te lo pago, però tu non 26814629_1589323424465175_4403971737890883538_nrimetterlo in vendita, domani dallo alla persona che secondo te può apprezzarlo e regalaglielo.” Io ero scioccata dal gesto, ho detto: “Facciamo che sia il destino.” e la prima persona che è entrata in libreria, ha ricevuto questo dono. La cosa bella è che non si è limitata a riceverlo, mi ha domandato se potesse fare la stessa cosa e io ho detto che sì, poteva farlo. Si è innescata questa catena di sconosciuti che ha iniziato a regalarsi libri: il regalo è doppio perché lo stai comprando in libreria, lo stai regalando a un lettore che non conosci e da marzo 2014 a oggi, son quasi un migliaio di libri sospesi. C’è chi dentro lascia la dedica, chi scrive solo “Buona lettura!”. Su Facebook, puoi vedere le mani che ricevono il libro sospeso, di modo che chi lo ha comprato sa che è arrivato a qualcuno e magari ha voglia di scrivere, commentare. Le persone non sono più abituate al gesto spontaneo e fine a sé stesso, alla bella azione, al dono. Quindi, tutti ne restano piacevolmente sorpresi. Lo propongono anche da altre parti, a Londra lo hanno chiamato pending book, a settembre di quell’anno c’era questa iniziativa che non ricordo come si chiami dove hanno premiato e citato le cento idee migliori dell’anno e questa del libro sospeso era una di questa.

Poco fa ho sentito che hai consigliato a una ragazza L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel e hai detto che è uno dei tuoi libri preferiti. Ci daresti qualche consiglio di lettura?
Sì, ti dico i miei preferiti: allora L’estate che sciolse ogni cosa edito da Atlantide Edizioni, che è entrato nella top 5 dei miei libri preferiti. Poi, Il conte di Montecristo di Dumas, La schiuma dei giorni di Boris Vian edito da marcos y marcos, Il nostro bisogno di consolazione di Stig Dagerman, edito da Iperborea, son 50 pagine inversamente proporzionali a quello che ti lasciano, e per ultimo, Furore di Steinbeck.

Oltre a essere libraia, so che hai pubblicato un libro intitolato La libreria delle storie sospese. Com’è che hai scritto un libro? Da dove è nata l’idea?
In realtà, il libro è nato per via del destino (io voglio leggere il destino perfino nelle fughe delle piastrelle). Credo sia stato il destino e che mi trovassi al posto giusto nel momento giusto. Io stavo vendendo libri ad 9788817087674_0_0_1564_75Affori, a una serata letteraria, ero lì col mio banchetto libri, era una cena letteraria perché si intervallava da presentazione al cibo. Al tavolo, stavo raccontando quello che sto facendo con te, la libreria, il libro sospeso, eccetera… Due persone si danno di gomito e mi dicono: “Hai mai pensato di raccontarle queste storie? Perché sai, noi si va all’estero a cercare le storie e poi le abbiamo sotto casa.” Io ho risposto: “No, guarda, in Italia scrivono tutti…”. Loro mi hanno detto: “No, lo sappiamo, ti sembriamo un po’ strani che a cena ti diciamo di scrivere un libro, però veramente, come lo hai raccontato a noi, in maniera naturale e spontaneo, ci sono aneddoti che stai raccontando veramente interessanti…”. Dico che non mi interessa, alla terza volta che me lo chiedono, domando chi siano e loro dicono di essere Rizzoli. Allora, ho fatto due chiacchiere con loro e la storia è nata così, parlando della mia storia in libreria. Inizialmente, la narratrice doveva essere Nina, poi è stata Adele che dalla sua poltrona racconta e osserva, con i suoi ottant’anni di vissuto, sia quello che è la vita della libreria sia com’è cambiata Milano da quando lei si è trasferita. Inizialmente, appunto, la narratrice era Nina, e sembrava il diario di una libraia isterica, poi arriva Adele e da Rizzoli mi chiamano e mi dicono: “Ferma, è Adele che deve raccontare la storia”, da lì siamo ripartiti e sono stati molto bravi in questo, ha preso piede, c’è stata attenzione, a maggio esce in Germania.

L’altro giorno una signora lo stava leggendo in metro…
Veramente? Che bello, questo è il secondo anno dall’uscita ed esiste ancora. Sono felice!

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