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Luci & ombre di Vladimir Nabokov

Io sono un romanziere oscuro, doppiamente oscuro, con un nome impronunciabile

Vladimir Nabokov nasce a Pietroburgo il 23 aprile 1899. Figlio di un noto politico visse in Russia fino al 1917 quando la famiglia Nabokov al completo si spostò prima in Crimea, poi in Gran Bretagna. Dopo aver terminato gli studi delle lingue romanze e dello slavo, Nabokov si trasferì a Berlino dove il padre fu assassinato il 28 marzo del 1922. A seguito dell’uccisione del padre, Nabokov andò a Parigi dove pubblicò alcuni scritti in russo e nel 1925 sposò Vera Slonim, dalla quale ebbe un figlio di nome Dmitri. Nel 1940 si trasferì negli Stati Uniti, prese la cittadinanza americana e non soltanto si cimentò a scrivere in inglese, ma tradusse anche le sue opere precedenti. Morì in Svizzera a Montreux nel 1977.

È inevitabile che la sua vita movimentata influì su tutta la sua produzione, ma Nabokov si scaglia contro i critici che cercano continuamente di ritrovare note autobiografiche nei suoi romanzi. È questo il senso della prefazione de Invito a una decapitazione, pubblicato nel 1938 in lingua russa: non vi è contatto fra chi vive e chi scrive, la sua scrittura si discosta totalmente dal Nabokov essere umano, nonostante sia lampante il fatto che egli inserisca luoghi (America, Svizzera) in cui visse e ideali totalmente suoi (in tutti i romanzi si ritrova un disprezzo nei confronti della psicologia freudiana). Inoltre, Nabokov polemizza contro i critici che tentano di creare collegamenti con altri scrittori: “Per inciso, non sono mai riuscito a capire perché ogni mio libro scateni invariabilmente i critici alla ricerca frenetica di nomi più o meno famosi per appassionati confronti. Durante gli ultimi trent’anni hanno scagliato contro di me (tanto per elencare solo alcuni di quei missili inoffensivi) Gogol’, Tolstoevskij, Joyce, Voltaire, Sade, Stendhal, Balzac, Byron, Bierbohm, Proust, Kleist, Makar Marinski, Mary McCarthy, Meredith (!), Cervantes, Charlie Chaplin, la baronessa Murasaki, Puskin, Ruskin, e perfino Sebastian Knight”. L’ironia di Nabokov è tagliente: ne è un esempio la fusione tra Tolstoj e Dostoevskij (Tolstoevskij), il citare Charlie Chaplin o Sebastian Knight (personaggio de La vera vita di Sebastian Knight, primo romanzo in inglese dell’autore). Vladimir Nabokov

Nabokov è uno scrittore extraterritoriale, così lo definisce Steiner. “Profugo e vagabondo nella lingua”: “Eccentrico, lontano, nostalgico, […] Nabokov rimane, in virtù della sua extraterritorialità, uno dei principali portavoce del nostro tempo”. Essendo esule perenne, Nabokov sviluppa una gelosia protettiva, un amore forsennato, una personalità chiusa in difese che si vogliono e si possono definire granitiche. Dietro le pagine nabokoviane c’è la lamentatio, la sua esperienza mentale può infastidire il lettore, ad esempio nei passi in cui si scaraventa contro Freud, ma la sua lotta contro la psicanalisi non è infondata tanto che dai suoi romanzi si evince una lettura approfondita delle pagine freudiane: in Cose trasparenti – romanzo del 1972 – viene citata una relazione fra una ragazza e un uomo più grande (sintomo del complesso edipico), senza contare che il protagonista Hugh Person uccide nel sonno e nel sogno sua moglie.

L’uomo che sogna è un idiota non del tutto sprovvisto di forza animale. (Cose trasparenti)

Uno dei passi più antifreudiani lo si ritrova in Lolita: “Devo la mia completa guarigione a una scoperta che feci proprio mentre mi curavano in quella particolare, costosissima clinica: scoprii che prendere in giro gli psichiatri mi procurava un inesauribile, gagliardo godimento. Bastava circuirli con astuzia; non mostrare mai che conosci tutti i trucchi del mestiere; inventare sogni elaboratissimi, puri classici dello stile (che procurano a loro, i cavasogni, incubi dai quali si svegliano urlando); stuzzicarli con false «scene primarie»; e non lasciargli mai intravedere il minimo sprazzo delle tue vere turbe sessuali. Corrompendo un’infermiera ebbi accesso a uno schedario dove scoprii, con spasso supremo, alcune cartelle cliniche in cui venivo definito «potenzialmente omosessuale» e «totalmente impotente».” (Lolita)

nabokovLa contrapposizione fra luce e ombra è evidente in Nabokov: tutti i suoi personaggi sono opachi, non penetrabili dalla luce, prigionieri della loro esistenza. È opaco Cincinnatus (Invito a una decapitazione), è opaco Hugh Person (Cose trasparenti: già il titolo indica il dualismo fra l’opacità del personaggio e il mondo in cui si ritrova), è opaco Humbert Humbert (Lolita).
Nabokov ricorda che ogni uomo ha un rapporto con la realtà primariamente poetico-estetico. Si ritrova in Nabokov l’innocenza felice del mito originaria, un’innocenza che deve esistere, oltre il mondo traslucido e falso dev’esserci un mondo felice, la felicità esiste e gli uomini se ne sono dimenticati. I soggetti umani e opachi, protagonisti dei romanzi, provano vergogna: il vero soggetto umano è un poeta, ognuno ha qualcosa da scrivere, da dire.Ho il dono di saper congiungere tutto ciò in un solo nesso” dice Cincinnatus, protagonista de Invito a una decapitazione, che verrà decapitato proprio per la sua opacità. Non è un caso che la prima cosa che Cincinnatus fa in prigione è scrivere e non è un caso nemmeno il fatto che Humbert Humbert, protagonista di Lolita, decida di scrivere la sua relazione con Lolita.

Per quanto Nabokov affermi giustamente la distanza che passa fra la sua vita e la scrittura, influenza ugualmente i suoi personaggi conferendogli i suoi stessi passatempi: tennis, cruciverba, scacchi:
Giocavamo a scacchi: la figlia mi osservava da dietro il cavalletto, e inseriva occhi o nocche attinti da me nella porcheria cubistica che a quei tempi le signorine istruite dipingevano invece di agnellini e lillà.” (Lolita) Ma la vera genialità di Nabokov, la sua scrittura doppiamente oscura, si palesa nella scelta dei nomi attribuiti ai suoi personaggi, un immenso gioco di parole che intrappola il lettore come se si ritrovasse in una tela aracnica: Cincinnatus (nato con il doppio peccato), Hugh Person (una persona qualunque), Humbert Humbert (nome raddoppiato significante doppio borbottio, ritorna il tema del doppio come nella scena de Invito a una decapitazione dove Cincinnatus si alza e la sua ombra rimane seduta).

Il legame fra Nabokov e la scrittura è maggiormente evidente in Lolita, suo romanzo più famoso. In un’intervista del 1965 ha riferito: “Il passaggio definitivo dalla prosa russa alla prosa inglese è stato quanto mai doloroso – come imparare di nuovo a maneggiare gli oggetti dopo aver perso sette o otto dita in un’esplosione.”

LolitaIl romanzo Lolita provocò così tanto scandalo in tutto il mondo da essere addirittura appellato come Affaire Lolita. Nel settembre 1955 il romanzo, dopo essere stato rifiutato da quattro editori americani, fu pubblicato a Parigi dall’Olympia Press. E mentre Graham Greene, nel dicembre ’55, consiglia caldamente Lolita sul Sunday Times, John Gordon ribatte a sua volta, sul Sunday Express, definendo Lolitail libro più osceno che abbia mai letto. Si tratta di pornografia senza freni… Chiunque si assumesse il rischio di pubblicarlo o venderlo qui andrebbe certamente in prigione”.
Cominciano così dibattiti e polemiche, il Ministero degli interni inglese fa sequestrare alcune copie introdotte in Inghilterra e a sua volta il Ministero degli interni francesi manda la polizia nella casa editrice e proibisce la pubblicazione del romanzo.

Mentre l’Europa si indigna al romanzo nabokoviano, nonostante la Francia sia stata il primo paese a pubblicarlo, l’America diviene più indulgente e così la Anchor Rewiew newyorchiana pubblica un pezzo di Lolita accompagnato da una postfazione scritta da Nabokov A proposito di un libro intitolato Lolita dove lo scrittore si difende a spada tratta.

Nessuno scrittore, in un paese libero, dovrebbe esser costretto a preoccuparsi dell’esatta linea di demarcazione tra il sensuale e l’erotico.

(A proposito di un libro intitolato Lolita)

Nell’agosto del 1958 il libro viene pubblicato dalla casa editrice Putnam e riscuoterà molto successo, dando addirittura vita a film (Kubrick, Lyne) e riscritture (per esempio Lo’s diary di Pia Pera che racconta la storia dal punto di vista di Lolita).

Lolita fu definito il resoconto della storia d’amore di Nabokov con la letteratura romantica, ma anche su questo lo scrittore non è d’accordo: “Questa elegante formula diverrebbe più esatta se si sostituissero a «letteratura romantica» le parole «lingua inglese».”

Fin dall’incipit, infatti, notiamo come Nabokov riesca a dare vita a un estratto di prosa poetica, modellando la lingua inglese con allitterazioni e assonanze, senza tralasciare i rimandi alla letteratura che lo ha accompagnato per tutta la vita. (Nell’incipit Nabokov si ispira alla poesia Annabel Lee di E.A.Poe)

Alla domanda “Quali sono gli scrittori […] che più hanno influito su di lei?”, risponde: “Da ragazzo ero un lettore insaziabile. A quattordici o quindici anni avevo già letto o riletto tutto Tolstoj in russo, tutto Shakespeare in inglese e tutto Flaubert in francese – oltre a centinaia di altri libri. […] ma non credo che un autore particolare abbia avuto un influsso preciso su di me”.

“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.
She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.” (Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.)

In un’intervista del 1964 sul giornale Playboy l’autore afferma: “Per la mia ninfetta avevo bisogno di un diminutivo che suonasse come un motivetto pieno di lirismo. Una delle lettere più luminose è la “L”. Il suffisso “-ita” trabocca di tenerezza latina, e a me serviva anche questa. Dunque: Lolita. […] Un altro motivo è stato il gradevole mormorio che si può cogliere nel nome originario, nella sorgente da cui scaturisce “Lolita”: le rose e le lacrime di “Dolores” [il nome allude alla radice latina dolor e, tradizionalmente, alla Vergine Maria]. Dovevo tener conto dello straziante destino della mia ragazzina, oltre che della sua grazia e limpidezza. Dolores le offriva anche un altro diminutivo, più semplice, più familiare e più infantile: Dolly [notare l’assonanza con doll, “bambola”], che si associava bene al cognome “Haze”, nel quale le brume irlandesi si fondono con una coniglietta tedesca – voglio dire, con una piccola lepre tedesca [haze in inglese significa “foschia”, “nebbia leggera”. “Lepre” è hase in tedesco e hare in inglese]”.

L’amore ossessivo di Humbert per Lolita può dunque essere paragonato a quello di Nabokov per la lingua, per la scrittura. Così come Lolita è solipsizzata e al sicuro, anche Nabokov lo è grazie alla sua passione dedicata totalmente all’atto dello scrivere. E ciò si evince facilmente da diversi punti di vista: vi è quello contenutistico, proprio del romanzo; quello strutturale da cui derivano la costruzione della trama, il rapporto fra i personaggi, la presenza di molte tematiche; quello linguistico e stilistico di cui si è parlato sopra; quello intertestuale che apre le porte a citazioni e allusioni nel campo letterario e non (una degna d’attenzione è l’inserire, in mezzo a tanti nomi di scrittori fittizi, anche il nome di un certo Vivian Darkbloom che altri non è che lo pseudonimo di Vladimir Nabokov). E per ultimo, ma non perché meno importante, vi è il livello del discorso narrativo basato sui vari narratori e narratari: Lolita è il romanzo scritto da Nabokov ma già alla prima pagina troviamo una prefazione scritta da un certo John Ray che fa pubblicare il manoscritto di Humbert. A sua volta Humbert rivolge diverse apostrofi: ai giudici – affinché lo assolvano – al lettore che legge il romanzo e infine a Lolita stessa (nonostante abbia fatto promettere di pubblicare tutto quanto dopo la morte di Lolita).

Nabokov, con la sua bravura, dissemina moltissimi indizi all’interno del romanzo per far comprendere chi sarà la vittima alla fine del libro, vi si propone un pezzo di dialogo fra Humbert e un misterioso signore, da cui si evince la massima capacità di Nabokov nel giocare con la sua neo-lingua:
I was about to move away when his voice addressed me:
«Where the devil did you get her?»
«I beg your pardon?»
«I said: the weather is getting better.»
«Seems so.»
«Who’s the lassie?»
«My daughter.»
«You lie–she’s not.»
«I beg your pardon?»
«I said: July was hot. Where’s her mother?»
«Dead.»
«I see. Sorry. By the way, why don’t you two lunch with me tomorrow…»

(Stavo per andarmene quando la sua voce mi apostrofò:
«Dove diavolo l’ha pescata?».
«Come dice?».
«Ho detto: che cavolo di serata».
«Già».
«Chi è la ragazzina?».
«Mia figlia».
«Non è vero. Lei mente».
«Come dice…?».
«Ho detto: che tempo inclemente! Dov’è sua madre?».
«Morta».
«Ho capito. Mi dispiace. A proposito, perché non pranziamo insieme noi
tre, domani? Quella gentaccia se ne sarà andata».)

Lolita è un romanzo che seduce, che incanta, che conferisce al lettore la voglia di non staccarsi più dal libro fino a quando non si sarà arrivati alla fine. Scrive Lionel Trilling in The Last Lover. Vladimir Nabokov’s “Lolita” (1958):
Ci ritroviamo particolarmente scioccati quando ci rendiamo conto che, durante la lettura del romanzo, finiamo per passar sopra alla violazione che descrive […] Siamo stati sedotti e resi conniventi con la violazione, perché abbiamo permesso alle nostre fantasie di accettare ciò che sappiamo essere rivoltante”.

E probabilmente era questo il fine principale di Nabokov: “Io non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica, e, a dispetto delle affermazioni di John Ray, Lolita non si porta dietro nessuna morale. Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.” (A proposito di un libro intitolato Lolita)

Nabokov, (1996), Lolita, ed Adelphi;

Nabokov, (2004) Invito a una decapitazione, ed. Adelphi;
Nabokov, (1995), Cose trasparenti, ed Adelphi.

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