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Michela Marzano e l’idolatria della «performance». Come si diventa ciò che si è (nonostante quel che si fa)

Con l’arrivo dell’autunno, a Misano Adriatico, la frenesia cede il posto alla riflessione. Già da qualche anno, all’interno dell’ormai ex Cinema Astra, si tiene infatti una rassegna dedicata alla filosofia, dove le maggiori firme intellettuali della scena nazionale si confrontano con un pubblico sempre più numeroso.

Quest’anno, in particolare, dopo avere discusso di Denaro e Potere, si è deciso di affrontare non più un altro idolo della nostra modernità, ma la nozione stessa di Idolatria. Certo potrebbe sembrare anacronistico, alle soglie del nuovo millennio, discutere ancora di un concetto pagano, eppure, sebbene attraverso altri rituali, l’uomo insiste imperterrito a prostrarsi, a inventare “vitelli d’oro” sempre più sfavillanti. Tra gli ultimi, e più perversi, feticci, ve n’è poi uno verso cui mostra una speciale devozione, nei confronti del quale tende a spendere più energie e rivolgere più desideri: l’idolo della Perfomance. Ad illustrare i limiti, e ancora di più i rischi, di una simile adorazione, è intervenuta Michela Marzano, docente di Filosofia Morale all’Université Paris Descartes, saggista, e nome ben noto ai lettori di Tropismi.

La sua, più che una conferenza, è stata una vera e propria analisi, mirata, in quanto tale, a sollevare più interrogativi di quelli cui è tenuta a rispondere.

Anzitutto, che cos’è la perfomance? E per quali motivi questa parola, nata in ambito lavorativo, è stata poi associata alla dimensione esistenziale? Con quali conseguenze? Certo è innegabile che, ben prima dell’avvento della rivoluzione industriale, fosse già presente nell’uomo un’innata tendenza al perfezionismo. Ne parla infatti Aristotele, secondo cui il nostro compito è appunto quello di tendere all’εὐδαιμονία, di consentire, cioè, il benessere universale attraverso l’esercizio della nostra personale virtù. A differenza di noi contemporanei, i Greci ragionavano appunto secondo dinamiche collettive, niente affatto individuali. L’individuo, per loro, era infatti al servizio del bene comune e il suo scopo, contrariamente a quanto avviene oggi, non era affatto l’affermazione del proprio ego. Tale differenza, di per sé già rilevante, ne comporta anche altre ben più sostanziali. I liberali moderni, i quali, come Luigi Einaudi, percepiscono nella lotta una darwiniana bellezza, tramutano infatti il primato dell’individuo in un culto esasperato dell’autonomia. Se Robert Nozick e Joseph Raz, che di questa tendenza sono i portavoce, si limitassero a invocare «norme proprie per ciascun individuo», come d’altronde suggerisce l’etimologia di αὐτόνομος, li si potrebbe quasi sostenere. Il problema sorge però dallo slittamento semantico che ne consegue, e che vuole che all’autonomia subentri poi l’auto-creazione e, infine, l’autoaffermazione.

In quest’ottica, «avere successo» significa dunque essersi realizzati, essere riusciti a imporsi su, e nonostante, gli altri. La prevaricazione non è qui solo permessa, ma, appunto, addirittura incentivata. Non potendo parlare di «igiene del mondo», si parla così di meritocrazia, ovvero di un sistema che premi il talento di alcuni finendo, così, per svalutare i più. Un sistema spietato ma giusto, si potrebbe dire. Eppure, posto che il talento sia, come in effetti è, una dote innata, che senso ha valorizzarlo?

O meglio, è davvero così giusto premiare qualcuno per ciò che è, piuttosto che per ciò fa? Ecco emergere una prima contraddizione.

La calvinista logica della predestinazione, che nel successo terreno vede un anticipo di quello celeste, è esattamente alla base, come ben nota Max Weber, dello stesso sistema capitalistico. La domanda è: riusciamo ancora a crederci? E a che prezzo? A ben vedere questa «gabbia d’acciaio», specie una volta tolto il mantello della religione, comincia a starci sempre più stretta.

Nel suo A Theory of Justice – dove il termine «perfezionismo» è finalmente destituito dalla sua accezione positiva – John Rawls è tra i primi a avvertirne il peso, e lo stesso dicasi di Alain Ehrenberg, che dopo aver scritto Le Culte de la performance, pubblica, sette anni più tardi, La Fatigue d’être soi – dépression et société. E se essere sé stessi è faticoso, figuriamoci essere come ci vogliono gli altri. Ci viene infatti richiesto, sempre più spesso, di sapere gestire non solo le nostre competenze – pretesa, del resto, più che comprensibile – ma addirittura le emozioni ed il nostro stesso aspetto. Essere efficienti e produttivi richiede infatti un controllo totale, anche, e soprattutto, della propria persona. Ma siamo davvero disposti a rinunciare a noi stessi? E in nome di cosa, o di chi?

Cosa penserebbe Jacques Lacan, secondo cui «la verità comincia laddove si balbetta», delle terapie di programmazione neuro linguistica? Anche ammesso, e ci credo poco, che questi percorsi ci portino ad essere dei vincenti, siamo davvero sicuri che sia questa la condizione cui aspiriamo? Georges Canguilhem, già nel secolo scorso, aveva denunciato lo scacco esistenziale sotteso, in maniera sistematica, a qualsivoglia riuscita professionale; basta d’altronde guardarsi un film di P.T. Anderson, per averne anche solo un’idea.

Ancora peggio, però, è quando un riconoscimento nemmeno arriva, e ci si continua comunque a struggere per esso, ignari dei propri limiti e, talvolta, persino delle proprie ambizioni. Troppo spesso, infatti, obbediamo a stimoli a noi estranei, credendo di soddisfare bisogni che, in realtà, ci sono stati semplicemente inculcati. Convinti di essere autonomi, non lo siamo dunque affatto. Continuiamo anzi ad ignorare, o peggio ancora a travisare, le parole di Kant, che, in Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?, ci incita ad osaresapere aude – a sfruttare le nostre risorse intellettuali per uscire dallo stato di minorità in cui, nostro malgrado, versiamo. Consacrando invece la nostra vita al successo, rischiamo pertanto di condurla all’oblio, ed è del resto fatale, nonché assurdo, voler affermare sé stessi prima ancora di conoscersi. Se falliamo proprio in questo, nel solo sforzo che valga la pena fare, anche noi, come il padrone di Jacques le fataliste, non faremo che professarci liberi, agendo, al contrario, su diretta istigazione di chi è al nostro servizio. Sostituendo la sua volontà alla nostra, e senza nemmeno accorgercene, lasceremo infatti che sia lui a condurre la nostra vita o, nel migliore dei casi, il nostro cavallo*.

Finiremo, insomma, per buttarci tutti dalla sella?


 

*Si allude qui a un dialogo tra il fatalista Jacques, protagonista dell’omonima opera di Diderot, e il suo padrone. Verso la fine del libro si legge infatti quanto segue:

IL PADRONE: Eppure mi sembra di sentire dentro di me che sono libero, come sento che penso.
JACQUES: Il mio capitano diceva: — Sì, ora che non volete niente, ma provate a voler cadere giù da cavallo!

IL PADRONE: Ebbene! mi butterò giù.
JACQUES: Allegramente, senza fastidio, senza sforzo, come quando volete scendere davanti alla porta di una locanda?

IL PADRONE: Non esattamente così; ma che importa, purché mi butti giù provando che sono libero?

JACQUES: Il mio capitano diceva: — Come! non vedete che, se non vi avessi contraddetto, mai vi sarebbe venuto in mente di rompervi il collo? Sono dunque io a prendervi per il piede e a gettarvi giù dalla sella […].

 

**In copertina: Mark Wahlberg in Boogie Nights, di Paul Thomas Anderson (1997).

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