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Okja: perché i supermaiali siamo noi

Illustrazione posta in copertina del libro di Jonathan Safran Foer.

Illustrazione posta in copertina del libro di Jonathan Safran Foer.

Ho smesso di mangiare carne poco dopo aver finito di leggere Se niente importa di Jonathan Safran Foer, quando mi sono imbattuta in un servizio di Report sulle grandi aziende di pollame e non ho più potuto fingere di non sapere.

Gestire la rinuncia alla carne non è stato difficile, perché abbiamo raggiunto un livello di benessere tale che non è necessario uccidere gli animali per nutrirsi. Quello che mi è ancora difficile è gestire le persone: le domande cretine, le osservazioni polemiche, lo scherno, i nessi (il)logici delle persone.
Per preservarmi dall’imbecillità e salvaguardare il mio fegato, ho adottato una soluzione semplice ed efficace: evito di affrontare l’argomento ed evito di dire che non mangio carne, a meno che non mi venga espressamente chiesto.

Dietro la mia reticenza c’è anche un’altra ragione, e cioè la convinzione che le spiegazioni razionali non bastino né a giustificare la mia scelta né a promuoverla. Safran Foer ci è riuscito con qualche migliaio di persone, ma per farlo ha dovuto scrivere un saggio di quasi 400 pagine e comunque se n’è interessato solo chi aveva già un dubbio sul consumo di carne, quindi che possibilità avrei io, che scrivo peggio e incontro gente che mi sfinisce con discorsi su trucchi e case farmaceutiche, su spazzolini e su amici di amici che una volta…?

Non è sufficiente raccontare le atrocità che vengono perpetrate sugli animali di cui mangiamo la carne, dalla costrizione in uno spazio minimo all’incuria, dalle bastonate all’elettronarcosi e fino al dissanguamento, per sensibilizzare al tema.
E non serve nemmeno a motivare in modo credibile la nostra rinuncia, perché di fatto sappiamo tutti che gli animali che troviamo al supermercato sono morti ammazzati, e tutti abbiamo un’idea, più o meno vaga, di quello che viene fatto loro prima della macellazione, ma non tutti siamo vegetariani.

La copertina del libro di Han Kang.

La copertina del libro di Han Kang.

È come se la realtà non fosse abbastanza suggestiva e potente da riuscire ad autoimporsi, abbastanza reale da risultare vera. Come se nell’ipercorporalità del mondo contemporaneo non funzionasse più la narrazione della violenza sui corpi quanto quella della nostra reazione a essa.
Che è una narrazione in cui l’immaginazione pesa più dell’evidenza, il mito più dell’evento e la fiction più della cronaca.

In questo senso, non mi pare affatto un caso che nello splendido libro di Han Kang uscito nel 2016 per Adelphi, La vegetariana, la protagonista Yeonh-hye dica, per motivare la sua improvvisa decisione di non mangiare più carne e derivati animali «ho fatto un sogno»: un’attività psichica dai contorni imprecisi attiva la narrazione meglio di un’argomentazione contro lo sfruttamento degli animali.

Perché non è attaccabile, innanzitutto, non essendo un’argomentazione ma una suggestione. E perché permette di indagare non l’evento, su cui c’è poco da dire, ma le reazioni attorno all’evento, che non essendo regolate da una causa razionale riflettono la sottocultura, i pregiudizi, le idee di tutti i personaggi del romanzo e dell’intera società coreana sulla rinuncia alla carne. Il marito pensa superficialmente che sia una scelta alimentare ma a una cena la spaccia per una dieta salutare imposta da un medico per senso di vergogna; il cognato crede che sia il sintomo di una crisi mistica ecc. : non si scopre mai la vera ragione per cui Yeonh-hye abbia smesso di mangiare carne, ma paradossalmente sembra che la verità sia data dalle letture che se ne danno più che dalla verità in sé – ch’è il sogno.

Qualcosa di molto simile succede con il secondo film prodotto da Netflix, Okja, che con il pretesto di una storia di amicizia tra una bambina e un maiale racconta di multinazionali, di crudeltà  sugli animali e di tutta la società  americana.

La locandina del film.

La locandina del film.

La trama è questa: la multinazionale Mirando Corporation, in previsione di un futuro in cui non ci sarà abbastanza cibo per l’intera popolazione mondiale, crea in laboratorio un nuovo animale geneticamente modificato, il supermaiale, con l’idea di commercializzarlo dopo un periodo di attesa di dieci anni.

Il lungo periodo serve innanzitutto a promuovere i principi su cui si basa la produzione del supermaiale, che come quelli dello slow-food sono la lentezza, il rispetto dell’ambiente e la qualità, e poi a moltiplicare e perfezionare gli esemplari di supermaiale negli allevamenti intensivi della Mirando Corporation sparsi per il mondo.

Per sostenere il lancio del supermaiale in modo efficace e positivo, viene bandito il concorso di supermaiale più bello e più sano: 26 cuccioli di supermaiali selezionati vengono affidati ad altrettanti allevatori scelti per dieci lunghi anni, dopo i quali è decretato il vincitore. Tra questi 26 maialini c’è Okja, la maialina che dà il titolo al film.

Okja è cresciuta in Corea con un vecchio allevatore e, soprattutto, con sua nipote Mija, una ragazzina orfana con cui vive in simbiosi. Legatissime, le due trascorrono le giornate insieme sulle incantate montagne che abitano e che paiono rubate a un cartone di Miyazaki, dormono abbracciate e si prendono cura l’una dell’altra. Si appartengono, e Mija, che ha paura di perderla, chiede più volte al nonno se abbia finito di pagare le rate per comprare Okja dalla grande azienda.

Il nonno le dice di sì, ma quando alla scadenza dei dieci anni gli addetti della Mirando Corporation scelgono Okja come miglior supermaiale e decidono di portarla a New York si scopre che non è vero: le rate erano servite a pagare un maialino d’oro, perché la Mirando Corporation non aveva accettato di poter cedere uno dei suoi supermaiali. Mija, ferita, scappa di casa, e quando ci torna lo fa solo per recuperare qualcosa – dei soldi, il maialino d’oro, qualche abito – e partire alla volta di Seul e poi di New York, dove è stata portata Okja.

I membri dell'ALF.

I membri dell’ALF.

L’ALF non vuole solo salvare Okja, vuole far fallire l’intero progetto dei supermaiali e mostrare a tutti le atrocità compiute dalla multinazionale, e per farlo è disposta a tutto. Anche a mentire a Mija e a inviare Okja dentro il laboratorio in cui è stata creata per ottenere una prova, pur sapendo che potrebbe essere maltrattata, obbligata ad accoppiarsi e persino uccisa. Viene quindi messa in scena da una parte la purezza di cuore che anima i membri dei movimenti animalisti, e dall’altra l’ingenuità di cui spesso peccano, che sfocia nella banalità del male in presenza di piani ambiziosi ma deboli.

Lucy Mirando, la dirigente della Mirando Corporation impersonata da Tilda Swinton.

Lucy Mirando, la dirigente della Mirando Corporation impersonata da Tilda Swinton.

La dirigenza della Mirando Corporation, simbolo delle odierne multinazionali del cibo, persegue in maniera cinica e sfacciata il profitto, sacrificando tutto il resto: «It’s all edible! All edible, except the squeal» («è tutto commestibile, tutto eccetto le grida»), dice Nancy Mirando a proposito dei supermaiali. E in più momenti dimostra la bassa opinione ha dei consumatori: non si limita a imbrogliarli spacciando una nuova specie creata in laboratorio per un miracolo della natura, ma non teme di essere scoperta perché sa che abbassando il prezzo dei prodotti riuscirebbe a salvarsi dallo scandalo: «scrap precious promotional marketing […] if it’s cheap, they eat it» («al diavolo il marketing promozionale […] se costa poco, lo mangeranno»), dice in modo spregiudicato verso la fine del film.

Cattura3Infine la folla, che rappresenta nel suo incosciente menefreghismo la società americana. La folla, radunata per assistere alla presentazione del nuovo supermaiale sotto un palco enorme, si ritrova a un certo punto a mangiucchiare wurstel di supermaiale mentre su un megaschermo viene proiettato un video in cui Okja viene picchiata e ferita dallo sponsor della Mirando, che le estrae della carne da cinque diversi punti del suo corpo.

Eppure – lo sappiamo senza vederlo – non smetterà di mangiare carne per questo. Continuerà a professarsi eco-friendly e attenta alla salute, che è il motivo per cui presenzia il lancio della carne di supermaiale, e continuerà a non verificare le informazioni che le hanno dato; non si chiederà da dove arrivi il nuovo cibo e, purché il prezzo sia basso, passerà sopra le nefandezze compiute dalla multinazionale sugli animali. Che è esattamente quello che facciamo noi quando compriamo un abito da H&M a cinque euro.

«It’s not our fault that the consumers are so paranoid about OGM foods» («Non è colpa nostra se i consumatori sono così paranoici sugli OGM»), dice a un certo punto Lucy Mirando per giustificare le bugie dette sulla creazione dei supermaiali, come a lasciar intendere che più che una colpa l’inganno è la risposta a un bisogno paranoico della società. E come darle torto?

La fabbrica in cui vengono macellati i supermaiali.

La fabbrica in cui vengono macellati i supermaiali.

Noi non vogliamo realmente smettere di mangiare carne, vogliamo solo essere rassicurati sulla sua provenienza e sul fatto che ci faccia bene; vogliamo che qualcuno trovi per noi l’alibi che ci consenta di continuare a mangiare carne senza sentirci in colpa, senza sentirci complici o responsabili. Anche se sappiamo che cosa viene fatto ai vitelli, ai pulcini, ai maialini.

Alla fine Maja riesce a salvare Okja a un passo dalla morte, comprandola da Nancy Mirando in persona con il costosissimo maialino d’oro del nonno. Mentre ritorna a casa appiccicata a Okja, due supermaiali destinati al macello le affidano il loro cucciolo, in una richiesta disperata di aiuto e di speranza, e lei lo prende con sé.
I supermaiali, in un moto di amore, sembrano figure incredibilmente umane, mentre gli esseri umani sembrano supermaiali che si ingozzano senza chiedersi, senza pensare, senza provare sentimenti. Anche quelli fuori dallo schermo, che vengono in mente per naturale associazione.

E questo è il messaggio di una storia inventata che, in realtà, è la nostra realtà, oltre a spiegarla meglio.

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