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Pennac. Leggere per buona educazione

Resta da capire che i libri non sono stati scritti perché mio figlio, mia figlia, i giovani, li commentino, ma perché, se ne hanno voglia, li leggano.  (da Come un romanzo)

Un grande scrittore, un ottimo professore, uno studente (molto) meno brillante. L’alunno Daniel Pennac era uno di quelli svogliati e poco capaci, che si piazzano nelle ultime file per potersi meglio concentrare nel distrarsi dalla lezione. Addirittura, stando a una leggenda familiare, avrebbe avuto bisogno di un anno intero per imparare la prima lettera dell’alfabeto e di una rivoluzione (quella del Sessantotto) per laurearsi. La verità è che sin dalle prime lezioni al piccolo Pennacchioni fu appiccicata in fronte un’etichetta che lo identificava a distanza: “somaro”. Nessuno si chiese come potesse un bambino alle prime armi esser già un somaro patentato, non gli domandarono in cosa avesse bisogno di aiuto per migliorare; si limitavano danielpennacsemplicemente  a constatare le sue lacune e spalancando le braccia sconsolati (in apparenza più di quanto non fosse lo stesso Daniel, che di fronte agli incomprensibili esercizi di aste componeva piccoli eserciti di amici) gli chiedevano “Ma tu, ma cosa vuoi diventare?” senza informarsi su chi fosse in quel momento. Una non verità, quella raccontata dall’etichetta di somaro, che veniva accettata passivamente e con rassegnazione  da tutti: «Il fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei [la madre] non si è mai più ripresa»¹. Sembra partire da sconfitto in partenza, ma anche per Pennac arriva il momento del riscatto e la voce che gli parla dall luce a Damasco è quella (sorpresa!) di un professore, per di più di  matematica. Con l’aiuto di pochi altri insegnanti disseminati lungo la sua carriera da studente, il miracolo si compie: Daniel non è più un somaro ed è addirittura pronto a diventare professore a sua volta.

«Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di colui che ignora tutto ciò che voi sapete!»¹ tuona l’alter ego di Pennac, quello somaro e insofferente delle regole, che gli è rimasto neanche troppo sopito dentro, e che cerca di scuotergli la coscienza. È la vocina che serve a mantenerlo sull’attenti, a impedirgli di adagiarsi e mettersi comodo nel suo ruolo di professore nei licei francesi, di uomo di cultura che impartisce il suo sapere a ragazzi che la società trascura perché “che futuro vuoi che abbiano”. Lo pungola, gli ricorda che la scuola non è la società: da quest’ultima ritenuto inadatto a inserirsi nel meccanismo e quindi abbandonato, come tanti altri ragazzi Pennac è stato salvato invece da professori che dichiaravano “Il 6 lo avrete alla fine dell’anno, è assicurato, ma adesso impariamo qualcosa”, che tenevano allenata la memoria dei loro alunni giocando con gli incipit dei romanzi (“Non potrò mai dimenticare quelle pietre bianche ed enormi come uova preistoriche!”). che non pretendevano nulla, ma chiedevano tutto. Nei suoi libri e nei saggi, Pennac affronta le tematiche dell’educazione da uomo del campo: come ex-somaro ora insegnante e in qualità di perenne curioso, rivela uno spirito critico prezioso per riflettere sulla pedagogia e sull’istruzione come formazione personale,sempre  rivendicando la ricchezza esistenziale dei ragazzi, schiacciati dagli adulti nel ruolo di studenti-clienti della scuola.

IMG_20130920_182110Anche da scrittore affermato, Pennac rimande fedele al suo bisogno di domande e rilancia il dialogo come strumento conoscitivo, tanto a scuola quanto nella vita: «Il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio dell’ortografia, la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l’immersione nel testo, e l’abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una ragione strettamente limitata all’oggetto che ci riguarda, qui e ora, in questa classe, durante quest’ora di lezione, fintanto che ci siamo»¹. Si domanda Pennac: come pretendere che le giovani menti degli studenti siano attive e reattive nell’ora di lezione se spesso è il professore stesso a non esserci? Sì, è seduto alla cattedra, sì, ha distribuito le dispense, ma dov’è davvero in quanto persona, e non solo come ruolo? In quei sessanta minuti, chi è seduto di fronte ai ragazzi? Si deve compiere il salto. La barriera è caduta, la prospettiva rovesciata: è il professore che insieme ai suoi colleghi imparruccati si sporge oltre la cattedra per chiedere all’esaminata “Mi racconti di Balzac, mi parli di quello che le piace, la prego, mi faccia venire voglia di leggere“. Perché è questo, che la scuola insegna: la lettura per compito, la lettura per svolgere l’analisi grammaticale e del testo, la lettura non come momento a sé ma solo in funzione di. E poi, una volta arrivati in società: la lettura come sfoggio di cultura. “Ma come, non ha mai letto xy?” Ma no, perdio – risponde Pennac -, perché dovrei aver voglia di leggere una cosa del genere? Facendo come fanno la scuola e la società, ovvero dando un obiettivo consumistico alla lettura, «faremmo passare la lettura per un obbligo morale e questo sarebbe solo l’inizio di una spirale che porterebbe poi a giudicare, per esempio, la “moralità” dei libri, in funzione di criteri che non avrebbero alcun rispetto per l’altra libertà inalienabile, la libertà di creare (la libertà di scrivere non può ammettere il dovere di leggere)»¹.

– Dai, tu che sai tutto senza aver imparato niente, il modo per insegnare senza essere preparato a questo? C’è un metodo?
– Non mancano, certo, i metodi, anzi, ce ne sono fin troppi! Passate il tempo a rifugiarvi nei metodi, mentre dentro di voi sapete che il metodo non basta. Gli manca qualcosa.
– Che cosa gli manca?
– Non posso dirlo.
– Perché?
– È una parolaccia,
– Peggio di ‘empatia’?
– Neanche da paragonare. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola, in un liceo, in una università, o in tutto ciò che le assomiglia.
– E cioè?
– No, davvero non posso…
– Su, dai!
– Non posso, ti dico! Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano!
– …
– …
– …
– L’amore.

(da Diario di scuola)

Il Pennac pedagogo incontra anche il Daniel padre: il figlio non legge. Ma come! Se entrambi, io e sua madre, divoriamo libri ogni giorno, per lavoro e per piacere! Se gli abbiamo letto favole ogni sera di tutta la sua infanzia! Com’è che ora si affatica così tanto ora su mezza paginetta per il giorno dopo? L’incomprensione diventa frustrazione, il rimprovero rabbia. Improvvisamente, guardando la piccola nuca del figlio tristemente china sulle pagine, Pennac capisce: «Seguiva il suo ritmo, ecco tutto, che non è necessariamente quello di un altro, e che non è necessariamente il ritmo uniforme di una vita. Il suo ritmo di apprendista lettore, che conosce accelerazioni e brusche regressioni, periodi di bulimia e lunghe sieste digestive, la sete di progredire e la paura di deludere… Solo che noi altri “pedagoghi” siamo usurai impazienti. Detentori del Sapere, lo prestiamo contro interessi. E vogliamo che renda, e in fretta! Se ciò non accade, è di noi stessi che dubitiamo»².  E, in fondo, Daniel ammette che sia lui sia la moglie, Minne, non leggono nulla per obbligo, «mais malheureusemen, c’est ce que tout le monde fait avec les enfants à qui l’on dit “Il faut que tu lises!”, ce qui, les trois quarts du temps, veut dire “Il faut que tu lises ceci et pas cela”. Nous, quand un livre nous barbe, on arrête!»³. Come se i diritti inalienabili del lettore non valessero quando si tratta di bambini e studenti!

E per gli scolari più grandi, per gli universitari? Pennac un giorno chiacchiera con una ex studentessa di Rennes, dove Georges Perros aveva insegnato. Il ricordo del docente-poeta si muove tra l’aspetto fisico e le abitudini, tra le quali la donna ricorda con affetto la più irresistibile e prodigiosa: il professore leggeva ad alta voce.  «Attraverso la sua voce noi scoprivamo d’un tratto che tutto ciò era stato scritto per noi»²: il potere evocativo della parola letta si amplifica ed esplode quando questa viene pronunciata. La lettura privata imposta dalle scuole dell’obbligo è contestata e completamente rovesciata: come ci saremmo altrimenti accorti dell’esistenza del banzavóis se un giorno un professore non ci avesse letto a lezione proprio quel passo? E dove si trova il monumento alla pazienza di mio padre nell’assecondarmi e riaprire per un’altra sera di fila Le favole al telefono? Perché se sono nate per essere raccontate con la cornetta premuta contro la guancia mica posso farlo da sola: e lui capiva, e il suo gesto della lettura ad alta voce era un’offerta, e una rivelazione. «Leggere, si impara a scuola. Quanto ad amare leggere…»²

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