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Presi dalla corrente. Le ferite originali di Eleonora Caruso

 

Se la letteratura è un mare, come tutti i mari è piena di pesci grossi e piccoli, alghe appiccicose o commestibili, piene di sali minerali, scogli, barche, pescatori, turisti, bambini che urlano, cerotti scollati e sacchetti di plastica fluorescenti che si fingono meduse. Un mare grande, un oceano più largo di qualsiasi terraferma, profondo quanto i miti e gli archetipi, con abissi nascosti sotto tonnellate di pressione, insondabili per i bagnanti che galleggiano in superficie, inconosciuti anche alla maggior parte degli esperti che si immergono con le maschere e i piedi pinnati.

 

Nel panorama marino della letteratura, la fanfiction è una corrente invisibile a occhio nudo. È quel tipo di produzione che si sviluppa quando una storia non è abbastanza – perché troppo o troppo poco -, e chiama a sé nuovi scrittori ad allargare i pezzi, reinventare i significati. Ma non appare netta come, per dire, il triangolo di una vela ritagliato all’orizzonte. Piuttosto si sparge come il plancton, soprattutto attraverso il web, in minuscole e numerose forme colorate, simili a quei batteri stellati tipici dei brodi primordiali. Cova nelle fosse abissali, scaldata e nutrita da fiumi di lava, dalle bolle che si gonfiano e scoppiano nel cervello di chiunque venga toccato da una storia.

 

Ho sempre immaginato il mondo della fanfiction come un luogo immerso e protetto, un ecosistema il cui calore e la grande disponibilità di risorse permettono lo sviluppo di creature originali.

Un luogo dove, tuttavia, avviene una violenta selezione naturale, vissuta nel confronto aperto e diretto con lettori e scrittori di ogni genere, e che permette la crescita di nuove specie nel mare della letteratura. Nuovi pesci incredibilmente adattabili, veloci e letali, più consapevoli delle spiagge frequentate dai lettori, proprietari dei meccanismi della narrazione come di un’eredità genetica.
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Le ferite originali di Eleonora Caruso (nota anche come Caska Langley, per chi ama frequentare gli abissi), uscito in questi giorni per Mondadori, è un libro che nasce forse da questo tipo di evoluzione. Un romanzo pieno di energie fresche, rafforzato dalla debolezza dei suoi simili e dalla progressiva scomparsa dell’ecosistema in cui l’autrice ha imparato a nuotare. È il grosso pesce sopravvissuto alla selezione, che finalmente, con un energico colpo di coda, è uscito dal buio, urtando e inclinando il fondo molliccio e incrostato della grossa, rumorosa nave da crociera che sta diventando la narrativa italiana.

 

Le ferite originali è indubbiamente un bel libro, quel tipo ormai raro di libro per cui decidi che puoi cenare anche fra un’ora, che salti la fermata a cui dovevi scendere, e che poi vabbè, dormire è sopravvalutato. Sulla carta stampata, Eleonora Caruso appare come esordiente, con un solo romanzo precedente a quello appena arrivato sugli scaffali (Comunque vada non importa, Indiana, 2012). Ma è assolutamente necessario considerare la vasta e variegata produzione di fanfiction precedente, per avere un’idea della sua abilità di scrittrice.

 

Infatti, basta leggere una decina di pagine da Le ferite originali per capire che chi scrive ha le pinne forti e sa esattamente cosa sta facendo: alla storia, ai personaggi, ma soprattutto a te – il lettore. Ed è subito chiaro che non è né la prima, né la seconda volta che decide dove staccare un capitolo, quando chiudere un paragrafo, come cambiare al volo il punto di vista narrante a corsa iniziata, senza farti venire le vertigini, e quanti dettagli concedere in quali precisi momenti.

 

La storia è composta da ingredienti di collaudata efficacia, in uno spazio temporale ampio ma non dispersivo, recintata dentro uno spazio fisico dettagliato (Milano, una enorme Milano tentacolare, splendida e sgradevole come solo Milano può essere). I personaggi sono nel numero adatto di persone che è sopportabile avere a distanza ravvicinata: cinque più, solo ogni tanto, una bambina e un cane. Con un obiettivo capace di risoluzioni enormi e particellari, Caruso isola Milano e alcune zone limitrofe, ingrandisce al dettaglio ed evidenzia le vite di queste persone assolutamente irrilevanti per la città, ma assolutamente indispensabili all’interno di una soffocante rete di affetti. Una rete annodata con cavi ad alta tensione, nei quali scorre a velocità impazzita una miscela di dipendenze e desideri.

 

La narrazione è grande abbastanza per abbracciare l’intera linea metropolitana di Milano, gli interscambi dei passanti, i sottopassaggi d’attraversamento, le pozzanghere di Parco Sempione, le donne con il cane in braccio, i pakistani con le rose e gli spacciatori davanti alla stazione, ed è veloce abbastanza da regolarsi nel tempo di poche battute, con precisione al dettaglio, sull’interiorità del personaggio che è di turno in scena. Ed è l’attenzione agli ambienti e ai personaggi, un’attenzione carnale e affettiva, a dare la sensazione che la vita di queste poche persone, legate forte e male l’una con l’altra, riguardi anche te direttamente.

 

La presenza fisica e mentale di Christian, protagonista testardo e invadente, richiede continuamente tutta l’attenzione del lettore – persino nelle scene dove è assente – e dà forma alla storia come l’acqua riempie la sfera di un palloncino di gomma.

 

E dentro questo acquario si muovono, complesse e incomplete, le forme di vita a lui attaccate, i personaggi da lui in qualche modo generati: Dafne, fidanzata storica, gemella putativa, che non gli perdona la capacità di avere una vita oltre lei (e lei, invece, può avere una vita oltre lui?); Julian, fratello incarnito nell’ecosistema di Christian, eppure capace di sparire con un guizzo dentro una qualche tana nascosta tra i coralli; Dante, mammifero non pesce, troppo grosso, troppo antico, con sangue troppo caldo o troppo freddo per poter respirare più a lungo di così sott’acqua; infine Davide, la specie rara capitata come per caso, come un seme di ninfea lasciato cadere da un’ape su uno stagno, che si adatta all’ambiente e lo colonizza, vi radica in profondità, diventa il valore aggiunto e ormai essenziale, e copre l’intera superficie rendendola bellissima, pur condannando tutte le altre specie che vi nuotavano sotto a un buio sempre più totale e a una progressiva mancanza d’ossigeno.

 

In questo ambiente, Caruso modula il meccanismo narrativo in modo da far scattare piccole casistiche irrilevanti nella normalità quotidiana, potenziali scintille elettriche in un posto dove è già caduta la benzina, che scattano fino a che non trovano la miccia, e producono una detonazione a catena che gonfia i cavi, tira la rete, fa scricchiolare tutte le giunture della storia finché il palloncino-Christian, teso fino all’esasperazione, non scoppia.

 

Poteva chiudersi qui – la maggior parte degli autori italiani, immersi fino alla gola nella tradizione del racconto lungo, nella responsabilità di un episodio secco e quasi esoterico, avrebbe chiuso qui. Ma questo è un romanzo, e la storia scritta da Caruso segue l’evoluzione di questi personaggi anche quando sono ormai fuori dall’acqua sporca in cui nuotavano, per scoprire chi di loro è in grado di mettere le zampe, evolversi e scappare, e chi altri invece resta a raccogliere le goccioline col cucchiaio.

 

Ne emerge, in sintesi, una raccolta di tutte – o quasi tutte – le umane possibilità di reazione al dolore, messe in relazione, una per una, con un dettagliato indice di tutto ciò che può fare male – fisico e psicologico – a una persona: dal tradimento alla caduta delle aspettative; dal taglio chirurgico all’avvelenamento; dall’egoismo necessario alla sopravvivenza fino al sacrificio innocente; dall’inutilità della compassione alla casualità della pazzia.

 

Un esperimento al quale Caruso non risponde con una soluzione chiara, con un pacchetto ordinato in cui la fine della narrazione corrisponde all’esaurimento delle possibilità dei personaggi. Piuttosto conduce la storia dentro tunnel vertiginosi, ripidi ma necessari a collegare i baratri dell’inconscio con un’uscita in superficie, nelle strade della città. Una strada che sarà, per ogni personaggio, non quella giusta o quella sbagliata, ma almeno quella della sopravvivenza. E dopo questo lungo lavoro di raffinamento ed espiazione porta infine i suoi personaggi a liberarsi di una storia pesante, invalidante, e li conduce al punto in cui tutto non deve più essere necessariamente romanzo, ma da lì in poi solo semplice vita.

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