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Real time e le nostre Vite al limite

Passo la maggior parte del mio tempo a scrivere, leggere, parlare al telefono e pensare, quando sono a lavoro. Non percorro una ventina di km come gli impiegati di Amazon, non subisco lo stress di chi si interfaccia con un pubblico spesso maleducato o, semplicemente, con l’alito cattivo, e non devo nemmeno sollevare pesi o convincere qualcuno a comprare i miei prodotti.

Eppure mi capita di essere così stanca, all’uscita da lavoro, da arrivare a casa come guidata da un automatismo più che da un ragionamento. Di affaticarmi nel tentativo di raccontare la mia giornata alle mie due coinquiline mentre cucino qualcosa in fretta e svogliatamente, e di desiderare solo una porta chiusa, un divano, piccole luci d’atmosfera e… Vite al limite, su Real time.

Real time è il canale 31 del digitale terrestre, il primo ad avere un’intera programmazione Factual, cioè che mette al centro situazioni quotidiane, dallo shopping alla cucina, dalla compravendita di case al bricolage, portando in scena personaggi reali. È diventato in pochi anni il terzo polo della tv per share, dopo Rai e Mediaset, e alcuni dei suoi personaggi come Carla Gozzi, Enzo Miccio e Alessandro Borghese sono diventati delle vere e proprie star, invitati anche in altri programmi di altre reti televisive.

Quando mi sintonizzo su Real time, attorno alle nove di sera, comincia Vite al limite. Poi, a seconda dei giorni, segue Skin tight-La mia nuova pelle o Malattie imbarazzanti.
Vite al limite dedica ogni puntata al percorso di una persona gravemente obesa che, con difficoltà, tenta di cambiare stile di vita e abitudini alimentari. Skin tight è, idealmente, il continuum di Vite al limite, perché racconta la storia degli obesi che sono riusciti a dimagrire ma che hanno chili di pelle in eccesso accumulati sull’addome, sulle cosce, sotto le braccia. Prigioniere della propria pelle, queste persone ricorrono alla chirurgia per superare il disagio di un corpo che non riconoscono come il proprio. In Malattie imbarazzanti, invece, uno staff di medici visita e prescrive una cura funzionale a chi soffre di disturbi medici ma non ha il coraggio di rivolgersi al proprio dottore.

Questi tre programmi hanno in comune il tema affrontato, l’esistenza in una condizione di persistente disagio psichico e sociale a partire da uno di tipo prettamente fisico, e una narrazione laconica che presenta la realtà in uno stile asciutto, a volte persino brusco, senza mai cedere alla tentazione di manipolare le emozioni del pubblico o di enfatizzare quelle dei protagonisti, di spingere insomma sul pedale del pathos per commuovere o muovere a sentimenti di pietà o di pena.

Una protagonista di Vite al limite.

Una protagonista di Vite al limite.

Quello che seguo di più e con più attenzione è Vite al limite, per due motivi. Il primo è che è il programma di maggiore impatto visivo; il secondo è che è quello più drammatico, raccontando la storia di persone che rischiano la morte, e la narrazione cronicistica di una tragedia crea un effetto straniante.

Le persone di Vite al limite non sembrano nemmeno persone, all’inizio. Non hanno i corpi delle persone che incontriamo per strada: hanno corpi elefanteschi, sformati, spesso infiammati e rovinati da gravi edemi. Corpi ripresi quasi sempre nella stessa posizione, nudi o coperti a fatica, immobilizzati su un letto o su un divano che in proporzione sembra sempre troppo piccolo. E non hanno nemmeno la vita delle persone che conosciamo: non sono autonome, non camminano se non costrette e per brevi percorsi, non lavorano, non vivono buona parte delle loro giornate in spazi aperti o condivisi con estranei, non hanno rapporti sessuali, non scelgono nemmeno i vestiti da indossare.

Però poi cominciano a parlare, e allora sembrano esseri umani come tutti gli altri. Hanno una personalità che fa la differenza nella velocità e nella tenacia con cui perdono o non perdono peso, affrontano o rifiutano il cambiamento. Alcuni sono antipatici, capricciosi, perfidi, mentre altri sono remissivi, gentili e pieni di gratitudine per chi li assiste durante il processo di dimagrimento. Hanno anche emozioni e sentimenti: parlano dei propri partner, piangono, ridono, si arrabbiano, accennano alla paura di deludere gli altri, di deludere se stessi.

Il dottor Nowzaradan.

Il dottor Nowzaradan.

In Vite al limite affiora sempre, a un certo punto, che l’obesità è il rovescio dell’anoressia e non l’eccesso di un vizio – la gola, l’avidità. Si è messi di fronte all’evidenza che l’obesità è una patologia e, al contempo, il sintomo di un malessere più profondo che solo il cibo ha saputo placare. Eppure non c’è nessun tentativo di sensibilizzare il pubblico rispetto al problema dell’obesità, e anche il trattamento che il dottor Nowzaradan rivolge ai pazienti obesi che ha preso in cura  non è affatto empatico o solidale. Il medico si esprime in modo conciso, non approfondisce la condizione psicologica dei suoi pazienti e usa toni ruvidi che oscillano tra il perentorio e l’ostile, come se i suoi pazienti non fossero malati, drogati molto vicini alla morte e già disabili, ma semplicemente persone grasse e grasse perché hanno mangiato troppo, ch’è quello che pensa la maggior parte di noi quando vede un obeso.

Si percepisce anche, nella breve parte in cui la persona obesa racconta il proprio trascorso, che dietro il corpo enorme di un obeso c’è sempre il piccolo corpo di un bambino fragile e infelice. Eppure il punto di rottura che fa da motore alla narrazione, nella struttura di ogni puntata, non è l’evento da cui è scaturita la dipendenza dal cibo, ma la scelta di superarlo.

Una protagonista di Vite al limite sulla sua poltrona.

Una protagonista di Vite al limite sulla sua poltrona.

Lo stupro, l’abbandono, il lutto, il rifiuto, il dolore che hanno subito le persone al centro del programma prima di diventare obese non sembra nemmeno far parte del racconto, è una specie di sottotrama che solo lo spettatore intelligente può intercettare, mentre sullo schermo ondeggiano questi enormi corpi con teste minuscole e si parla di pizza, di farmaci, di bilance e di ospedali.

Anche la fine della storia è un elemento extranarrativo. Ogni puntata si conclude con la visita successiva all’intervento di bypass gastrico, in cui viene detto che è andato tutto bene e che si spera potrà continuare ad andare bene, ma non si scopre se la persona, in seguito all’operazione, sia dimagrita ancora, sia tornata a ingrassare, o addirittura sia morta.

È come se l’unico elemento narrabile della vita di queste persone fossero la speranza e il tentativo di vivere, perché nella struttura ciclica di ogni puntata la speranza di dimagrire apre e chiude la narrazione, mentre il tentativo di farlo occupa tutta la parte centrale e preponderante della narrazione.

Ed è questo che mi fa desiderare di guardare Vite al limite, quando sono stremata dalla quotidianità e temo di non essere adatta a questa vita, a questo tempo che mi chiede di essere una supereroina, invincibile e invulnerabile, e che in quest’impossibilità si aspetta che io sia quantomeno magra, bella, dinamica, efficiente, veloce, mondana, brillante, felice.

È la sensazione di conforto che il programma mi trasmette, a tenermi incollata allo schermo. Perché anche io sono spaventata dalla vita e, a volte, sono tentata dall’idea di tirarmi fuori da questo folle meccanismo e rifugiarmi altrove, dove possa essere una reietta sociale non sottoposta ad alcun giudizio. E perché anche io sento che quello a cui lavoro continuamente non è davvero la mia vita, ma il tentativo di viverla, di andare avanti restando intera, senza rompermi o disgregarmi da dentro.

Vite al limite rovescia quest’insopportabile retorica superomistica per cui possiamo e dobbiamo farcela. Veniamo continuamente bombardati da messaggi di questo tipo, dal Yes we can di Obama all’atteggiamento di Renzi, dai comunicati delle grandi aziende alle pubblicità, dai miti di Steve Jobs e Mark Zuckerberg a quello assurdo di Trump, per cui sembra che tutti siano potenzialmente onnipotenti e l’unica peculiarità a fare da discriminante sia la forza di volontà.

In Vite al limite l’obiettivo non è diventare il presidente degli USA o essere il meglio di quel che si può essere, è essere in grado di sopravvivere, cioè di non morire, e di andare avanti senza avere bisogno degli altri, abitando un corpo funzionale allo svolgimento delle attività necessarie, vincendo il proprio disagio esistenziale e sociale.

Tutta la forza di volontà, peraltro altalenante, delle persone obese al centro del programma è rivolta a questo scopo, e in questo contesto i nostri modelli perdono significato: non c’è spazio per i supereroi della Marvel, né per la paranoia delle grandi aspirazioni che danneggia tutti, anche quelli che le hanno per propria natura. L’effetto davanti al programma è catartico.

Spappolata sul divano, mentre guardo queste persone che fanno una fatica immensa, fisica e psicologica, a vivere una vita normale, mi rendo conto del valore di quello che faccio, di come abbia valore anche se non è il massimo e ammesso che non lo sia.

Mi dico che l’importante non è ballare a pieno ritmo, dal momento che tutti siamo scoordinati quaggiù, ognuno a proprio modo, ma avere il coraggio di continuare a ballare anche se si è fuori tempo, finché la musica non finisce.

Perché è questo che significa portare le vite al limite, senza bisogno di essere supereroi.

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