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Se un libro leggerai…

La prima cosa che ho letto sono stati i muri delle città. Non solo i manifesti, i cartelli stradali, gli annunci mortuari che mi servivano come allenamento per sveltire la procedura con cui accorpavo consonanti e vocali fino a dar loro un senso. Le scritte sui muri: quelle sbilenche, sgrammaticate, storte, misteriose, confuse descrizioni del mondo.

La letteratura permette all’uomo di immaginare mondi inventati, di identificarsi con i suoi personaggi, di isolarsi in un’esperienza totalmente individuale. Il testo di piacere, come lo definisce Barthes, è «quello che soddisfa, appaga, dà euforia» e insinua nel lettore il desiderio di avvicinarglisi. Tra l’uomo e il testo si crea, dunque, una relazione in cui «il lettore sottoscrive un contratto letterario che gli permette di introdursi nella realtà della finzione, al di là dell’esperienza quotidiana, con un atteggiamento che trasforma una serie di proposizioni irreali ed arbitrarie in un mondo dell’apparenza sensibile, regolato da leggi e da clausole sue proprie».

Eppure, oggi, è così difficile trovare persone che si infiammino allo sfogliare delle pagine, al divorare le storie all’interno di quell’oggetto che chiamiamo libro e che ci accompagna per gran parte della nostra infanzia e adolescenza all’interno di aule scolastiche.

Giusi Marchetta, oggi insegnante a Torino, classe ’82, nata a Milano, trasferita a Caserta e cresciuta a Napoli, parla del difficile rapporto fra i ragazzi e la lettura, cercando di scoprirne le cause e analizzarle. Il suo saggio Lettori si cresce, pubblicato da Einaudi nel 2015 può essere di fondamentale aiuto per comprendere cosa sia successo in questi ultimi decenni. Fino alla metà dell’Ottocento, la parola stampata non ha validi concorrenti: «il romanzo irrompe nella mente del lettore e ne muta l’orientamento sino a incidere sul corso storico degli eventi: se gli scrittori sono gli autentici legislatori del mondo, chi legge è un emulo che vuole scoprire le verità sepolte nel proprio destino e arrendersi a una Wirkung inesorabile». (Moretti – La cultura del romanzo)

Il saggio di Marchetta è scorrevole e ricorda un dialogo platonico. La protagonista, la stessa Giusi, cerca di dialogare con un ragazzino che chiamerà Polito: non soltanto tenterà di capire perché i ragazzi di oggi sono svogliati nella lettura, ma proverà a insinuare in Polito  quel desiderio di lettura che da sempre l’ha accompagnata nella sua vita. I dati parlano chiaro: negli ultimi anni la percentuale di italiani che dichiarano di aver letto almeno un libro è passata dal 46 al 41 per cento. Non solo l’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa, ma la situazione sembra peggiorare col trascorrere del tempo. […] Polito: non sei parte di un problema, pare, ma di una tendenza.

Perché quest’accanimento contro la lettura? Leggere è noioso? Cos’altro può attirare la generazione di oggi a non passare un sabato pomeriggio a casa a leggere un romanzo? Forse, un distaccamento iniziale tra il libro e il giovane avviene a scuola: la trappola dell’analisi del testo, le biografie degli autori, i Promessi sposi triti e ritriti, in tutte le salse e in tutte le edizioni: Sapere come è costruito un romanzo o in che modo l’iperbato contribuisce a rendere un verso immortale dovrebbe essere uno strumento in più, non una punizione. Dovrebbe aiutarci a vedere in cosa consiste la bellezza di cui parliamo, a riconoscerla nelle poesie di qualunque poeta; a non vederla a tutti i costi nelle tue. Insomma, se la scuola deve insegnarti cos’è l’arte, non può non spiegartene il linguaggio.LETTURA

Ma com’è, generalmente, la generazione di oggi? Giusi riesce a descriverla. Si trova a casa di Giulia, una ragazzina a cui dà ripetizioni.

Ci sono segreti in questa stanza. Mentirei se dicessi che sono in grado di scovarli tutti. Qualcuno però è alla mia portata. Se si guarda bene si vede che la camera di Giulia è divisa a metà. Da un lato c’è quello che le serve per nascondersi: la tv, le serie televisive con i personaggi che sono come i suoi compagni solo un po’ meglio; la Wii che le dà un posto dove trasferirsi e non pensare a niente che non faccia punteggio finché non si fa ora di cena. Dall’altro lato ci sono le cose che le calmano una fame comune a tutti i suoi coetanei: le riviste con le domande sul sesso, l’Ipod su cui ascolta sempre la stessa canzone. Internet è a sua completa disposizione. Computer e cellulare sono sempre accesi: la chat di Facebook e WhatsApp trillano mentre Giulia mangia, studia, dorme. Il mondo può raggiungerla in ogni momento, anche quando non ne ha voglia. Nessuna versione di latino è troppo difficile per Google. Su YahooAnswers ci sono insegnanti in pensione che a tempo perso le faranno il tema sulla rivoluzione francese. Wikipedia sa e ricorda tutto. Il tempo che Giulia impiega per una ricerca è meno della metà di quanto ne servisse a me. La tecnologia fa la sua parte: trova i contenuti e glieli serve già impostati. Spetterebbe comunque a lei leggerli, selezionare le fonti e utilizzare solo siti affidabili, ma nessuno glielo ha insegnato quindi fa direttamente così: googla, salva stampa. In fondo, presto è bene. Finiti i compiti è libera, può andare, o meglio, rimanere. E leggere. Legge i messaggi che le hanno inviato su Facebook, i commenti alle sue foto su Instagram, quelli degli altri. […] Insomma, la lettura c’è nella sua vita. Non ci sono i libri. Del resto non le servono i libro non parlano a lei né di lei.

La generazione di oggi vive di stimoli visivi: Da quando sono nati non hanno fatto altro che ricevere stimoli immediati, visivi soprattutto. I videogiochi che hanno a disposizione sono incredibili per grafica e complessità: creano dipendenza ma soprattutto sono molto divertenti. Internet mette a loro disposizione qualsiasi informazione (parziale, discutibile, in qualche caso falsa), ma, quel che conta, lo fa immediatamente. Per i libri, i ragazzi non hanno tempo.

Eppure, perché dovremmo leggere? E perché dovremmo educare alla lettura?

Il modo in cui la letteratura ci restituisce la nostra esperienza è il motivo che ci spinge a leggere. Non sono gli insegnamenti che dà (non ne dà), non è la morale che dovrebbe migliorarci (non ci migliora). Semplicemente la letteratura ci legge e ci racconta. Crea una trama delle possibilità tracciate dall’esperienza umana e ce le propone con delicatezza, ironia, crudeltà.

Certe cose si incontrano solo nei libri, nelle storie in cui il lettore si perde. La lettura non ha luogo e non ha tempo, è un continuo ricevere sensazioni, emozioni. La lettura fa riflettere, permette ad un ragazzo di sviluppare un pensiero proprio.

Se vogliamo interessare qualcuno alla lettura dobbiamo fargli intravedere quell’ombra, rendere vivo un testo che gli sembra una litania senza senso. E per farlo dobbiamo rinunciare al libro come fine. È solo un libro: un mezzo attraverso cui un pezzo di umanità insiste per essere letto.

Cosa può dare una storia a un lettore?

Prendete un bambino sui quattro, cinque anni. Immaginate che suo padre, seduto accanto a lui, gli legga la storia di Hänsel e Gretel. È molto strano quello che accade a questo bambino: il suo papà è lì, accanto a lui, e gli racconta proprio di un padre che accompagna i figli in un bosco col proposito di sbarazzarsene. Non è che lo faccia volentieri, certo. È la matrigna ad aver insistito e la mamma, che avrebbe preferito soffrire la fame che separarsi da loro, è morta, segno che le madri ogni tanto muoiono. È buio nel bosco, soprattutto quando si è piccoli, soli e si ha tanta fame. Per fortuna, o così pensa il bambino, a un certo punto i due fratelli si imbattono in una casupola. […] L’incontro con la vecchietta gentile che ci abita dentro è un sollievo che dura poco: la donna accoglie i due ragazzini, li sfama, li coccola, e intanto si prepara a divorarli. Il bambino lo sapeva questo, lo sentiva e temeva che sarebbe già successo quando gli occhi della strega spiavano dalla finestra Hänsel e Gretel che mangiavano pezzi di davanzale. […] La classica storia dei Grimm: ce n’è abbastanza per decidere di bandire in eterno dalla propria vita il bosco, il buio e il marzapane (qualunque cosa sia). O forse no. Forse, nonostante gli incubi che in genere costa, è un bene che la storiahansel-e-gretel di Hänsel e Gretel gli venga raccontata. Per la prima volta il bambino che la ascolta si trova a disagio con la sua idea del mondo e si confronta con una realtà in cui esistono la paura, la morte e le persone che ti sorridono e tramano alle tue spalle. Lo fa da un posto sicuro: la strega non può averlo e mai si ritroverà abbandonato a girovagare per un bosco perché suo padre, lì accanto, suggerisce il contrario. Eppure, appena la luce sarà spenta, si scoprirà a pensare a
vecchie mani rugose che lo cercano e qualche volta di notte si alzerà a controllare che mamma nel suo letto respiri ancora. In qualche modo la fiaba lo ha portato ad emozionarsi e a riflettere; a chiedersi cosa sia possibile e cosa invece non potrebbe realizzarsi mai. Quando sentirà la stessa paura nella vita la riconoscerà.

Leggere è importante, accendere il prometeo fuoco nel lettore è un bene primario. D’altronde, lo diceva anche Italo Calvino che le fiabe sono vere: “Le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto…”.

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