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Storie della buonanotte per bambine ribelli e adulti polemici

L’8 marzo è uscito in Italia, edito da Mondadori, Storie della buonanotte per bambine ribelli, il libro illustrato che raccoglie 100 biografie di donne famose. Il volume, scritto da Elena Favilli e Francesca Cavallo, ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico. Per averne l’idea, basti pensare che il libro è stato tradotto in 12 lingue e che, durante la campagna di crowdfunding lanciata dalle autrici per realizzarlo, hanno aderito persone provenienti da 70 paesi diversi, per un totale di 90.000 copie prenotate e 1.300.000 dollari di fondi raccolti. Oppure, per chi è di Milano, basti ricordare quanta gente c’era alla presentazione del libro nella libreria Rizzoli, e quante copie disponibili (zero).

landscape-1488545760-libro-favole-per-bambine-donne-straordinarieA posteriori, la ragione di quest’entusiasmo collettivo è pienamente comprensibile, per almeno tre motivi.
Il primo motivo è che anche la storia che sta dietro al libro ha tutti gli elementi di una fiaba: due ragazze italiane intraprendenti e tenaci, un paese – l’America – in cui è possibile realizzare i propri sogni, un ambizioso progetto ma poche risorse economiche e, dopo mille peripezie, grazie al supporto fondamentale di una figura (in questo caso una rete di figure: 60 illustratrici, chissà quanti tra redattori, traduttori, uffici stampa, editori… ), il riconoscimento, la fama mondiale e la felicità.

Il secondo è che l’intenzione del libro e delle sue autrici è nobile, data la sproporzione tra protagonisti maschili e femminili nella letteratura per l’infanzia (ne avevamo già parlato qui). Il terzo è che questo volume ha intercettato nel momento giusto il bisogno sociale di nuovi modelli femminili, di un nuovo immaginario di riferimento in cui le bambine possano essere guerriere ed eroine, non necessariamente principesse dalla personalità debole, in attesa di un principe azzurro che scelga per loro (ne avevamo parlato, in relazione ai personaggi femminili della Disney, qui). In questo senso, mi pare ottima la soluzione di selezionare storie di donne realmente esistite, perché non si limita a veicolare il messaggio per cui è possibile che una ragazza si realizzi, ma ci dice che è reale, ch’è già successo e che non c’è nessun motivo per cui non debba succedere a noi.

Ma se è un libro ben confezionato, ben strutturato e tre volte socialmente utile (perché verrà letto tanto dalle bambine e dai loro genitori; perché il dibattito su bambine e letteratura per l’infanzia ha coinvolto tutti, e non i soliti addetti ai lavori; perché ha reso noti personaggi femminili di cui si parla sempre troppo poco), è anche vero che non è perfetto.

Michela Murgia.

Michela Murgia.

Michela Murgia ha isolato tre difetti di questo volume:

  1. Il target di riferimento: se si vuole combattere il sessismo della letteratura per l’infanzia, non si può farlo con un libro rivolto alle sole bambine. Sia perché è sessista escludere apertamente i bambini persino nel titolo; sia perché il problema per cui le storie sui bambini vengono letti da tutti mentre quelle sulle bambine solo dalle bambine si risolve scrivendo libri con protagonisti femminili per tutti, non solo per le bambine ribelli.
  2. Il linguaggio: il libro banalizza i contenuti (Virginia Woolf sembra una depressa squilibrata, per esempio) ma mantiene inalterata la complessità linguistica, che non è quindi calibrata sul lessico dei bambini quanto su quello degli adulti.
  3. Il criterio di selezione: semplificando al massimo, non si può scegliere Margaret Thatcher se si vuole fornire un modello etico femminile alle bambine, perché non è un modello positivo e quindi non è da imitare.

La reazione pubblica alle critiche di Murgia, espresse a Quante storie per la rubrica La stroncatura del mercoledì, è stata molto aggressiva, quasi si trattasse di un processo alle intenzioni del tutto fuori luogo. E quello che mi ha dato molto da pensare, oltre alla veemenza dei toni a cui sono ormai tristemente abituata (anche se non assuefatta), è che sembra che non si possano più fare critiche ben argomentate a libri di successo. Come se il successo fosse una garanzia di qualità o, almeno, invalidasse le critiche. Come se la quantità, tolto tutto, avesse più peso della qualità, che è anche vero se guardiamo il dato economico.

Avevo già fatto questa riflessione per la Trilogia delle sfumature: ovunque mi trovassi, se c’era qualcuno che la giudicava una ciofeca, c’era anche qualcun altro pronto a rispondere «sì, ma vende». E il ma non era avversativo, di rammarico, ma coordinativo. In realtà, mi capitava anche leggendo le recensioni di alcuni libri di successo (sapete che a leggere le recensioni sono principalmente quelli che le scrivono, un po’ come succede per le poesie): si parlava più del “contorno” del libro – l’autore, le vendite, l’editore – che del suo contenuto.

After-libro-anna-todd-1024x517Un ottimo esempio di questa dinamica è After, che proprio come le Storie della buonanotte per bambine ribelli è un libro nato online, in testa alle classifiche mondiali dal 2015. Anna Todd, l’autrice della saga, non aveva mai scritto nulla prima di questa fan-fiction che ha per protagonista un membro del gruppo One direction, ha dichiarato che i suoi principali riferimenti letterari sono Twilight, 50 sfumature di grigio e alcuni libri poco noti pubblicati sui siti di self-publishing, e ha confessato che per il passaggio dalla versione in formato virtuale pubblicata su Wattpad  alla versione in formato cartacea pubblicata in America da Simon & Schuster il libro è stato «distrutto dall’editor».

Eppure, provate a cercare una recensione negativa della saga su una delle testate nazionali: non ce ne sono. Si rimarca il successo planetario, il miliardo di letture su Wattpad, si racconta la trama e, in chiusura, si pone un tiepido o entusiasta – a seconda della testata – commento all’opera, che in ogni caso non è mai puntuale, né ben costruito.

Dunque, dicevo, sembra che le critiche ai successi editoriali non si possano più fare: non sono accettate né dal panorama culturale in cui si inseriscono, che auspica recensioni positive dal tono pubblicitario, né dai lettori che le trovano pretestuose, di fronte all’evidenza dei grandi numeri.

Eppure, i libri servono ad arricchire le persone che li leggono, non le case editrici; i giornali dovrebbero puntare a informare le persone, non a ricercarne il consenso; comprare un libro perché è ben scritto è una motivazione migliore che comprarlo perché ha venduto tanto. Dovremmo difendere le critiche, se sono legittime e se sono ben argomentate, perché preservano la qualità del mercato e inducono una riflessione critica che precede l’acquisto dei libri e lo accompagna fino all’ultima pagina, riflessione critica che sempre più spesso manca nei lettori.

Per tornare alle Storie della buonanotte per bambine ribelli, io non condivido tutto quello che ha detto Michela Murgiama questo non giustifica alcuna forma di acredine, ché anzi dovremmo esserle grati tutti per aver creato un luogo di discussione critica in un programma della televisione di Stato.

Non sono d’accordo sulla difficoltà linguistica del volume che presuppone un destinatario adulto, per esempio. In parte perché temo che a furia di semplificare tutto si banalizzi ogni cosa (ed è quello che, come dice la Murgia, è successo al contenuto di questo libro); in parte perché credo che i bambini siano in potenza molto più intelligenti e inclini a imparare degli adulti, e che se qualcosa è troppo alto per loro non bisogna necessariamente abbassarlo, ma gli si può chiedere di saltare (ch’è una cosa che fanno più volentieri di quanto non pensiamo).

Non sono d’accordo nemmeno con la critica al criterio di selezione, perché è vero che c’è Margaret Thatcher e che mettercela è stato un errore, ma è vero anche che la sua è una delle cento storie raccontate nel volume, e cento non è dieci o cinque. E tra cento donne, ce n’è sempre una che non è proprio una figura positiva, fosse anche per una mera questione probabilistica.

Sono d’accordo invece sul fatto che il sessismo non si combatta con un libro per sole bambine e che il contenuto delle storie sia piuttosto banale. Banale perché non ha spessore, perché semplifica al punto che chi conosce approfonditamente la storia delle donne selezionate dalle autrici se ne sente quasi disturbata, mentre chi non la conosce affatto non coglie la complessità della figura o elementi della sua personalità o del suo trascorso che pure sono essenziali.

A tal proposito, tre dettagli mi hanno lasciata perplessa.
Il primo è che l’elemento scritto sembra a supporto dell’elemento visivo, e non l’elemento visivo a comple(ta)mento del testo scritto – ch’è quanto avviene normalmente. Il testo sembra una didascalia dell’illustrazione che lo segue, e il risultato è che più che davanti a una storia ci si sente davanti a una galleria di diapositive commentate che si susseguono e che raccontano non la vita delle donne, ma il percorso (per sommi capi) o la peculiarità che le ha condotte al successo. Del resto, i testi sono talmente brevi che sarebbe stato impossibile dire di più in così poche righe. Ed ecco la seconda perplessità: solo una bambina stremata o narcolettica può accontentarsi di un’unica storia, perché si leggono in massimo sei o sette minuti e una bambina normale, o poco assonnata, può arrivare a leggere metà volume in due sere.

Infine, il tempo di realizzazione del volume. Le due autrici hanno candidamente confessato di aver prodotto l’intero libro in tre mesi, una volta raccolti i fondi. E questo significa che hanno selezionato 100 figure dalle iniziali 250, scritto e redazionato 100 testi, contattato 60 illustratrici e organizzato la consegna dei materiali, l’impaginazione, la stampa, la distribuzione e la comunicazione del prodotto in 100 giorni, per consegnarlo ai promotori del volume entro il 25 dicembre 2016.

Ecco, è vero che Dio ha creato il mondo in sette giorni, sei se si considera che il settimo si riposò, ma è vero anche che un libro – come tutte le cose buone e ben fatte – ha bisogno di tempo. Cento giorni non bastano, e in questo libro si vede che sono davvero troppo pochi, perché ha dei dettagli che lasciano trasparire quelle ingenuità, quell’approssimazione che a volte sfocia nella sciatteria tipica dei prodotti grezzi.

Non credo che il progetto delle Storie della buonanotte per bambine ribelli finirà con questo libro, anzi penso che verrà ampliato, implementato, diffuso e, soprattutto, migliorato. Ed è per questo che, diversamente dalla Murgia, l’ho comprato per regalarlo.

Non a una persona o a una bambina, ma all’idea di un futuro in cui le bambine e i bambini possano leggere la storia di Yana Gaberal o Alfonsina Strada insieme, dentro un libro migliore di questo, più spesso e più bello, ma ancora delle stesse autrici.

 

5 comments

  1. A quanto ha già scritto molto opportunamente e acutamente lei dal punto della critica letteraria, cara Luisa, va aggiunta, a mio avvio, una riflessione di carattere sociologico che si origina da una domanda: sono davvero “ribelli” le bambine (e, di conseguenza, le loro madri) a cui si rivolge questo libro? Nella sola giornata di domenica scorsa, le autrici hanno avuto a disposizione un paginone di Repubblica e sono state intervistate nelle rubrica Billy del TG1 delle 13.30. Il maggiore quotidiano nazionale e il più tradizionale dei telegiornali. Faccio fatica a ricordare una “ribellione” così istituzionalmente sostenuta. Da ciò, la mia riflessione, “La scomparsa delle figlie” sul caso editoriale e di costume di un libro che non ho letto e non leggerò. La propongo a lei e ai lettori del blog.

    http://www.fuoridallemura.it/wp-content/uploads/2017/03/la-scomparsa-delle-figlie.pdf

  2. Luisa Rinaldi

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    Caro Fausto,
    se sei un nostro lettore conosci la serietà del nostro blog e il rispetto che abbiamo dei nostri utenti. L’obiettivo di Tropismi è creare un luogo di discussione libero, civile e, soprattutto, intellettualmente onesto. Per garantire la libertà all’interno di questo spazio lavoriamo più o meno nel settore, ma altrove. Per garantire la civiltà e l’onestà intellettuale, non accettiamo richieste di recensione e non pubblichiamo sotto ai nostri articoli commenti offensivi, violenti o riconducibili a tecniche di spamming.

    Il tuo primo commento rientra in quest’ultima casistica, perché hai inserito un messaggio pubblicitario non richiesto, cioè un hyperlink a un blog a cui collabori tu stesso, sfruttando la visibilità di Tropismi. Si chiama flood, e putroppo è un fenomeno sempre più diffuso e di cui si parla ancora troppo poco.
    Come se non bastasse, il ritardo dell’approvazione del commento, che generalmente dipende dai nostri ritmi di lavoro, ti ha fatto sentire in diritto di accusare Tropismi di un atteggiamento contrario alle nostre stesse linee-guida, cioè di censura.

    Dopo un’attenta valutazione abbiamo deciso di pubblicare ugualmente entrambi i tuoi commenti, nel nome di quell'”espressione di verità” che tu stesso hai richiesto.
    In questo modo sarà evidente il rinvio al tuo blog, proprio come desideri, ma anche il sottile ricatto morale su cui poggia la sua pubblicazione e, certo, la scorrettezza di una pubblicità imposta come quella a cui sei ricorso.

    Da parte nostra, ci dissociamo da atteggiamenti simili e ribadiamo l’intento di Tropismi di garantire ai lettori la libertà di leggere quello che scriviamo solo quando e se lo desiderano; la civiltà di uno scambio culturale gratuito, spontaneo e disinteressato; l’onestà intellettuale che è alla base dei nostri articoli e che, fortunatamente, è finora stata riconosciuta e premiata.

    Da parte mia, invece, non posso che rilevare da una parte il paradosso di scrivere di un libro che non si è letto e non si vuole leggere (come hai detto tu stesso) e, dall’altra, la sorpresa, forse illusoria, di sapere che in compenso hai letto la mia recensione.

    Speriamo che continuerai a leggere Tropismi e a condividere le tue opinioni e le tue idee in un modo più conforme al carattere e alla natura del nostro blog.

    Grazie e a presto 🙂

  3. Cara Luisa,

    non conosco le regole del Blog, perché non vi partecipo mai. Ho fatto un’eccezione pochissime volte e in questo caso, solo perché avevo apprezzato la recensione del libro su un tema (e, di conseguenza, sullo stesso libro) in cui il conformismo pare essere l’unica misura.

    Nel rispetto di queste regole del blog, ti tolgo un’illusione. La “visibilità di Tropismi” è nulla. Il mio libro è stato recensito da Repubblica, tanto per darti un termine di paragone. Il link, comunque, era al mio sito, non a un blog: non ne tengo, non ne seguo, non ne riconosco l’utilità. Avevo scritto all’autrice del pezzo, non al blog su cui ero capitato solo seguendo le recensioni conformistiche a un libro che non merita di essere letto ma merita di essere valutato sociologicamente per il suo caso editoriale, come ho fatto io. E avevo proposto un riflessione, che solo per la sua lunghezza ho dovuta linkare ad un pdf.

    Per me la condivisione intellettuale è la base della Cultura. La paura dei “flood” te la lascio volentieri, sono le sciocchezzuole della società dei consumi e della tecnica. Io sono cresciuto col Magistero di Calvino e dei “libri degli altri”, figuriamoci. Per questo non condividerò altre mie riflessioni (non le opinioni, tipiche di blog) con voi, tanto meno con le vostre regole… Grazie, ciao.

  4. Come si è sviluppato, però, lo scambio non ha alcun senso. Tu avresti dovuto semplicemente incuriosirti ed interessarti al merito della mia riflessione, come io lo avevo fatto con la tua recensione. Non l’hai fatto e hai risposto appellandoti a regole autoimposte e accusandomi… di cercare pubblicità! Replicare mi è stato facile, ma che senso ha? Competizione: cosa da blog. Non condivisione, da intellettuali. E’ inutile, allora, pubblicare la mia replica, ma a questo punto, per onestà intellettuale, penso sia giusto cancellare l’intera conversazione. Fausto

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