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The Shape of Water. Come dar voce a quel che è sommerso

the_shape_of_water_2Baltimora, anni Sessanta. Stati Uniti e Unione Sovietica si contendono il dominio della Terra e dei cieli, ricorrendo a ogni tipo di arma. Tra quelle in possesso degli americani c’è anche una strana creatura, un mostro acquatico catturato in Amazzonia e che desta, sin da subito, l’attenzione dei militari. Nel laboratorio in cui è tenuto segregato, diretto dal colonnello Strickland, lavorano due addette alle pulizie, Elsa e Zelda, che si troveranno ben presto coinvolte in un’operazione di portata internazionale. La prima, divenuta muta a seguito di un’aggressione, finirà infatti per innamorarsi del mostro e liberarlo. Ad aiutarla saranno Gilles, il suo vicino omosessuale, e il dottor Bob (Dimitri) Hoffstetler, una spia più devota alla scienza che alla Russia.

Questa, a grandi linee, la trama di The Shape of Water. Il regista Guillermo del Toro, che con questo film si è aggiudicato il Leone d’oro e concorre per ben tredici Oscar, rievoca la Guerra Fredda e vi innesta una narrazione che di storico ha ben poco. Come già nel Labirinto del Fauno, fiaba gotica ambientata durante il franchismo, anche qui la Storia non è altro che un pretesto, un alibi per restituire, distorcendola, l’esatta forma dei tempi in cui viviamo. Certo si tratta di un racconto d’invenzione, che molto deve al cinema horror degli anni Cinquanta: Il mostro della Laguna Nera (1954), pellicola cult già ammirata da Tim Burton, non è che la più esplicita tra le tante citazioni. Gli omaggi alla settima arte sono infatti innumerevoli e, per quanto se ne dica, niente affatto dissimulati. the_shape_of_water_1La camera di Elsa è posta proprio sopra un cinema, ed è lì che si rifugerà il mostro una volta fuggito, incantato dalle immagini che vi vengono proiettate. La storia di Ruth (1960), Il piccolo colonnello (1935) e Seguendo la flotta (1936) sono solo alcuni dei titoli inseriti all’interno del film, che per certi versi ricorda, come lamenta Jean-Pierre Jeunet, anche le atmosfere di alcune sue opere (Amelie e Delicatessen). Oltre a questi, seppure non visibile, si intuisce l’influenza di Cocteau, il cui La Belle et la Bête compare, non a caso, nell’elenco delle opere preferite dal regista. Anche qui la bestia si rivela essere umana, con la differenza che la bella, in realtà, non è poi così ammaliante. Si tratta di una fiaba, ma pur sempre di una fiaba dark, e il suo intento non è tanto mostrare la bellezza nascosta quanto, piuttosto, celebrare quei difetti che vorremmo tenere celati. Saranno infatti le cicatrici di Elsa, le stesse che le impediscono di parlare, a consentirle di unirsi al suo amore sommerso. E allo stesso modo sarà il mostro, e non certo il religioso Strickland, a incarnare la figura di Sansone, riappropriandosi di quella forza che con l’inganno gli era stata sottratta.

the_shape_of_water_4Alcuni, e già lo hanno fatto, potranno tacciare Del Toro di scarsa originalità. La sua fiaba, in fin dei conti, non si discosta da molte altre. Qui, ancora più che altrove, la dicotomia tra Bene e Male è netta, e i protagonisti, per quanto complessi, non si lasciano mai distogliere da quella che è la loro missione. Lo stesso colonnello è vittima del sistema cui obbedisce, ma lo è anche Hoffsteler, il quale invece si oppone ad esso. Un’altra ribelle è Zelda, l’amica afroamericana, mentre suo marito, anche lui di colore, non lo è affatto. Si assiste certo a una rivalsa degli emarginati, siano essi discriminati su base razziale o di classe, ma è anche vero, ad esempio, che non tutte le inservienti sono donne da ammirare. Lo stesso Gilles, afflitto da delusioni sentimentali e lavorative, non per questo è ritratto in maniera più indulgente: resta infatti codardo e vanitoso e, paradossalmente, è per tale motivo che ne ammiriamo il coraggio. Insomma, sembra banale dirlo ma anche i buoni talvolta si comportano male ed i mostri, persino loro, possono commettere mostruosità. Malgrado però le inevitabili contraddizioni, ogni personaggio agisce sempre in nome di un ideale, che, in quanto tale, trascende l’identità del singolo individuo. Il valore di ciascuno non dipende infatti da quello che è, o dal gruppo cui appartiene, ma da ciò che sceglie di fare. the_shape_of_water_5È ovvio, pertanto, che non tutti gli americani sono eroi, non tutti i russi sono cattivi, e che anche tra i diversi – neri, gay o muti che siano – possono esserci brave persone. Se non era ovvio cinquant’anni fa, dovrebbe almeno esserlo oggi.

Forse però così non è, e Del Toro fa bene a ricordarcelo.

Photocredits: http://www.imdb.com/title/tt5580390/mediaindex

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