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Virgilio brucia di ANAGOOR. Una moderna discesa agli Inferi

Mercoledì 17 gennaio, al teatro Rossini di Pesaro, si è inaugurata la quattordicesima edizione di TeatrOltre. Ad aprire quest’anno la rassegna è stato chiamato il collettivo ANAGOOR, compagnia tra le più attive nel panorama italiano, che per l’occasione ha portato in scena uno dei suoi lavori più emblematici: Virgilio brucia.

L’opera, come indica già il titolo, è un omaggioAnagoor-Virgilio-Brucia-photo-Dietrich-Steinmetz al poeta augusteo. Non sono però i fasti di Roma che vengono qui celebrati, né le presunte origini della famiglia imperiale: i versi dell’Eneide risuonano potenti, ma la voce che li declama è venata di malinconia. Lo stesso può dirsi delle parole di Hermann Broch, la cui Morte di Virgilio funge qui da proemio. Si comincia dunque dalla fine, descrivendo l’ultimo viaggio dell’autore mantovano, il quale solca l’Adriatico come già aveva fatto il suo eroe. L’avventura di Enea sembra pertanto prefigurare quella del suo cantore, anch’egli, come mille altre vite a venire, costretto ad abbandonare la sua patria. La scelta di recitare il testo in armeno intende dunque illustrare, più che attualizzare, un fenomeno storico destinato a perpetuarsi. Non si dimentichi poi che l’Eneide, pur essendo il poema dell’Impero, non è certo un manifesto dell’imperialismo. Enea, prima di approdare nel suo futuro regno, non è che un profugo e, in quanto tale, niente affatto dissimile dai protagonisti delle moderne epopee. Cos’è avvenuto infatti a Troia, se non una pulizia etnica? Narrando in The glass palace il crollo dell’impero birmano, lo scrittore Amitav Ghosh rifiuta il modello virgiliano, da lui considerato come un prodotto del colonialismo occidentale. Eppure, a una lettura più approfondita, le due opere sembrano condividere la stessa tragica visione. Il libro secondo dell’Eneide, che Virgilio recita al cospetto di Ottaviano, è infatti la storia di una devastazione, di un popolo martoriato e costretto all’esilio. Si tratta certamente di un affresco monumentale, straziante come lo è la sofferenza che racconta, tanto che la gloria futura che pretende di celebrare sembra finire, anch’essa, sepolta da quelle stesse rovine. Ma Roma, caput mundi, sarà tale anche grazie a Priamo, il cui corpo, peraltro acefalo, giace insepolto sul le rive iliache.

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Virgilio (Marco Menegoni), furioso come un aedo sa esserlo, restituisce così vigore agli esametri originali, esaltandoli con l’asprezza della pronuncia classica e padroneggiando, in maniera non comune, la cadenza della metrica latina. Dolcissimo, d’altre parte, è l’addio di Creusa a Enea, la quale appare all’amato per ricordargli la missione che lo attende oltremare. L’invito è appunto quello di non abbandonarsi al dolore, conservando le già scarse energie per riscattare sé stessi e il proprio popolo. Didone, come sappiamo, non ci riuscirà, ma anche il pio Enea, pur consapevole del destino che lo aspetta, esiterà a sacrificarvi la propria individualità. L’autore, anche in questo, si mostra simile al suo personaggio, combattuto com’è tra i doveri, che il suo ruolo inevitabilmente gli impone, e le proprie personali aspirazioni. Il dubbio e l’esitazione, apparentemente in contrasto con la maestosità delle rispettive imprese, ne sono invece il principale motore, tanto che il serbo Danilo Kîs, i cui Consigli a un giovane poeta occupano un’intera scena, non esita a ribadirne l’importanza. La vera forza risiede quindi nell’armonia con la natura, non nella hybris di tanti eroi classici ma nel riconoscersi, al contrario, come mero strumento di una volontà più grande. Le scene di apicoltura derivate dalle Georgiche, e le immagini proiettate per descrivere il libro sesto, sembrano appunto suggerire questo: che è dalla morte che si rigenera la vita, la quale ha infatti origine dal sangue e dal dolore, e che la katabasis altro non è che una continua rinascita. Il vero crimine è dunque opporsi al Fato, e allevare la vita in maniera intensiva è pertanto più cruento che assistere ad un parto. La soluzione sarebbe invece accettare che le cose finiscano, non forzarne la crescita, e magari abbandonarsi alle funebri note di John Tavener.

VIRGILIO BRUCIA Anagoor di Simone Derai, Patrizia Vercesi regia Simone Derai con Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Massimiliano Briarava, Moreno Callegari, Marta Kolega, Gloria Lindeman, Paola Dallan, Artemio Tosello, Emanuela Guizzon e con la partecipazione straordinaria in video di Marco Cavalcoli con il Coro dell'Accademia Stefano Tempia di Torino maestro del coro Dario Tabbia maestro collaboratore e direttore dell'esecuzione Francesco Cavaliere video concept Simone Derai, Moreno Callegari, Giulio Favotto costumi Serena Bussolaro, Simone Derai accessori Silvia Bragagnolo maschera di Ottaviano Augusto Felice Calchi scene Simone Derai, Luisa Fabris, Guerrino Perosin musiche Mauro Martinuz comunicazione Virginia Sommadossi per Centrale Fies foto Andrea Macchia Festival delle Colline Torinesi XIX ed. Torino- Teatro Astra

Risulta quindi ormai chiaro che l’opera di Simone Derai, realizzata in collaborazione con Patrizia Vercesi, non è semplicemente uno spettacolo su Virgilio. Il poeta infatti non vive, ma brucia. Brucia come l’antica Ilio, e come avrebbe voluto bruciassero le pagine del suo capolavoro. Le fiamme dell’Ade sembrano ardere sulla scena, ed è solo grazie a questi bagliori, alle braci mai spente della classicità, che è possibile fare luce sugli orrori del presente.

Virgilio, ancora una volta, ci guida attraverso l’inferno.

Phocredits: http://www.artribune.com/arti-performative/teatro-danza/2016/01/intervista-simone-derai-teatro-anagoor-virgilio/

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