Uscire dal mondo del lavoro a 61 anniè un sogno realizzabili, a patto di conoscere le regole “giuste”.
Andare in pensione a 61 anni non è un miraggio riservato a pochi fortunati: per molte categorie di lavoratori è ancora una possibilità concreta. Ma, come spesso accade quando si parla di previdenza, niente è automatico. Tra norme, requisiti e documenti da presentare, trovare la strada giusta richiede attenzione — e la consapevolezza che un singolo dettaglio può fare la differenza tra l’ok all’uscita anticipata e il respingimento della domanda.
Negli ultimi anni il sistema italiano ha cercato di riconoscere un principio semplice e, allo stesso tempo, fondamentale: chi ha lavorato duramente, svolgendo mansioni pesanti, rischiose o logoranti, deve poter smettere prima degli altri. È da questo concetto che nascono le diverse formule di pensionamento anticipato dedicate a chi ha svolto lavori “gravosi” o “usuranti”, categorie che non vanno confuse tra loro: un’attività può essere faticosa e continua, quindi gravosa, senza rientrare nelle rigide caratteristiche del lavoro usurante, che prevede parametri ancora più stringenti.
Edilizia, agricoltura, facchinaggio, trasporto pesante, lavori in galleria o ambienti pericolosi, pulizie industriali, assistenza a persone non autosufficienti, turni notturni e mansioni con esposizioni rischiose: queste sono solo alcune delle attività che possono aprire l’accesso alle misure anticipate. Tra le principali possibilità oggi esistenti, tre spiccano per diffusione e utilità. Vediamole da vicino.
2. APE sociale. Riservata a chi ha svolto lavori gravosi per un lungo periodo e possiede almeno 36 anni di contribuzione. Permette di uscire a 63 anni e 5 mesi, fungendo da “ponte” fino alla pensione di vecchiaia.
3. Pensione per lavori usuranti. Qui l’uscita anticipata può scattare già a 61 anni e 7 mesi, purché siano stati accumulati almeno 35 anni di contributi e si raggiunga la quota 97,6, cioè la somma tra età e anni lavorati.
Sono tutte misure che, seppur diverse tra loro, hanno un elemento in comune: richiedono la prova concreta di aver svolto davvero quelle mansioni. Ed è qui che entra in scena il documento più importante dell’intera procedura: il modello AP116. Questo modulo, richiesto dall’INPS, certifica nero su bianco che il lavoratore ha svolto un’attività rientrante tra quelle riconosciute come gravose o usuranti. Deve essere compilato e firmato dal datore di lavoro e contiene informazioni cruciali: tipo di mansione, periodo svolto, CCNL applicato, livello di inquadramento, codici INAIL e ogni altro dettaglio utile a identificare l’attività. Senza questo documento, la domanda di pensione anticipata rischia di fermarsi prima ancora di iniziare.
E se l’azienda è fallita, ha cessato l’attività o il datore non è più reperibile? In quel caso è ammessa un’autocertificazione del lavoratore. Ma l’INPS verificherà comunque ogni dato tramite banche dati interne e comunicazioni obbligatorie: la coerenza e correttezza delle informazioni deve essere totale.
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