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Camere separate, di Pier Vittorio Tondelli. Una lettura

Ciò che realmente cerco nell’ambiente universitario è una continua sollecitazione del pensiero critico. Così, è capitato che qualche tempo fa, nel corso di una lezione, il professore abbia rivolto agli astanti alcuni interrogativi intorno al romanzo in discussione: Camere separate, di Pier Vittorio Tondelli. La prima questione avanzata concerne l’attualità del romanzo e delle dinamiche interpersonali che rappresenta; la seconda la rilevanza narrativa, se così si può dire, dell’elemento dell’omosessualità. Ciò che segue è la mia riflessione libera su questi spunti.

Di Tondelli ho letto, in precedenza, Altri Libertini. Ne ho apprezzato, forse più che in Camere Separate, l’aspetto linguistico, ma ammetto di averlo trovato, non appena finito, decisamente superato per alcune rappresentazioni. Il mondo giovanile, da allora, è cambiato. Quella noia violenta e disperata dell’esser tagliati fuori, frutto di quel particolare momento di compromesso storico nei ’70,  non trovo si manifesti più nei gesti descritti da Tondelli, almeno non così diffusamente. Soprattutto, oggi quelle dinamiche non appartengono alla comunità gay più che al mondo giovanile generico, non circoscritto per sessualità. Ci sono fenomeni di violenza ed esclusione, ancora profonde ingiustizie si consumano con tutta la tragicità dei gesti banali. Ma ciononostante, un percorso di commistione, ancor più che di integrazione, è avviato e rende il clima più lieve. Una certa diffusione del “mondo” LGBTQ è resa possibile da prodotti culturali, come le ormai diffusissime serie televisive, che portano questo immaginario tra tutti: seguendo però una spinta di natura essenzialmente commerciale che rende il fenomeno quantomeno interessante e problematico; ci torniamo tra poco.

Il dramma giovanile, che pure c’è ed è in qualche modo necessario vivere, si manifesta oggi con sofferenza meno intensa e diffusa. E non perché siano venute meno le circostanze perché esso si produca – l’inafferrabile e destrutturata vastità del contemporaneo è anzi un vero baratro per chi avrebbe bisogno di appigli -, bensì perché la cultura contemporanea è riuscita ad assorbirlo e, così facendo, a fiaccarne la percezione nei giovani stessi. Credo che oggi i giovani soffrano meno semplicemente perché sono meno allenati e stimolati a conoscere quella sofferenza. La prospettiva è drammatica e preoccupante, perché apre uno scenario di elusione del conflitto dialettico mediante assuefazione, e trovo che la lettura di Pasolini sia molto utile, su questo fronte: la trasformazione degli individui in consumatori ha metabolizzato tutte le differenti spinte eccentriche, tutte le insoddisfazioni, narcotizzandoci. E se è vero che ora anche il diverso, così come chi vive sessualità altre, è maggiormente integrato, questo è perché gli orizzonti esistenziali son stati così tanto confusi da risultare scomparsi. Gli immaginari propri di diversi mondi dell’esistere sono stati mercificati e, resi così innocui e semplicemente funny, offerti a tutti. È l’appiattimento, in cui tutti abbiamo, più o meno, lo stesso potenziale d’acquisto e le stesse spalle leggere: alleggerite dal peso di doversi assumere la fatica drammatica della propria esistenza (condizione, certo, per quel dolore paralizzante descritto in Altri Libertini). Non si prova nemmeno più nausea, soltanto la poco convincente euforia che precede l’overdose. Ecco, trovo che, da questo punto di vista, Camere Separate sia più maturo e attuale. Indubbiamente alcuni rituali sociali sono mutati, ma nella forma più che nella sostanza: ciò rende, a mio avviso, la rappresentazione di Tondelli ancora valida. La discoteca, più che il concerto rock; applicazioni per smartphone come Tinder e Grindr, più che le feste a casa di amici di amici per rimediare appuntamenti (e, oltretutto, della realtà di questo genere di applicazioni per incontri bisognerebbe discutere, perché credo che spesso vengano troppo aspramente e superficialmente attaccate). Eppure, la dimensione relazionale giovanile possiede ancora una propria liturgia, ancora un proprio codice rituale: anche nella persistenza e ineluttabilità di questi meccanismi risiede uno dei contenuti di verità dell’opera, che la rende ancora viva e attuale.

Più complesso è, invece, il discorso riguardante il peso narrativo dell’omosessualità. Nella discussione, durante le lezioni è stato fatto emergere che, nella sostanza, le dinamiche affettive tra Leo e Thomas non sarebbero mutate qualora non fossero stati una coppia gay: io mi sono trovato felicemente d’accordo, in un primo momento. Ma era il mio desiderio intimo e personale di vedere normalizzata una storia d’amore, di non percepire il peso della diversità da una norma che, ancora e violentemente, vuol essere normativa e non semplicemente statistica. Riflettendoci, in seguito, ho dovuto mutare opinione (scomodamente, per me). Credo, ora, che l’omosessualità sia un motore narrativo fondamentale, su due diversi piani.

Il primo piano è quello della contingenza, il piano sul quale storicamente si svolgono le loro vite e l’omosessualità si scontra con i propri ostacoli sociali e culturali. Parlo, per esempio, della bellissima riflessione di Leo, che si sviluppa in un’intera pagina e che così inizia: “Il padre rientra. Leo capisce che deve andarsene. Thomas è restituito, nel momento finale, alla famiglia, alle stesse persone che l’hanno fatto nascere e che ora, con il cuore devastato dalla sofferenza, stanno cercando di aiutarlo a morire”. Tutto il brano (che indubbiamente possiede una dimensione anche politica, poiché si costruisce sulla consapevolezza dell’impossibilità per un amore omosessuale di interagire con la vita “istituzionalizzata” degli individui) non sarebbe potuto nascere in seno a una relazione eterosessuale. Eppure credo che narrativamente sia un momento importante, perché è l’epilogo di una storia che ha senso che sia così e non in un altro modo e del quale la clandestinità di un amore (poiché in quanto non riconosciuto legalmente, l’amore omosessuale è in un certo, triste senso clandestino) è condizione necessaria.

Il secondo piano del mio discorso, invece, è tutto interno alla psicologia di Leo e credo possa essere il vero nucleo di senso dell’opera. In questa direzione, mi aiuta ampiamente la lettura di Foucault. Trovo che Leo sia un personaggio esistente in negativo: in lui la spinta costruttiva è costantemente frenata da una pulsione alla decostruzione, al rifiuto. Questo aspetto potrebbe essere saldamente legato al suo modo di vivere l’omosessualità, se per l’analisi ci si serve di Foucault. Un piccolo cappello introduttivo servirà a me stesso per non perdere il filo delle argomentazioni. Le interazioni umane, seguendo il filosofo, producono dal basso, positivamente e non negativamente, un sistema di relazioni che si distribuiscono e, nell’ottica della conservazione e del progresso, si cristallizzano nelle istituzioni. Il potere e il sapere sono la manifestazione e insieme lo strumento di tale cristallizzazione. In questo quadro, anche la sessualità è un luogo del potere e un oggetto del sapere, anche essa viene cristallizzata. Da qui la necessità di definire nominalmente (e dunque, sempre, normativamente) gli orientamenti sessuali, tendenza validamente osteggiata dagli studi in seno, per esempio, alla Queer theory; ma anche la personale ritrosia di Michel Foucault nel definire la propria omosessualità. Accettazione di un ruolo sarebbe, allora, partecipazione alla costruzione di un orizzonte di mantenimento e progresso; in questo senso il movimento è positivo e non negativo, seppure per adempiere a se stesso sacrifica elementi della realtà. Seguendo questo ragionamento, mi è allora apparsa più chiara l’importanza dell’omosessualità nella costruzione delle dinamiche del personaggio. Sono innumerevoli i luoghi del romanzo in cui viene dichiarata la psicologia distruttiva di Leo: glielo sputa in faccia Thomas; arriva poi a riconoscerlo lucidamente lui stesso. Nei suoi amori, del resto, era ciò che essi rappresentavano nel suo immaginario, in virtù di una sorta di bovarismo, più che il reale interesse per l’altro e per una prospettiva di coppia, a spingerlo. Per nutrire la propria libertà, Leo ha bisogno di allontanare e demolire gli altri, chiunque si leghi a lui sentimentalmente. Dopo la morte di Thomas, rifugge poi qualsiasi rapporto, quello con Eugenio, per esempio, arrivando a comprendere di essere adatto ormai solo a incontri occasionali: credo che sia di grande interesse anche l’inserimento dell’esperienza sadomaso, poiché mediante quel dolore fisico (e del piacere conseguente) Leo può finalmente espiare. Ma espiare cosa? Il senso di colpa per la morte di Thomas? Secondo me la questione è più profonda. Ciò che Leo vuole espiare è la “colpa” della propria sessualità. Non per una sorta di omofobia interiorizzata, ma proprio per il particolarismo di una sessualità che chiede di essere definita, e che ne esclude qualsiasi altra. Rieccoci, dunque, all’interno delle dinamiche di potere teorizzate da Foucault. Allo stato delle cose, la sessualità è esercizio di un potere che cristallizza le esistenze, è limitazione della libertà. Leo non riesce ad accettare questa limitazione: non accetta la propria sessualità, ancor più dal momento che l’omosessualità è la calcificazione di ciò che dell’umano viene scartato, nel progetto di conservazione e progresso. “Dovevano per forza normalizzare un rapporto che la società non poteva appunto concepire come norma?”. Leo non può partecipare attivamente a questa costruzione e, dunque, logicamente, non può che distruggere. Nella sua prospettiva, il potere e il sapere sono escludenti. Collaborando, Leo dovrebbe rinunciare alla costruzione di sé, dovrebbe particolarizzarsi e marginalizzarsi. Distruggendo, Leo costruisce il proprio spazio di libertà, la propria camera separata, ma comunque proprio sua e di nessun altro. È dunque, giungendo all’epilogo della storia, nei rapporti di amicizia che Leo decide di vivere tutta la propria socialità: in rapporti che, per propria natura, sono sessualmente neutri. È nell’amicizia che Leo può essere libero, accettato, cullato. Nell’amicizia e nella scrittura: e infatti “La sua sessualità, la sua sentimentalità si giocano non con altre persone, come lui ha sempre creduto, finendo ogni volta con il rompersi la testa, ma proprio nell’elaborazione costante, nel corpo a corpo, con un testo che ancora non c’è”. Quel testo che ancora non c’è è un’esistenza libera in quanto veramente scelta, dimensione che la definizione di una sessualità da presentare al mondo impedirebbe.

In quest’ottica, Camere Separate è un’interessantissima problematizzazione della questione della sessualità e del genere, che pone sulla bilancia la libertà di costruzione del sé e la serena realizzazione sociale della propria intimità fisica ed emotiva. E lo fa con la sofferta vitalità di chi combatte questa battaglia.

3 comments

  1. Adriano

    Ciao Simo, intanto complimenti per l’analisi. Oggi pensavo proprio a Tondelli, e non ti nego un certo malessere. Io apprezzo tantissimo Tondelli, mi sono emozionato con Camere separate e mi sono lasciato rapire dal ritmo di Pao Pao e Altri libertini. Credo però che Tondelli, come molti altri scrittori postmoderni (vedi Dick),abbiano fornito sempre dei capolavori mancati. La loro fragilità è arrivata ha spesso raggiunto delle vette artistiche di livello assoluto, ma mai con continuità. Mi sembra sempre che si perdano un po’, che arrivino a un centimetro dalla meta, a un passo dal paradiso, come se le loro fossero opere incompiute. Sono curioso di avere un tuo parere.

    • Simone Marcelli

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      Caro Adri,
      grazie del commento e dell’apprezzamento; scusa il ritardo nella risposta. Non me la sento di fare un discorso generale, dunque mi limiterò a Tondelli, del quale ho parlato. E’, in effetti, qualcosa che ho percepito anche io. All’ultima pagina ho sentito una certa insoddisfazione, come se fossi stato preparato a un approdo maggiore. Riflettendoci, però, credo che questo sia fisiologico in questa letteratura. Questa è scrittura dell’esperienza incompiuta, del tentativo di esperire un’esistenza. Come tale, non può mai essere soddisfacente, giacché non è un secondo momento descrittivo-riflessivo di un primo momento esistenziale e compiuto. E’ scrittura che sta esistendo, che non sa dove sta andando e la soddisfazione del lettore ne risente. Del resto, cito nuovamente Tondelli, che ci suggerisce che (si) scrive “[…]nel corpo a corpo, con un testo che ancora non c’è”. Forse quel testo non ci sarà mai; a noi non resta che prenderne gli spunti.

  2. Lorella Pillolla

    Complimenti Simone per questa rubrica! Mi vergogno un po nel dire che di Pier Vittorio Tondelli non ho letto ancora niente. Sarà mia premura porvi immediatamente rimedio.

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