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Esercizio del trasloco, di Mariangela Gualtieri

Il tempo qui non è stato
che un pezzo di cartone,
un sobbalzo. La porta
si chiude per l’ultima volta.
Il fascio di forze domestiche
il genio del luogo
saluto ora con ringraziamento.

A tutto ciò che tace perfettamente
e che sempre qui dentro ha taciuto
a ciò che non appare
in questa casa vuota
e resta come in larga attesa.
A questo punto del mondo, alto sulla città vecchia
a questa cuccia di luce e conforto
in cui abbiamo amato meglio che potevamo
e dormito bene nella sua pace
e fatto tutte le cose umane
delle vite, al mio cuore
senza tristezza che tutto saluta
contento, come esercizio
di distaccamento, come grande
scuola del trasloco e del suo lasciare la presa.

Vi lascio, cose.
Il vostro mancarmi sia la melodia
che ora mi guida:
La schiena liberata dal peso
stia dritta in attesa
della più alta impresa.
Il bastarmi del poco e del niente che serve.
E il resto sia vuoto. Sia intesa
con tutto ciò che non pesa.

 

Un altro appuntamento con la rubrica, un altro trasloco. Dicembre è andato così, ma vi prometto che i prossimi mesi si parlerà anche di altro.
A pensarci c’è quasi un’ironia nel ragionare di traslochi proprio nel mese delle festività natalizie, costruite largamente su una narrazione incentrata sulla dimensione domestica, sul legame con la casa come luogo accogliente la certezza dell’affetto familiare. Ma anzi è proprio in questo periodo, forse, che può essere saggio pensare al rovescio della stabilità domestica: al trasloco, al lasciare un luogo per un altro, che poi non è altro dall’abitare. Abitare una casa non è un dato, ma un processo. Abitare è un’esperienza e come tale si modula nella dialettica tra la prassi dei soggetti e il tempo. Il trasloco non è altro che uno degli esercizi dell’abitare, come ora leggiamo assieme in questa poesia di Mariangela Gualtieri, dalla sua raccolta Bestia di gioia (Einaudi, 2010. Bel titolo per una raccolta, no?).

La poesia è un esercizio, ce lo dice il titolo. È anzi l’esercizio di un esercizio, poiché è innanzitutto il trasloco a esserlo. Questo, senza la pretesa da parte mia di puntare la mira del discorso troppo in alto, ci suggerisce due suggestioni: una sulla Poesia, l’altra sulla poesia.
La prima dunque è sulla Poesia in generale. Se fare Poesia è un modo per esercitarsi in un esercizio – che è quello del trasloco – allora, per la proprietà transitiva che contraddistingue le esperienze della vita, la Poesia non è altro dalla vita: anch’essa è una delle esperienze attraverso le quali esercitiamo il nostro stare al mondo. Stare al mondo che, in quanto stare, è un continuo esercizio – ancora – di costituire una nostra propria domesticità.
La seconda considerazione è su questa poesia della Gualtieri, invece. Il tema del componimento è un esercizio; un esercizio è un’azione che si colloca sull’asse del tempo, all’interno di una narrazione progressiva di compimento del soggetto (inteso proprio come il soggetto che compie se stesso). Questa poesia allora è come un brevissimo racconto di formazione: c’è una condizione di partenza che l’esercizio traghetta a una condizione d’approdo. Il testo infatti si apre con un’espressione di dolore, anche se di un dolore ormai gentile e rappacificato, proprio perché espresso alla luce della crescita che l’esercizio ha consentito: «Il tempo qui non è stato / che un pezzo di cartone», come se l’intera esperienza nell’ormai vecchia casa sia ridotta nei fatti alla materialità degli scatoloni.
È così, è vero (e doloroso): di un’esperienza passata non rimane altro che i suoi resti materiali, i fossili di ciò che è stato; rimangono dei cartoni. Perché non è sul piano della datità, della materia, che le esperienze permangono nel cerchio del nostro esistere. Le esperienze sopravvivono nel procedere della nostra coscienza, che le metabolizza e le mantiene in un circolo vitale: ed è proprio per questo che il dolore può trovare una propria gentilezza, una tenerezza, quasi. Se le esperienze passate conservassero una prepotenza materiale, un’irriducibile datità, allora non sarebbero esperienze passate ma conti in sospeso, irrisolti che ci impedirebbero di procedere e esigerebbero dal nostro dolore uno struggimento sordo alle esigenze di rinascita; sarebbero fonte di un dolore fine a se stesso. Grazie a Dio delle cose vecchie non rimane che un cartone, allora: e possiamo andare avanti, possiamo anche ringraziare – come fa la Gualtieri – «il fascio di forze domestiche», senza rancori. Casa è innanzitutto un  concerto di energie, ha ragione la poeta, di forze che dobbiamo esercitarci ad armonizzare. Solo in ultimo, veramente, casa è luogo.
Casa è dove si fanno «[…] tutte le cose umane / delle vite […]», è anzi proprio il fare quelle cose umane, con fedeltà al proprio progetto di crescita. È amare «[…] meglio che potevamo», e che possiamo. Non amare bene, o amare male: ma nel migliore dei modi possibili, secondo le proprie forze. Nulla di fisso e di raggiunto, ma un continuo esercitarsi, un costante lavorio sulla propria vita. Ed è quindi una grande prova di fedeltà, di pietà verso la propria esistenza, che Mariangela Gualtieri ci offre accettando senza tristezza l’andar via «[…]come esercizio / di distaccamento, come grande / scuola del trasloco e del suo lasciare la presa». L’autenticità della vita è solo nella consapevolezza del morire e nel saperlo fare, questo morire. Non è cosa facile, perché vuol dire ammettere che possiamo essere solo una cosa per volta – se ci va grassa, come si suol dire -, che non tutte le possibilità dispiegate davanti a noi possono essere conservate in una delirante e immobile compresenza. La vita autentica è accettare uno solo singolo passo, dei tanti che potremmo fare per volta. Ogni passo sospinto, però,  dalle energie che la direzione da cui proveniamo ci imprime: e che ci imprime solo perché sta irrimediabilmente dietro di noi. Ci si sarebbe potuto fare altro, nella nostra vecchia casa? Certo, c’è qualcosa che «[…]tace perfettamente […] e resta come in larga attesa», ma va bene così, non tutto è compibile ed esauribile. Proprio per questo bisogna saper mollare la presa, ringraziare per quel poco che è accaduto, andare avanti. Perché le cose della nostra vita ci attendono indipendentemente dai luoghi: questi, i luoghi, sono solo le coincidenze tra lo spazio e il nostro tempo, che sta a noi comprendere.
«Vi lascio, cose». Le cose si abbandonano. Sono cose, sono finite in loro stesse: vanno lasciate al loro compimento, affinché non ostacolino il nostro – la Gualtieri ce ne offre un’immagine chiara («La schiena liberata dal peso / stia dritta in attesa / della più alta impresa»), anche se forse in versi un po’ troppo ingenui. Noi non siamo cose. Siamo il resto, ciò che resta al di là delle cose che utilizziamo: siamo «il vuoto» – il drammatico vuoto, molto più drammatico a mio parere di quanto non sia tratteggiato dalla Gualtieri – nel quale costruire «[un’]intesa / con tutto ciò che non pesa». Siamo prorio noi questa realtà ben più leggera delle cose, siamo il vero spazio in cui si può costruire la casa: non è essa il luogo in cui noi possiamo essere, ma siamo piuttosto noi il luogo in cui la si può tirare su.

È il 21 dicembre, ci ritroviamo qua ad anno nuovo. Vi lascio, intanto, con questa bella poesia e con l’augurio di saper fare serenamente i vostri esercizi di trasloco. E, ovviamente, di un felice Natale.


Dite la vostra su questo testo, condividete la vostra lettura. E, perché no, suggeritemi cosa vi piacerebbe leggere insieme al prossimo #mercolediversi. A presto!

 

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