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#Lanternesonore in NATIVE AMERICA

Tenta di spazzare via una popolazione intera o un’etnia, trascinala in catene e deportala in massa, i suoi canti resteranno nell’aria e le sue voci continueranno a gridare. La moderna nazione americana si è fatta forte senza innesti ma sradicando alla radice le piante autoctone per far curare ad altri le sue nuove piantagioni. Scelte e decisioni di uomini e padri della patria come gli affamati avventurieri sbarcati sulle coste del futuro stato della Virginia i quali, prima di incidere sul sigillo fresco di conio il motto “sic semper tyrannis“, siglavano leggi sulle condizioni di disarmo della schiavitù negra e definivano i diritti di libertà e illibertà dei figli nati da unioni colono-schiavili (Virginia, 1639, 1662). Uomini come il settimo presidente Andrew Jackson che nel 1830 aprì il Trail of Tears, il Sentiero delle lacrime, ratificando l’Indian Removal Act per bonificare tramite deportazione il sud est del continente dalla presenza dei nativi. Oppure Theodore Roosevelt, presidente e naturalista promotore dell’dea di razza come disrimine tra individuo forte e debole, quindi criterio per deciderne la sopravvivenza o l’eliminazione (rivendicando il diritto alla nascita della “razza americana” composta dai nuovi coloni affermò: « the conquest and settlement by the whites of the Indian lands was necessary to the greatness of the race … »). Donne e uomini provenienti da storie geograficamente e culturalmente lontane si incontrano così nelle sconfinate pianure, nelle paludi, alle propaggini dei deserti e ai piedi delle montagne intrecciandosi in coflitti ed unioni e creando nuove generazioni il cui passato spesso deve essere forzatamente sepolto. E’ il caso in particolare dei figli “sangue-misto”: nati da unioni tra schiavi nativo americani e africani nei primi periodi della colonizzazione, quando entrambe le etnie erano utilizzate come forza lavoro; e successivamente –  con la creazione e il riconoscimento delle nazioni indiane nel XIX secolo – tra schiavi africani di sesso maschile e donne native, queste ultime appartenendo in particolare alle “Cinque Tribù Civilizzate” (Cherokee, Chickasaw, Choctaw, Creek e Seminole, definite cosi da coloni bianchi in quanto avevano adottato molti usi e costumi dei colonizzatori tra cui lo sfruttamento di schiavi africani) che garantivano così al nascituro la libertà in quanto figlio del popolo della madre. Durante questo periodo le due realtà, la nativa e l’africana, si trovarono a stretto contatto scambiandosi rimedi curativi, miti e leggende, tradizioni culturali e musicali. Recenti studi indicano che sia avvenuta un’insospettabile contaminazione culturale soprattutto per quanto riguarda la tradizione musicale e che le origini del blues, genere prettamente nero e americano e indubitabilmente differente dalle singole radici musicali presenti nel continente africano, siano riconducibili alla fusione tra la cultura africana degli schiavi e a quella dei nativi. Il beat del blues, ad esempio, riecheggerebbe il battito del tamburo suonato dai nativi.

MI0000342967Sono tanti gli artisti di musica popolare che hanno tali unioni tra i propri antenati: Jimi Hendrix tra i Cherokee come Ben Harper, James Brown tra gli Apache, Michael Jackson tra i Choctaw e i Blackfoot, ma tra loro potremmo riuscire a trovare un padre comune. Si tratterebbe, musicalmente parlando, di Charley Patton, padre del Delta blues del Mississippi, dalle origini difficilmente rintracciabili chiaramente ma probabilmente di discendenza Cherokee per qualche grado. Chitarrista dallo stile unico formatosi nella piantagione di cotone della Dockery Farm ospitante circa duemila schiavi, arrivò a suonare fin nelle grandi città di Chicago e New York e tracciò il suo solco insegnando quello che sarebbe stato definito “blues” a Howlin’ Wolf e Robert Johnson tra gli altri. Lungo il sentiero delle sue impronte si sarebbero mossi artisti dal sangue black-indian come Francis “Scrapper” Blackwell che costruì la sua prima chitarra da una scatola di sigari e Mildred  Bailey, la “regina dello Swing”, voce divina di derivazione jazz.

john-trudell-jesse-ed-davis-rich-mans-war-the-peace-company-caNei paesi polverosi, nelle baracche, nelle grandi case coloniali e nelle città in espansione l’elettricità sostituisce le lanterne e anche le chitarre presto si allacciano alla corrente. L’ululato del blues diventa il grido del rock per i diritti degli ignorati e calpestati ed emerge la prima band di nativi. Loro si chiamano ironicamente Redbone (meticcio rosso) su consiglio di Jimi Hendrix e nei loro testi fanno spesso menzione della loro eredità  culturale. Nel 1974 al Midnight Special Show risvegliano la nazione suonando la loro hit “Come and get your love” vestiti con abiti propri della loro tradizione. Un ventennio più tardi l’attivista politico di origini indiano-messicane Johnny Trudell, dopo la morte della moglie e dei figli in un sospetto incendio nella riserva indiana del Nevada, si unisce a Jesse Ed Davis – figlio di Comanche e Kiowa, chitarrista per Taj Mahal, Bob Dylan, George Harrison e altri – per creare AKA Grafitti Man (1992, Rykodisc), un album di poesia politica che si apre con il canto di una donna indiana immediatamente crivellato dalla scarica di una batteria.

MI0000674753Una chiave di volta per comprendere origini e influenze è la consapevolezza. L’amalgama di cultura europea, rock, rhythm & blues e sonorità native americane trova compiutezza nella cantante Martha Redbone di origini Shawnee, Choctaw, Lumbee e afroamericane. In Skin Talk  (2004) la cantante trasferisce la sua esperienze di mentore ed educatrice preso la comunità nativo americana e le sue esperienze musicali in liriche concernenti le difficoltà dell’esistenza urbana e una ben orchestrata mescolanza di generi ricavando un funk-blues muscolare venato di chitarre rock, una voce poderosa e variopinta che trascina cori ritmati in stile indiano americano.

MI0001442958Cresce la fierezza e la consapevolezza nel voler portare alla luce le proprie origini e ricchezze culturali concentrandosi in alcune figure che diventano quasi dei simboli. Una di queste è Antonia Crecioni, in arte Pura Fé. Figlia di cantanti Tuscarora è anch’essa cantante, musicista, compositrice, insegnante ed attivista. Affianca la carriera solista al lavoro in trio con Ulali assieme a Soni Moreno e Jennifer Kreisberg dando nuovamente vita ai canti e ai ritmi del passato. Il disco Mahk Jchi (1997, Corn Beans & Squash Music) vede anche la partecipazione di un canadese di origini native, il co-creatore del genere musicale Americana con i suoi The Band, l’indimenticabile Robbie Robertson.

MI0000277500Partiti da Charley Patton arriviamo a un’altra figura che si può definire guida e maestra, non solo in campo musicale. Nativa del Canada, nei suoi primi vent’anni è già, assieme alla sua chitarra, compagna di strada di Leonard Cohen, Neil Young e Joni Mitchell. Buffy Sainte-Marie è un’icona. Oltre che cantautrice in classici come “Universal Soldier“, “Cod’ine” e “Now that the buffalo’s gone” dai temi socialmente impegnati e portate al successo da colleghi meno controversi come Donovan e Quicksilver Messenger Service, è visual performer e fondatrice del Cradleboard Teaching Program per la comprensione del retroterra culturale dei nativi americani. Messa nella lista nera dai presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon e dunque dal capo dell’FBI J. Edgar Hoover e da un influente disc jockey di Nashville, l’ombelico del mondo country-blues del paese, ha trovato non poche barriere nella sua carriera di musicista attivista, che le ha comunque permesso di creare una testimonianza unica. Parliamo in particolare dell’album Illuminations (1969, Vanguard), un modello di cosa può fare una radice forte e inquieta per infrangere le coltri che la soffocano e avvicinarsi al sole. Scritto all’età di ventinove anni da una ragazza nativa, adottata in un paese che distribuiva film e prodotti culturali in cui i “pellerossa” erano la personificazione del diverso e del nemico, splende come un capolavoro di intensa bellezza, un frutto fresco, aspro e dolce. Rifiutato dai contemporanei amanti del folk è l’unico esempio di vera sperimentazione nella carriera di Saint-Marie ed è anche la prima opera in cui si utilizzi un sintetizzatore vocale in quadrifonia, qui sfruttato con cura e misura per creare tessiture sonore ancora inconcepite. La voce, un uccello furioso e caparbio, riece a creare con la chitarra un tutt’uno organico, l’accompagnamento di basso e batteria assieme alle fluorescenze dei neonati effetti elettronici fanno da contrappunto a trenta minuti di lirismo soffuso e rabbioso, etereo e carnale.

in collaborazione con Magda Pohl-Tontini

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