natalia ginzburg

Natalia Ginzburg: l’invincibile coraggio e l’ingenuità corsara

Il futuro della donna e il passato della bambina

«E poi son solo. Resta

la dolce compagnia

di luminose ingenue bugie»

Dopo la lettura del prezioso libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza Editore, 2018), ho riflettuto su alcuni aspetti, tra i più intimi e taciuti, di una personalità complessa e apparentemente monolitica, di una corsara che nella maturità affronta la vita e i suoi orrori.corsara

I versi di Sandro Penna, che trovate citati in alto, conducono in un tempo vago e indefinito, solitario e tuttavia abitato da figure che sbiadiscono alla luce della cruda realtà. È il mondo dell’infanzia, così spesso evocato negli scritti della Ginzburg, autrice la cui biografia testimonia, emblematicamente, l’impatto esistenziale della solitudine cui l’adulto costringe, coi propri segreti e le proprie menzogne, l’ingenuità acerba del bambino.

L’uso del “noi” nella narrazione della Ginzburg, dai racconti ai romanzi, dall’epistolario privato agli articoli sulle più importanti testate giornalistiche, e la sua ritrosia rispetto alla terza persona dei romanzi “con scale e piani e il fumo che esce fuori dal camino”, come quelli dell’amica Morante, rimanda per la Petrignani alla fantasia di Natalia bambina. Intenta a giocare nel giardino di via Pastrengo, a Torino, è circondata da un mondo pieno di adulti, mondo da cui è esclusa e si esclude. Adulti che la definiscono “impiastro per sempre”, dedito solo a “negrigure”, “sbrodeghezzi” e “sgarabazzi”, come si evince da Lessico famigliare, la cui coscienza romanzesca è, secondo l’interpretazione di Cesare Garboli, proustiana.

Natalia è orgogliosa di essere speciale, eppure prova vergogna di non essere come tutti; secondo la Petrignani questo senso di inadeguatezza si trova perfettamente rappresentato nel quadro di Casorati, Bambina che gioca sul tappeto rosso, 1912 (immagine copertina di questo articolo): «Si coglie in lei il futuro della donna e il passato della bambina. È una figura marginale e di passaggio, sospesa in un tempo di dimenticanza e di apatia. Non si sente guardata e non guarda, se non, all’interno di sé, oscuri, preoccupati pensieri» (Petrignani, Neri Pozza Editore, 2018).

Bambina che gioca sul tappeto rosso - Felice Casorati

Bambina che gioca sul tappeto rosso – Felice Casorati

Lo sguardo sul mondo è, dato il contesto storico, inevitabilmente nutrito di un pessimismo che rimarrà sullo sfondo delle riflessioni più mature senza, tuttavia, assumere toni edulcorati o sfociare in colpevole:

«Dio non esiste, perché non avrebbe potuto inventare questo mondo assurdo, mostruoso, questa complicata macchinazione dove un essere umano cammina solo al mattino, nella nebbia, fra case altissime abitate dal prossimo, dal prossimo che non ci ama e che è impossibile amare» (Piccole virtù, Natalia Ginzburg).

Uno degli aspetti più interessanti della biografia della Ginzburg è quello che riguarda la problematica concezione che ha di se stessa in quanto donna, soprattutto nel microcosmo fondamentalmente maschile e maschilista della casa editrice Einaudi, e il rapporto con le grandi figure maschili, guide spirituali e padri adottivi, della sua vita. Gli anni della giovinezza sono contraddistinti dalla convinzione che il fascino in un uomo consista nell’indifferenza, unita all’ironia, all’altezza, a molte sigarette fumate in silenzio e a una testa beffarda e misteriosa. Il commento della Petrignani, a tal proposito, comporta una riflessione lucida, e per nulla scontata, sulle successive posizioni assunte dalla Ginzburg nei confronti del nascente movimento femminista e rispetto ai propri modelli letterari: «E forse proprio perché non si faceva avanti nessuno con queste caratteristiche, cominciò lei a prenderne il posto, a somigliare alla figura maschile della sua immaginazione» (Petrignani, Neri Pozza Editore, 2018).

Sandra Petrignani riporta la riflessione di Dacia Maraini sul distacco che la Morante e la Ginzburg avevano assunto rispetto al femminismo, evidenziando un elemento di primaria importanza: si consideravano scrittori, guardando ai modelli maschili del passato, non scrittrici, sinonimo di “sentimentali”; era infatti abitudine della Ginzburg quella di rimproverarsi quando si scopriva troppo leziosa.

Nel Discorso sulle donne, 1948, così, radicalmente, si esprime, ritenendo di aver scoperto la profonda differenza tra uomo e donna: «Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne […] a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini».

La casa editrice Einaudi, presso la quale la Ginzburg stringe profondi legami di amicizia, di stima intellettuale e leale professionalità, è pur sempre un ambiente predominato da uomini il cui protagonismo è spesso motivo di conflitto, e di fronte al quale Natalia conserva un “ingenuo” senso di inferiorità, mai tradottosi, tuttavia, né in cieca ubbidienza né in pacata o docile accettazione (frequenti i litigi con Giulio Einaudi per i ritardati pagamenti e così i rimproveri per il mancato ascolto di qualche suo consiglio, nonostante l’influente posizione accanto a Pavese come curatrice della sezione di narrativa). La casa editrice Einaudi è, in ogni caso, un ambiente famigliare per la Ginzburg, determinante per il suo equilibrio e fondante per la sua identità letteraria, un nucleo che si sostituisce a quello originario, così caro nella sua integrità alla scrittrice.

«Italo Calvino […] era un sostenitore dell’avvenenza di Natalia. Non l’avete vista in costume da bagno e con il rossetto sulle labbra, diceva in inevitabili discorsi fra maschi ai meno convinti colleghi. E persino Moravia fu un forte estimatore delle doti fisiche di una Ginzburg trentenne. Pavese, invece, che sapeva essere cattivo anche con i migliori amici, l’aveva soprannominata “bue muschiato” per l’aria sempre imbronciata e per la tendenza a “caricare a testa bassa”» (Petrignani, Neri Pozza Editore, 2018).

Che la Ginzburg fosse consapevole delle implicazioni del suo sesso in un mondo di uomini, ma allo stesso tempo “piratesca” nelle sue incursioni a favore dei prevaricati, lo testimonia un episodio citato dalla biografa: Cesare Pavese, intimo amico dei Ginzburg, invia una copia di Paesi tuoi a Pizzoli, dove Leone era stato mandato in confino e risiedeva con Natalia e i tre figli. Insieme al libro, Natalia riceve una cartolina su cui c’è scritto: «Cara Natalia, la smetta di fare bambini e scriva un libro più bello del mio». La risposta di lei: Mio marito, un racconto la cui stesura è fulminea.

La seconda parte della riflessione sarà dedicata ad alcune figure centrali nella vita di Natalia e agli anni della maturità.

Photocredit: Salt editions, Arttribune, 

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