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mother! – Nel nome della Madre, tra fischi e urli alla Luna

Fischiato a Venezia e aborrito negli States, dove ha ottenuto il peggiore punteggio nella scala del Cinemascore, mother! approda finalmente in Italia. Anche qui, almeno a giudicare dai dati del box office, l’ultima fatica di Darren Aronofsky sembra essere, purtroppo, destinata all’insuccesso. A poco sono valse le locandine di Jean James, collaboratore di Prada e DC Comics, e ancor meno il chiacchiericcio mediatico attorno al regista e Jennifer Lawrence, protagonista della pellicola e sua attuale compagna.

Certo, il rapporto tra il creatore e la sua musa, qui impersonati da Javier Bardem e dalla giovane attrice, è uno dei motivi su cui si innesta il film, il quale però non si limita, fortunatamente, a ritrarre una crisi coniugale. Una coppia in effetti c’è, una crisi pure, ma si tratta di rapporti che nulla hanno di personale o biografico. Sin da subito intuiamo che si tratta in realtà di archetipi, che l’edenica casa dei due sposi non è, semplicemente, un immobile scricchiolante. Allo stesso modo, e con maggiore evidenza, chi cerca di introdurvisi non lo fa certo per caso. L’arrivo di un’altra coppia, Ed Harris e Michelle Pfeffeir, non sorprende infatti il proprietario, che sembra anzi richiedere, se non la loro presenza, quantomeno le loro attenzioni. I due ospiti, come poi confesseranno essi stessi, sono appunto lì per conoscere Lui, il loro mito, e solo la morte di uno dei figli, ucciso in quel luogo dall’altro suo fratello, sembra riuscire ad allontanarli dall’oscura abitazione. La sacralità dell’edificio è però ormai violata, il suo cuore letteralmente infranto. Malgrado ciò, o forse proprio in funzione di quel che è successo, lo scrittore ottiene infine quel che tanto cercava, riportando l’ispirazione, e la vita, in quella casa desolata. La moglie è infatti incinta, e la pace, nonostante certe ferite siano ancora sanguinanti, sembra essersi finalmente ristabilita. Un nuovo intruso sta però per bussare a quella porta, e ben più spietato del primo.

Lo scrittore torna dunque a pubblicare, la fama arriva. Orde di fanatici invadono la casa, la distruggono, compiono razzie e sparatorie, trasformando quel rifugio in un vero mattatoio. La madre questa volta si ribella, tenta di difendere sé stessa e il suo bambino, mentre il marito, pur di mantenere il dominio su chi mostra di adorarlo, è disposto a sacrificare il figlio e perdonarne l’uccisione. Quello che era un paradiso diventa quindi in inferno, fiamme comprese, fino a che la moglie, dopo aver distrutto quello che già era andato perso, lascia in dono il proprio cuore a chi prima l’ha usurpato. E la storia pertanto ricomincia, la casa risorge e la sua anima con lei, in un finale che sembra edificante ma che promette, in realtà, eterne e più aberranti crudeltà.

motherposters

Questa, in sostanza, la trama del film. Abbiamo uno scrittore delirante e solipsista, Shining docet, abbiamo intrusi alla maniera di The Others e, non ultimo, un senso di angosciante claustrofobia che richiama, seppure con le dovute cautele, il lucido ed assurdo universo di Buñuel. I riferimenti sono del resto innumerevoli, da Barbablù a Rosemary’s Baby, ma qui, contrariamente a quanto accade in Polanski, è Dio stesso, in cambio del supremo successo, a voler immolare il proprio figlio. Come confermato dallo stesso regista, l’intera storia rimanda direttamente alle vicende della Genesi: il personaggio di Bardem, come suggerisce la sua stessa professione, incarnerebbe infatti il Demiurgo, Ed Harris, chirurgo ferito a una costola, Adamo e sua moglie, di conseguenza, Eva. Il fratricidio cui si assiste è dunque quello di Caino e Abele, cui seguirà, in maniera pressoché speculare, quello del Figlio per mano del Padre. Tutto può, e anzi deve, essere letto in chiave cristologica: dalla strage degli innocenti alla cruenta, e tutt’altro che allegorica, scena dell’eucarestia. Se il sottotesto è indubbiamente biblico, il messaggio è però paganeggiante. Contrariamente al precedente Noah, questa non è una rivisitazione delle Scritture. Protagonista è piuttosto la madre, la natura stessa, l’unica forza disposta a donare senza pretendere in cambio alcunché. È a lei che è intitolato il film ed è il suo nome che qui viene invocato. Un nome, contrariamente all’Him nei titoli di coda, scritto volutamente con l’iniziale minuscola. La madre è umile, e per questo viene umiliata. Gli ospiti – umanità ingrata e disumana – si approfittano infatti di lei, della casa in cui Lui li ha chiamati, e mentre venerano la figura del marito, egoista e meschino, si rivolgono alla donna solamente per insultarla. Le scene di violenza e sopraffazione, per quanto eccessive, non sono però mai gratuite, ed è anzi nell’estrema brutalità che risiede la loro efficacia. Si rappresenta l’ingiustizia per far sì che non accada, enfatizzandola, si ferisce il pubblico per renderlo più sensibile. E lo spettatore, perché questo si realizzi, deve essere però disposto a lasciarsi maltrattare. L’opera, secondo la definizione che ne dà Aronofsky stesso, è appunto «un percorso sulle montagne russe, un urlo alla luna piena».

Un urlo più potente dei fischi.

Photocredit: www.digg.com; www.wmagazine.com

 

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