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Istantanee giapponesi: Hokusai e Hiroshige

Questo #martedìarte andiamo a Palazzo Reale.

Custodi e testimoni della forma del mondo che muta, artisti arbitri di eleganza in regni di piaceri impermanenti e raggiungibili, impossibili da frenare, si innestano su un albero piantato dalle radici solide i voluttuosi giunchi del mondo fluttuante, l’ordine e la simmetria invasi dal brulicare scomposto della vita, l’uomo si osserva perturbatore e depositario dei significati della quiete della cascata fragorosa.
Sono Hokusai e Hiroshige, maestri della linea e del colore, delle armonie e del gusto che il Giappone ha saputo cesellare dalle millenarie tradizioni continentali, un’isola laboratorio che raccoglie alle sue rive detriti riuniti assieme e ricollegati con fili d’oro.

Hokusai precede con cura maniacale, ogni tratto millimetrico è un esercizio di misura anche nel rappresentare mostri e aberrazioni, la linea nera confina le sfumature, netta ordinatrice di un insieme disordinato dove il bue sono tutti i buoi, il viso dell’uomo sempre il medesimo perché possa essere uomo in una composizione estesa in cui ogni elemento ha il proprio peso misurato nell’insieme. Uomo che si particolarizza e si fa scultura quando porta in sé la propria poesia, straordinario per come riferisce il mondo.

collage

Hiroshige segue, irruento orologiaio, e più facilmente accenna, stilizza piccoli uomini ancor più vivi, spigolosi volti diversi che urlano e litigano mentre i contorni delle cose si spaccano e i colori ne fuoriescono nel creare insiemi di elementi che hanno bisogno di unirsi per rivelarsi.

Quando si è di fronte a un albero se si guarda una sola delle tante foglie rosse non si vedono tutte le altre.

Alla stessa distanza, entrambi sono movimento e istantanea, particolare e universale, effimero ed eterno, ma al primo ci si deve avvicinare, immergersi nel dettaglio per coglierne il compiuto; dall’altro bisogna allontanarsi perché ciò che straborda prenda il proprio posto nel mondo.

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