louise en hiver

Le stagioni di Louise: la tranquillità della solitudine

Il primo giorno dell’anno bisogna fare le cose piano, è una regola. Finire la giornata al cinema ci è sembrato giusto e Le stagioni di Louise sembrava essere in programma apposta. Un film calmo, riflessivo, pastellato – non potevamo immaginare che sarebbe stato tutto questo, ma all’ennesima potenza.

Louise en hiver è un film di animazione del maestro francese Jean-François Laguioine, che ha realizzato a mano l’intera storia, servendosi di china, acquerelli e pastelli, riducendo al minimo il digitale. Questa presenza fisica della mano che disegna e colora, ben lontana dal tipo di animazione a cui siamo ormai abituati, aumenta l’intimità del racconto, quasi fosse un diario personale. E, infatti, il film si apre con la protagonista seduta da sola, in disparte, che prende appunti sul proprio quaderno, mentre osserva la spiaggia gremita di turisti.

Louise è un’anziana signora e la voce narrante del suo film. È molto tranquilla, si veste bene, ha un cappellino ed è venuta al mare per godersi la stagione estiva. Biligen-sur-Mer è una di quelle tipiche stazioni balneari formate da file ordinatissime di case con nomi graziosi, con un emporio che vende costumi da bagno, secchielli, canne da pesca. Una di quelle città che rimangono vive fintanto che la stagione estiva dura, ma che con il rientro obbligato dalle vacanze per lavoratori e studenti si svuota e diventa un villaggio fantasma. Per ora, però, va tutto bene: ci stiamo godendo gli ultimi raggi di tiepido sole settembrino facendo una passeggiata sul lungomare.

Improvvisamente, però, la situazione precipita − ma in un modo talmente tranquillo che quasi ci rimaniamo un po’ male, c’è da dirlo. L’ultimo treno in partenza per la città nell’ultimo giorno d’estate ha, infatti, già lasciato la stazione. Louise torna a casa in silenzio, con la stessa calma con cui aveva raggiunto i binari, appoggia le valigie (scopriamo così che l’orologio alla parete della cucina aveva smesso di funzionare), si prepara alla notte. Che sarà molto tempestosa e agitata, e nemmeno latte e rum aiuteranno molto.

louise en hiver

Il giorno dopo la tempesta, Louise cammina per la stazione balneare deserta e l’atmosfera − anche se non abbiamo goduto di Biligen-sur-Mer nel pieno della stagione − è surreale. La vecchietta, però, non sembra per niente preoccupata: dopo aver girovagato per un po’ e aver appurato che la sua casa è troppo umida per rimanerci tutto l’inverno, decide di costruirsi un rifugio sulla spiaggia. Raccoglie un po’ di assi che la tempesta ha portato a riva, trova dei bauli abbandonati, s’intrufola nell’emporio del paese per procurarsi un paio di scarpe comode e l’attrezzatura da pesca. Con un po’ di fatica ma tanta determinazione, la casetta è pronta.

A questo punto, cominciano a profilarsi due elementi molto importanti per la storia. Il primo è il parallelo con Robinson Crusoe, aiutato dal ritrovamento fortuito da parte di Louise del romanzo omonimo. È una lettura che la accompagnerà nella sua permanenza sulla spiaggia: la troveremo a sfogliare le pagine la sera con il mento appoggiato sul palmo della mano, di giorno sulla sedia sdraio rivolta verso il mare. Quando, a metà della sua avventura, incontra un cane randagio riflette se «chiamarlo Mercoledì, perché è il giorno in cui ci siamo incontrati», proprio come accadde con il Friday di Crusoe. Questa versione femminile, ancora un po’ vanitosa (quando trova uno specchio nella discarica quasi ci rimane un po’ male, a vedere cos’è diventata) e che vuol fare comunque l’albero di natale, di Robinson Crusoe ci fa un po’ strano − e questo è il secondo elemento a cui cominciamo a prestare attenzione: forse non sappiamo così tanto di questa Louise. Questa praticità, questa capacità di adattamento e poca volontà di questionare la situazione in cui si è trovata (nonostante al passaggio di elicotteri sulla spiaggia agiti fortissimo le braccia, nonostante continui ad aspettare che la figlia torni a prenderla, soprattutto a Natale, nonostante a un certo punto scriva sulla sabbia un solo, gigantesco perché?) non sembrano appartenere alla vecchina distinta che abita in una casa con «gigli» nel nome. Forse c’è qualcosa nel passato di Louise che noi non conosciamo e, a quanto pare, anche lei fa fatica a ricordare.

louise en hiver

Nella solitudine della spiaggia, però, Louise ha molto tempo per ricordare. A un certo punto Pepper il cane comincia anche a parlare, sembra − interrompendo la monotonia della voce narrante della protagonista, che fino a quel momento aveva parlato con se stessa e lo spettatore quasi senza fare distinzioni. Con lui comincia a ricordare e condividere il suo passato, finendo addirittura in un tribunale onirico perché venga esemplarmente punita per aver dimenticato così tanto della sua vita. Scopriamo che ha figli, ha avuto almeno due mariti, molti amanti. La nostra Louise? Davvero? Con quei cappellini e il passo lentissimo e la pacificità più assoluta? Sappiamo così poco di lei. La difesa così pronuncia, a un certo punto: «Louise ha dimenticato il suo passato perché era felice». Speriamo lo sia stata, davvero tanto. Cominciamo a immaginarci una Louise meno calma e passiva di quello che ci siamo abituati a pensare fosse fino a questo punto.

Un poco del passato comincia a riemergere e in certi momenti ci fa anche dubitare dell’amore e del supporto incondizionati che abbiamo provato per Louise. Per mio personale gusto, poi, l’improvviso inserimento di più voci in dialogo stona moltissimo con l’atmosfera del film: Pepper non conta molto, credo, perché è un animale, non stanno (forse) veramente parlando, spesso si confrontano senza nemmeno aprire la bocca. Ma quando questo e quest’altro personaggio hanno cominciato a parlare ho fatto un saltino sulla poltrona, a disagio e attenta (nonostante fossero le dieci e mezza della sera del primo gennaio e il mio vicino di posto si fosse addormentato una buona mezz’ora prima). Contavo sul fatto che avere dei fratelli minori e aver fatto la tata mi avesse resa immune al monopolio dei doppiatori italiani, specialmente degli adulti costretti a fare le voci infantili, ma è stato piuttosto sgradevole.
La dolcezza dei colori e dei pensieri di Louise ha subito uno strappo − riparabile, certamente, e probabilmente a molti altri spettatori non avrà fatto e non farà lo stesso effetto che ho provato io.

Tacendo qui sul passato di Louise, che altrimenti viene rivelato un po’ troppo, ho scoperto una cosa molto bella su questo film: Jean-François Laguioine ha quasi ottant’anni. Pensare che sia quasi coetaneo della sua protagonista rende ancora più apprezzabile l’intimità del disegno e del trattamento materiale della storia, ci fa pensare alle due voci − quella narrante e quella sceneggiante − sovrapposte.

È il film più intimo che io abbia mai realizzato. La solitudine, la sento oggi più che mai.
 […]
Louise decide di costruirsi una casetta di fronte al mare perché io stesso lo avrei fatto in una situazione simile. Non ci si sente abbandonati in mare.

Quando vediamo Louise vestirsi bene al tramonto, sappiamo già cosa sta succedendo. Ma la parola, il pensiero, la riflessione sono più forti di qualsiasi cosa. Bisogna rimanere, ragionare, capire bene fino in fondo. È il nostro compito.

Le stagioni di Louise è uno di quei classici esempi per cui l’animazione è (anche) una cosa per adulti. E  in un film  dove c’è un po’ di sopravvivenza ma senza lotta, dove i fatti cardine sono lontani, rimandati all’inizio della vita, dove più che crescita c’è quasi solo adattamento, con una consequenzialità fin troppo tranquilla rispetto agli eventi, dove sembra che non accada quasi nulla, a cosa serve questa solitudine, questo abbandono sulla spiaggia? Perché, come ha chiesto Louise al cielo? È allora che il cane Pepper ricorda all’amica e a noi che «Louise, tutto è importante».

 

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Cose illustrate che non sono solo per bambini:

Cosa bolle in pentola nella cucina dell’orco?
Melanzane del mio cuore 

Non portate fumetti ai vostri bambini
Per i bimbi abbiamo tenuto da parte tante caramelle

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