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Non ti faccio niente – Intervista a Paola Barbato

Più di un anno fa, di questi tempi, ero perennemente in attesa. Aspettavo con ansia l’arrivo di una mail che mi avvisasse la pubblicazione online di un nuovo capitolo di Non ti faccio niente, il romanzo che Paola Barbato, scrittrice e sceneggiatrice di parecchi fumetti (tra i più noti Dylan Dog), pubblicava su Wattpad, una piattaforma di narrativa digitale che collega scrittori e lettori. Quando ho finito di leggere questo thriller sono rimasta turbata e sorpresa. Paola Barbato appassiona il lettore e lo tiene sulle spine fino alla fine, quando tutti i pezzi del puzzle sono al loro posto. A giugno 2017 il romanzo è stato pubblicato da Piemme Editore. Sono andata a sentire Paola Barbato a Bologna presso la libreria Ubik. Lì ho avuto modo di vedere dal vivo e sentire una donna talentuosa. Non sono riuscita a non chiederle un’intervista. Grazie, Paola.

Ciao, Paola. Intanto grazie per la disponibilità. Dunque, partiamo da Non ti faccio niente, il tuo ultimo romanzo pubblicato da qualche mese da Piemme. In realtà, molti altri, compresa me, avevano già avuto l’occasione di leggere il romanzo su Wattpad. Ci racconteresti la storia editoriale di Non ti faccio niente?
È una storia che parte da lontano, nel 2013, quando ho iniziato a stendere alcune tracce da proporre agli editori dopo lanontifaccioniente chiusura del mio contratto con Rizzoli. Nessuna ebbe fortuna, così, nel tentativo di proporre ulteriori idee, la abbandonai dopo solo 12 pagine. L’anno scorso, esattamente il 26 luglio 2016, ho scoperto l’esistenza di Wattpad, piattaforma gratuita dove era possibile pubblicare i propri lavori e farli leggere al pubblico. Pensai che poteva essere un “approdo degli incipit perduti”, magari da sviluppare a tempo perso. Sono andata a ripescare i vecchi files, tra cui questo, ho riletto le 12 pagine e mi sono chiesta perché non l’avessi proseguito. In due mesi l’ho terminato e a due capitoli dalla fine Piemme mi ha contattata per pubblicarlo.

Su Wattpad i lettori spesso lasciavano le loro impressioni, ti davano consigli, ti segnalavano refusi. Com’è stato avere un rapporto virtualmente diretto con i lettori?
Un’esperienza unica. Al di là dell’aiuto concreto (scrivevo e pubblicavo senza nemmeno rileggere per paura di fermarmi, quindi le note di correzione mi hanno parecchio agevolata nella prima revisione) non succede mai che un autore possa saggiare le reazione del pubblico durante la stesura di un’opera, il fruitore principale di ogni scritto può dire la sua solo a cose fatte. In questo modo non solo ho avuto modo di “annusare l’aria” ma ho potuto anche “giocare” con loro, dando spago sulle ipotesi sbagliate.

Il titolo è una frase che trae in inganno perché in realtà il tuo romanzo, ai lettori, fa di tutto. La scelta del titolo è frutto della solita frase che sentiamo ripetere quando siamo piccoli?
Sì, in gran parte, ma anche perché ha assunto un significato assolutamente negativo, nascendo come frase dalle intenzioni positive. E nel romanzo la pronuncia per tre volte lo stesso personaggio, tutte e tre in assoluta sincerità. È un paradosso.

IMG_20170702_130833Potresti dire, per coloro che non lo hanno letto, di cosa parla il romanzo?
Negli anni ’80 un ragazzo rapisce dei bambini incontrati per strada e li riconsegna dopo tre giorni perfettamente incolumi. Trentadue rapimenti in sedici anni, poi sparisce. Trent’anni dopo i figli di questi bambini, ormai cresciuti, vengono uccisi. Dapprincipio la mano sembra la stessa, poi si capisce che sono delitti rivolti CONTRO il rapitore.

Come è nata l’idea di questo romanzo?
Mi sono chiesta spesso cosa possa servire ai genitori distratti o superficiali per tornare a fuoco sui propri figli. La mia soluzione è sempre la paura. La paura di un pericolo scampato, in particolare.

I tempi sono cambiati. Lo descrivi molto bene nella tua storia. Com’erano gli anni ’80 rispetto a oggi?
C’era un fortissimo desiderio di leggerezza e disimpegno, la voglia di riprendere fiato dopo gli anni di piombo. Sono stati anni di superficialità, di facezie, basterebbe guardare la moda. In quegli anni si voleva credere che la società stessa avrebbe badato ai bambini, si usciva di casa e si andava a scuola, al parco, dal giornalaio a piedi, senza alcuna supervisione. In quegli anni si sono concentrate un numero altissimo di molestie mai dichiarate o confidate ai genitori.

Credo che il tuo romanzo sia molto attuale perché parla di rapimenti di bambini e, purtroppo, nella cronaca nera italiana ci sono questi casi. Da genitore avrai probabilmente timore del mondo esterno. Come ti rapporti con questo? E da figlia come ti ci sei rapportata?
La paura di essere “portata via” o “rubata” da piccola era preponderante, uno degli spauracchi peggiori, figlio di quegli anni. Ma allora l’idea che un bambino venisse rapito era collegata a moventi fumosi, gente che voleva i piccoli per l’accattonaggio o per farli adottare a chi non ne poteva avere. Oggi la scomparsa di un bambino è sempre collegata con l’orrore della pedofilia, e per questo diventa un incubo per ogni genitore. Si può tentare di mantenere massima l’attenzione, di sorvegliare, controllare al limite del soffocamento per la libertà dei propri figli, ma non ci sono garanzie, purtroppo. Il mostro non è più qualcosa di misterioso che viene da lontano, è spesso lì, accanto a noi, ed è questa la cosa peggiore.

Entri in empatia con i personaggi che crei?
Non con tutti e non sempre allo stesso modo. Cerco di mantenere le distanze con quelli che potrebbero ferirmi, per eccessiva vicinanza con la mia sensibilità oppure perché ne respingo le azioni (che comunque coerentemente commetteranno). Ma non ho un controllo assoluto, per quanto cerchi di tutelarmi con alcuni di loro il legame si stabilisce comunque.

Vincenzo è un personaggio per cui, nonostante tutto, non si può non provare tenerezza e forse compassione. Come lo vedi tu? Inoltre, un personaggio secondario che ho apprezzato molto è il padre di Daniele. Credo che lui sia la prova evidente che l’obiettivo di Vincenzo è stato raggiunto.
Sono entrambe figure che amo molto. Vincenzo è di fatto un criminale, con le migliori intenzioni ma un criminale, e ne è consapevole. Il tormento interiore che per questo lo accompagna sempre è la prova del suo essere onesto fino in fondo. È un eroe debole, fragile, fallibile, ed è per questo che il lettore gli si affeziona facilmente. Gerardo Burato, il padre di Daniele, è una figura assoluta, il padre pronto a ogni cosa per amore del figlio che ha quasi perso. La sua reazione al rapimento del bambino è un ribaltamento di 180° del proprio atteggiamento, il che sottolinea quanto la sua vera natura sia quella che si svela. È un padre che non era affettuoso perché non sapeva come esserlo o se fosse giusto manifestarlo, la seconda occasione più grande è stata data a lui.

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Vincenzo e la Nives disegnati da Mattia Surroz

Tra le donne del tuo romanzo, ho amato la Nives e Bianca. Ci parleresti di loro?
La Nives non era prevista. Doveva essere una figura di sfondo, quasi una macchietta, giusto per non dare la sensazione che Vincenzo fosse totalmente isolato dal mondo. Ma quando è entrata in scena ha cominciato a mangiarsi lo spazio, a prendersi il proprio ruolo con la forza. Probabilmente è il personaggio che più di tutti si avvicina a me, tenendo conto di tutte le opere che ho scritto. Bianca invece è stata una necessità, sentivo che c’era bisogno di un personaggio in più, pur essendo già a metà libro, e volevo che fosse diverso da tutti, per certi versi assoluto come la Nives. Il suo essere così distaccata dalla vita la rende eroica suo malgrado, dell’eroismo di chi non ha niente da perdere.

Tra i personaggi di Non ti faccio niente, c’è qualcuno che non apprezzi?
Naturalmente, io non amo i deboli, ma il mondo ne è pieno ed è fondamentale che ci siano, se voglio raccontare una storia vera. Corinna è debole, Daniele è debole, Mariangela è debole, Pietro è debole. Io li biasimo ma li guido in movimenti coerenti con la loro debolezza, arrabbiandomi con loro, incitandoli mentalmente a reagire e sapendo bene che non lo faranno.

La paperella è un simbolo del romanzo. Come mai proprio la paperella? Cosa rappresenta? E come mai la copertina del romanzo Piemme è differente rispetto a quella su Wattpad?
La paperella è stata creata con i primi appunti del romanzo, a distanza di anni non so dire perché abbia scelto proprio quella. Mi è sembrato un simbolo efficace dell’infanzia abbandonata, dell’innocenza, ma anche – come la frase del titolo – un oggetto innocuo trasformato in minaccia. Piemme non ha voluto replicare la mia copertina di Wattpad, hanno preferito sviluppare un’idea propria.

Tra i tuoi romanzi ho letto anche Il filo rosso. Anche lì, sebbene in modo differente, c’è una bambina morta. Ti viene difficile narrare di figli e di morte, essendo tu madre?
Sì e no, riesco a tenere le cose separate. Ovviamente è difficile parlare di violenze sui bambini, anche se non indulgo mai in compiacimenti o in descrizioni disturbanti, non servono, accennare è più che sufficiente. Ma è un problema che avrei affrontato comunque, anche prima di diventare mamma. Non sovrappongo le mie figlie alle vittime, questo non avviene mai.

Durante la presentazione a Bologna hai detto che un bravo scrittore può non essere un bravo sceneggiatore e viceversa. Tu sei entrambi. È difficile gestire le varie esigenze editoriali?
Certo che sì, sono discipline diverse, non è solo “scrivere”, il fatto che per entrambe si usi una tastiera non le faIMG_20170626_180848 coincidere. Ho imparato a sceneggiare in tanti anni di correzioni ed esercizio, così come nel frattempo ho affinato il mio stile di scrittura. Passare dall’uno all’altro può essere semplice oppure complesso, non c’è una regola, a volte mi trovo in difficoltà, altre no. Diciamo che è come passare da ascoltare un pezzo di musica jazz a uno di opera lirica, ci vuole un pochino per adattare l’orecchio.

Tra i tuoi ispiratori quali sono i più importanti? Quelli che hanno influenzato il tuo modo di scrivere, di narrare?
Stephen King, Stefano Benni, Daniel Pennac sono i tre principali, King in testa. Per una certa capacità di rendere la veridicità dei dialoghi quotidiani, soprattutto, e ambisco a raggiungere la loro capacità di catturare il lettore e poterlo via con sé.

Su Wattpad hai cominciato a pubblicare un altro romanzo. Ci diresti qualcosa sulla trama?
È un romanzo che va contro una delle regole base dell’editoria odierna, ovvero è claustrofobico, il che lo rende in sostanza impubblicabile. Una ragazza si sveglia un mattino chiusa nella gabbia di un carrozzone da circo, a sua volta chiuso all’interno di un capannone. Fuori dal capannone il silenzio più assoluto. Dentro altre gabbie con altre persone. La storia parte da lì.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? A Bologna hai detto che stai lavorando a qualcosa con Mattia Surroz…
Con Mattia stiamo lavorando a una storia lunga sempre per la Sergio Bonelli Editore, che non sappiamo ancora in che forma uscirà. Di più non posso dire.

 

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