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Stefano Liberti – Il grande giornalismo d’inchiesta esiste ancora

Giornalista, scrittore, reporter e documentarista, Stefano Liberti non fa mancare proprio nulla alla sua brillante carriera. Nato a Roma nel 1974, Liberti rappresenta nel panorama giornalistico e letterario italiano un grande esempio di professionalità, umanità e amore per il proprio lavoro. Un reporter ormai di fama internazionale, che porta avanti il suo lavoro conscio del fatto che le proprie storie possono aiutare ad assumere una nuova prospettiva, e magari contribuire a cambiare il corso delle cose.

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Ex giornalista de “Il Manifesto”, Liberti ha pubblicato una serie di reportage su riviste italiane ed estere, tra cui “El País semanal” e “Le Monde diplomatique”. Scrive spesso su “Internazionale”, dove si occupa di politica internazionale, di sostenibilità e sovranità alimentare, di migrazioni e diritti umani. Insieme a Fabio Ciconte, direttore dell’associazione ambientalista “Terra! Onlus”, Stefano Liberti ha portato avanti la campagna #FilieraSporca, con l’obiettivo di «ricostruire il percorso dei prodotti agroalimentari dal campo allo scaffale del supermercato», un percorso che il più delle volte è pieno di ostacoli, è causa di sfruttamento e povertà dei lavoratori, oltre che della cattiva qualità di ciò che finisce sulle nostre tavole. Da un lato i migranti con le loro storie ai limiti dell’umanità, dall’altro le lotte per la terra, l’acqua e il cibo. Seppur non direttamente evidente, la connessione tra questi fattori è profonda e intricata e porta con se così tanti ostacoli da essere quasi di impossibile risoluzione. Fortunatamente, nei suoi libri e nei suoi reportage, Stefano Liberti si appiglia sempre a quel “quasi” andando avanti per la propria strada, una strada tortuosa che lo ha portato a fare il giro del mondo, a scoprire le dinamiche fosche e insensate di una globalizzazione illimitata che stenta a fare i conti con un pianeta che illimitato non è e che non segue le regole dell’alta finanza o le strategie degli accordi di libero scambio.

Protagonisti di ogni inchiesta, sono i luoghi e le persone oggetto di una descrizione vivida e dettagliata e di una narrazione così coinvolgente da valere a Liberti l’attribuzione di molti riconoscimenti giornalistici e letterari. Tra questi, il prestigioso “Premio di scrittura Indro Montanelli”, vinto nel 2009 per la sezione giovani dedicata al tema Storie quotidiane del mondo delle migrazioni con il libro A sud di Lampedusa – cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti, dedicato a «un tema di primaria importanza nella vita sociale e culturale di oggi: i movimenti migratori dal continente africano verso l’Europa», come si legge sul sito della Fondazione Montanelli Bassi.

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Con A sud di Lampedusa Stefano Liberti viaggia tra il Sahel e il Maghreb, incontrando e raccontandoci la storia di persone disperate e disposte a tutto pur di sopravvivere, con l’obiettivo di comprendere le «ragioni dei cosiddetti viaggi della disperazione, le cause e i meccanismi mentali alla base dell’emigrazione dall’Africa verso l’Europa». Sono storie di uomini che nulla hanno da perdere e che si intrecciano con il sadismo e la cattiveria di altri uomini, probabilmente disperate in ugual modo, solo con più potere. Pubblicato dalla casa editrice indipendente minimum fax nel 2008, a distanza di dieci anni le cose sembrano rimaste immutate, immobili, anzi peggiorate. Se dieci anni fa era la Spagna a esercitare pressioni sul Marocco o sul Senegal affinché blindassero le loro coste, a firmare accordi con i Paesi di partenza e a chiedere l’aiuto europeo per vigilare sugli sbarchi, oggi è l’Italia che fa la stessa cosa con la Libia, sulla falsa riga di un copione già visto e di cui conosciamo già il finale. Nato essenzialmente da un’ossessione, da una ricerca che si è trasformata in una mania, A sud di Lampedusa è un resoconto nudo e crudo di una situazione in rapida evoluzione, rappresentata e descritta attraverso le parole di chi prova a fuggire in cerca di libertà. Il terrore della traversata, la gioia della vista delle coste europee, la delusione del rimpatrio che come uno spietato gioco dell’oca ti riporta al punto di partenza, il senso di sconfitta e subito la voglia di ritentare, di ripartire. Come poter rendere tutte queste emozioni diverse e contrastanti, come distinguere i buoni e i cattivi senza sfociare nella descrizione di un immaginario stereotipato? È per rispondere a questo interrogativo che Liberti, animato da uno spirito giornalistico tenace e ostinato, parte per «un viaggio lungo, costellato di centinaia di incontri straordinari, che mi hanno spinto a rivedere le mie personali proiezioni sull’universo dell’emigrazione dall’Africa», ammette egli stesso nella sua introduzione. Ciò che emerge da questo reportage è sostanzialmente la difficoltà di puntare il dito contro qualcuno, cosa che a sua volta porta a interrogarsi su quale sia la strada da seguire per gestire un fenomeno in crescita e dalle mille facce come quello delle migrazioni, dell’immigrazione clandestina, degli abusi e delle torture, della mancanza di prospettive e della sostanziale perdita di fiducia in un futuro che sempre più spesso viene immaginato in Europa, ma che altrettanto spesso finisce per deludere, per ignorare, o peggio per uccidere. E qual è il ruolo del giornalismo in tutto questo? Liberti tenta di rispondervi, scontrandosi con la dura realtà contenuta nella parole di un ragazzo ghanese incontrato in fondo al deserto del Sahara: «voi giornalisti venite qua, fate il vostro servizio e poi tornate nelle vostre comode case. A noi cosa cambia? Voi vi fate belli con i vostri articoli, noi rimaniamo merce per l’esposizione delle vostre parole». Protagonisti di un’emergenza senza fine, costruita e avallata da quegli stessi media che dovrebbero informare in modo obiettivo, oggi i migranti sono oggetto di una campagna di ostilità immotivata che Liberti prova a scardinare con i dati, con le parole e con le storie di “chi ci è passato”.

Senza mai abbandonare l’argomento delle migrazioni, è nel 2011 che Stefano Liberti torna alla ribalta, questa volta con un reportage che per la prima volta al mondo parla del fenomeno sommerso del land grabbing, una vera e propria corsa all’acquisizione delle terre nel Sud del mondo da parte di «Stati ricchi di denaro ma in crisi di risorse alimentari, multinazionali che cavalcano il boom dei biocombustibili, società finanziarie a caccia di investimenti sicuri». Land grabbing – come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, un reportage fra quattro continenti, ci svela una pratica di cui fino a qualche anno fa ignoravamo numeri e dimensioni: l’accaparramento selvaggio delle terre da parte di singoli, di istituzioni governative, di multinazionali, di Stati e di fondi speculativi. Una corsa alle terre che è la diretta conseguenza di due principali fattori: la crisi alimentare del 2008 che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi di beni alimentari primari quali grano, riso e mais e l’evidenza che il controllo di terre e acqua sarà indispensabile al fine di garantire la sicurezza alimentare e quindi la stabilità geopolitica in un mondo con sempre più persone da sfamare.

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Senza giri di parole, Liberti racconta la realtà di molti Stati che pur essendo ricchi di capitali sono poveri di risorse naturali in grado di produrre cibo, e che quindi si organizzano per «produrre altrove ciò di cui hanno bisogno», delineando i contorni di una situazione che nulla di buono fa presagire per le aziende locali e piccoli coltivatori, costretti ad assistere ad una rapina di terre che procede silenziosamente e inesorabilmente e che niente ha a che fare con un’agricoltura di sussistenza e con gli ideali di sviluppo sostenibile tanto decantati. L’Africa, l’America Latina, il Sud-est asiatico sono nuovamente oggetto di una corsa sfrenata per la spartizione di terre a basso costo, una pratica non molto diversa da quella avvenuta a partire dalla fine dell’Ottocento e che diede inizio al periodo coloniale. Con modalità differenti quello di oggi, denuncia Liberti, è un neocolonialismo che si manifesta tramite monocolture, deforestazione, coltivazioni e allevamenti intensivi, business di piantagioni per la produzione di biofuels e l’azione delle cosiddette aziende-locusta, cioè «gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Tali ditte hanno come unico orizzonte il profitto, nel più breve tempo possibile. E sfruttano le risorse in modo intensivo, fino al loro totale dissipamento: esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste». La terra, l’acqua e quindi il cibo diventano pura merce di scambio di un sistema globale e globalizzato che difficilmente potrà essere arrestato.

Proprio dall’analisi del processo di mercificazione del cibo nasce il libro I signori del cibo – viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, il seguito ideale di Land grabbing, pubblicato nel 2016. Partendo dalla filiera di produzione e commercializzazione di quattro prodotti specifici – la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato – Liberti ambisce a ricostruire il sistema alimentare globale. Questi quattro prodotti, che lo hanno portato a interloquire con studiosi, piccoli agricoltori, manager e pezzi grossi della finanza dall’Amazzonia allo Xinjiang passando per i porti di Dakar e per gli allevamenti intensivi del North Carolina, sono l’emblema delle «trasformazioni del mondo in cui viviamo.

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Tutti e quattro riuniscono le caratteristiche principali del nuovo sistema globale del cibo: grande concentrazione nelle mani di pochi, coinvolgimento della finanza e lontananza tra il luogo di produzione e quello di consumo». Il quadro generale che emerge da questa inchiesta, non ha nulla di positivo. Per fare un esempio, la Cina che fino a metà degli anni Novanta era il primo grande esportatore di soia, oggi ne importa una quantità pari a 73 milioni di tonnellate, per lo più finalizzate a sfamare maiali e polli, di cui tra l’altro la Cina ha in mano buona parte del mercato planetario (oggi, in Cina, «mangiare carne rappresenta il segno più tangibile dell’ascesa sociale, dell’uscita dalla miseria e dalla sussistenza»). Ma tutta questa soia, si chiede Liberti, chi la fornisce alla Cina? Il Brasile, naturalmente, le cui terre sono oggetto di razzia da almeno un ventennio. La regione di Mato Grosso (foresta spessa), nell’ovest del Paese, è la principale regione produttrice di soia al mondo, una volta nota per la sua biodiversità, oggi completamente disboscata e ridotta a campo da coltivare, preda di aziende e società dell’agribusiness. Tutto questo, però, ha inevitabilmente un prezzo che va al di là di ogni possibile quantificazione, perché è innegabile che quello studiato e descritto da Liberti altro non è che un sistema insostenibile destinato al collasso. La domanda che ricorre più volte durante la lettura è: si può tornare indietro e invertire la rotta? Questa è un po’ la volontà dell’autore, che si trasforma in speranza, a volte in delusione, e più spesso dà luce a nuovi interrogativi. La cosa certa, però, è che il muro verso cui stiamo andando a sbattere è sempre più vicino e che, inversione di rotta o meno, ciò che rimane assurdo più di ogni altra cosa è che «un tonno pescato nel Pacifico venga congelato, bollito due o tre volte e fatto viaggiare su un aereo fino all’altro capo del pianeta per finire in una scatoletta che viene venduta a meno di un dollaro». La lotta è impari, non c’è dubbio: neanche la politica riesce a stare dietro a quelle entità inafferrabili che ormai governano il commercio mondiale del cibo. Questo, tuttavia, non può e non deve fermarci dall’intraprendere un percorso verso la creazione e quindi l’adozione di un sistema che concepisca le risorse naturali come qualcosa da preservare in quanto esauribili, e che ci faccia comprendere che da queste dipende la nostra esistenza. La globalizzazione alimentare non potrà andare avanti seguendo l’attuale modello, e tutti, chi produce e chi consuma, dovranno avere un ruolo attivo nel processo di cambiamento. Anche perché, ora come ora afferma Liberti, questo è solo un «gioco a somma zero in cui nessuno potrà proclamarsi vincitore».

I reportage, i documentari, gli articoli e gli approfondimenti di Stefano Liberti ci restituiscono fiducia in un giornalismo d’inchiesta che a volte sembra scomparso. I suoi lavori non sono altro che l’espressione più genuina di una profonda passione per la ricerca della verità, una ricerca condotta con coraggio in giro per il mondo con l’obiettivo di andare oltre l’apparenza delle cose, svegliando le coscienze e spingendoci ad agire per sovvertire le regole di un mondo sempre più cieco e ingiusto.

Le foto sono state prese da: www.minimumfax.com, www.festivaletteraturemigranti.it, https://twitter.com/abutiago

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