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COP23 Bonn 2017 – I risultati della COP del Pacifico

Nonostante sia stata scelta Bonn come sede, la ventitreesima Conferenza delle Parti sul clima è stata presieduta dalle isole Fiji. Già ribattezzata da molti come COP del Pacifico, la scelta di attribuirne la presidenza a un piccolo Stato insulare in via di sviluppo è un passo molto significativo, dal grande valore simbolico, in quanto proprio i piccoli Stati insulari tendono a essere dimenticati o ignorati nell’ambito dei negoziati internazionali sul clima. Una prassi che porta con sé rischi molto elevati, dato che questi stati sono, potenzialmente, i più colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico, tra cui l’innalzamento del livello dei mari e l’aumento in frequenza e intensità degli eventi climatici estremi. Il Primo Ministro della Repubblica di Fiji, Frank Bainimarama, ha sottolineato più volte nel corso della COP la necessità impellente di mettere in atto al più presto i buoni princìpi siglati dall’Accordo di Parigi al termine della COP21 nel 2015. Se, infatti, questi rimanessero solo belle parole, il Paris Agreement, salutato come una svolta storica in ambito di negoziati climatici, si rivelerebbe essere nient’altro che un castello di carta.

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Con un faro puntato sui piccoli stati insulari, la COP23 ha l’obiettivo di unire Paesi anche molto diversi tra loro, nel combattimento di un’unica “guerra”, l’unica giustificabile: la guerra al cambiamento climatico, con lo scopo di mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2° (l’obiettivo di 1,5° è preferibile, ma quasi “utopistico”). Bonn sarebbe stata un’ottima occasione di giungere a qualcosa di più concreto e più definito, ma a conclusione delle due settimane di negoziati la sensazione è ancora quella di aver sprecato una delle poche occasioni rimaste. Il principio delle responsabilità comuni ma differenziate ha fatto di nuovo capolino tra i tavoli negoziali messi in atto, così come il sistema Loss and Damage ha rappresentato un vero punto focale dell’incontro di Bonn. Da un lato i Paesi in via di sviluppo, sempre più colpiti dal cambiamento climatico e dai relativi impatti sull’uomo, sull’ecosistema e sulla biodiversità, richiedono specifici finanziamenti per sopperire a questi danni; dall’altro i Paesi ricchi, tra i maggiori responsabili dell’aumento di temperatura e ancora fortemente dipendenti dalle fonti fossili, si oppongono al finanziamento “a fondo perduto” per mancanza di sufficienti dati statistici a disposizione e perché “non ogni singolo evento climatico è causato dal cambiamento climatico”. Un percorso diplomatico iniziato nel 1991, che ancora oggi non ha trovato soluzione. Australia e Unione Europea si oppongono, ma intanto la temperatura cresce e il dibattito procede ancora troppo lentamente. Il percorso per rendere operativo l’Accordo di Parigi ha trovato ulteriori ostacoli sulla propria strada, tanto che alcuni Stati hanno suggerito di prevedere una sessione aggiuntiva dell’APA (l’Ad Hoc Working Group on the Paris Agreement) nel corso del 2018.

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A gennaio del prossimo anno, infatti, prenderà vita il Talanoa Dialogue, una forma di dialogo volto all’inclusione e alla cooperazione tra gli Stati, che prende il proprio nome da un termine utilizzato nell’area del Pacifico insulare per indicare un processo di partecipazione e trasparenza, tramite il quale condividere storie e costruire empatia per il raggiungimento di un obiettivo comune. Una notevole rilevanza è stata data, invece, al ruolo delle donne nelle pratiche di mitigazione e adattamento. La conferenza di Bonn ha visto, infatti, l’approvazione del Gender Action Plan (GAP), un piano che prevede una maggiore inclusione delle donne all’interno delle pratiche di gestione del cambiamento climatico, la promozione della parità di genere e il rafforzamento del ruolo delle donne in occasione dei processi decisionali. Le comunità indigene, inoltre, hanno ottenuto un riconoscimento ufficiale in quanto preziosa risorsa da integrare e coinvolgere nel processo di adattamento al cambiamento climatico. Agricoltura e sicurezza alimentare hanno a loro volta occupato una posizione importante nel dibattito generale.

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Le moderne pratiche agricole, infatti, incidono per più del 20% sulle emissioni di gas serra, contribuendo ad aggravare il già precario equilibrio termico, a inquinare acqua e suoli e ad aumentare i problemi legati all’insicurezza alimentare nel mondo intero. Se i periodi di siccità aumentano in frequenza e intensità e gli intervalli tra questi sono caratterizzati da precipitazioni sempre più violente, il calo dei raccolti è matematico, specie in determinate zone poco resilienti. Sul sito OnuItalia.com, si legge che, secondo la FAO, l’adozione di pratiche agricole migliori, più efficienti e soprattutto già esistenti, porterebbe a tagliare le emissioni del 20-30%: la messa in pratica, quindi, è solo una questione di volontà. La società civile si è svegliata e le numerose iniziative adottate a Bonn, in parallelo ai negoziati ufficiali, lo dimostrano. Purtroppo, però, le contraddizioni sono ancora troppe. Se per Copenaghen si parlava di un aperto fallimento e per Parigi di un passo avanti rivoluzionario, a conclusione dei negoziati di Bonn la sensazione non è altrettanto netta: né nero né bianco, nulla è stato effettivamente deciso, tutto è stato nuovamente rimandato. Molti si rallegrano già solo del fatto che siano stati decisi i punti e i temi da discutere nella COP24 prevista a Katowice il prossimo anno. Sì, ma l’imperativo di fare di più e di farlo subito? Dimenticato in un cassetto, nonostante il tempo di agire si riduca di giorno in giorno. Una leadership poco definita, gli USA che non parlano di energie rinnovabili ma di “fonti fossili più efficienti” (esiste un carbone più “green”?) interessi inconciliabili e troppo diversificati, hanno portato a un nuovo stallo, proprio nel periodo in cui, dopo un rallentamento di tre anni, le emissioni di CO2 hanno ricominciato a crescere.

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A dicembre 2018, l’appuntamento annuale dei negoziati climatici si svolgerà in Polonia, uno Stato che ancora oggi punta molto sullo sfruttamento del carbone per la propria produzione energetica. Una COP, quella del 2018, il cui fallimento decreterebbe al contempo anche quello della stessa umanità. Se, quindi, un fallimento non è contemplabile, i passi avanti dovranno essere molti e ben più definiti di quelli visti finora. Che forse la svolta arriverà proprio nella patria del carbone? Noi ce lo auguriamo. Nel frattempo, però, si continua ad attendere e a rimandare l’attuazione di quell’Accordo salutato come un risultato senza precedenti e che, tuttavia, non ha dato ancora prova della sua efficacia. Anche se siamo tutti sulla stessa canoa, come si è detto a Bonn, facciamo ancora tutti difficoltà a renderla più sicura, per noi e per le prossime generazioni.

Le foto sono state prese da:

www.gfdrr.org, sgerendask.com, ccafs.cgiar.org, sen.unesco.orgcop23, newsroom.unfccc.int

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